Belpaese dei balocchiAdinolfi, Lavitola, Ranucci, Cairo e gli altri Nuovissimi mostri

Appunti e casting per una commedia all’italiana a episodi: gli «attentati d’amore», l’editore che sbaglia risposta sulla condirettrice, le beghe dei giornali e chi versa soldi con la causale «Cristo regna»

AP/LaPresse

Ho un’amica che, ogni volta che assiste a una conversazione tra gente che scrive sui giornali, mette su il tono da “I vestiti nuovi dell’imperatore” e strepita che però queste cose mica le scriviamo, abbiamo paura, eh!

Le prime volte provavo a spiegarle che più che paura era classismo. Le cene, le chat, le conversazioni in spiaggia della gente che scrive somigliano a quella canzone di Lou Reed intitolata “New York Telephone Conversation”: hai visto cosa gli ha fatto? Hai sentito cos’hanno detto? Chi ci è rimasto sotto e chi si è sfilato?

Si vede subito quando c’è un estraneo, perché l’estraneo pensa che gli intellettuali vogliano parlare di letteratura o al massimo di politica. Di recente a una cena un estraneo ha interrotto un meraviglioso flusso di chi-scopa-con-chi chiedendo convinto di far bella figura: ma secondo voi Vannacci a quanto arriva? Era, come la mia amica, convinto che la pagina pubblica e la chiacchiera privata abbiano gli stessi temi.

Macché. Le chiacchiere sono piene di mignottoni con velleità culturali e disperati con trapianto di capelli che si autoscattano coi famosi: un demimonde che nessuno di noi citerebbe mai in un articolo, non per timore di polemiche ma perché a gente così non si concede la dignità d’essere oggetto di dibattito pubblico.

Ho un amico che si vanta di non aver mai nominato in pubblico Omissis, ove Omissis sta per un tizio degli screenshot del cui Instagram e delle foto dei cui articoli e dei video delle cui apparizioni televisive abbiamo tutti i telefoni pieni: il nostro troppissimo tempo libero è in molta parte impiegato a irriderlo (mentre lui fattura).

C’è una differenza tra ciò di cui si parla in privato e ciò di cui si parla in pubblico, e non saremo certo noi a rendere comunicanti questi vasi: al massimo può farlo qualche procura acquisendo i nostri messaggi e pubblicandoli. Questo di norma.

Eccezionalmente, però, l’articolo di oggi nomina alcuni personaggi cui io – come tutti – in genere non do dignità di pubblicazione, perché i pettegolezzi su di loro restano a tavola, come quelli sulla cognata di Tizio o quelli sul capufficio di Caio o quelli sugli amici di Lou Reed.

L’eccezionalità è dovuta al fatto che, finito questo articolo, io organizzerò una seduta spiritica per invocare Dino De Laurentiis e pregarlo di venire a produrre “I nuovissimi mostri”, un film a episodi sull’Italia di oggi dal quale non potranno mancare due o tre storie dei giornali di questi giorni.

La prima è quella attorno a Mario Adinolfi, delle cui vicende giudiziarie non mi voglio impicciare perché so cosa significhi essere imputato in un processo essendo al tempo stesso un tizio per cui una parte del pubblico ha una forte antipatia: non ho una vita abbastanza infelice da volermene distrarre prendendo a calci la gente in difficoltà.

E sì, lo so che adesso arrivano quelli che invece trovano sollievo alla loro vita facendo i moralizzatori sui social, e mi dicono che in difficoltà semmai sono i derubati. E infatti il mio (nostro; ci sono moltissime chat e collaborazioni e idee in prestito, dietro al soggetto per cui ci serve resuscitare almeno un Dino: se non De Laurentiis, Risi) episodio dei “Nuovissimi mostri” ha per protagonista uno qualunque di loro, di quelli che ad Adinolfi avrebbero dato, ricopio da un’intervista su Repubblica, settantanovemila euro che tre anni e mezzo dopo sarebbero dovuti essere duecentocinquantottomila.

Ora, io lo so che l’Italia è un posto la cui letteratura è fondata da “Pinocchio”, e i cui abitanti non ci si può quindi meravigliare credano che, depositando le monete sotto l’albero della cuccagna, le ritroveranno poi moltiplicate. Però “Le avventure di Pinocchio” è una storia dell’Italia di più di centoquarant’anni fa.

Nel frattempo c’è stata l’alfabetizzazione di massa, la scuola dell’obbligo, la rivoluzione digitale, i cazzi e i mazzi: com’è possibile che siamo ancora qui, con gli adulti che di una scommessa dicono che gli era stato garantito che non si potesse perdere, con gli italiani sempre alla ricerca di modi per far soldi vertiginosamente implausibili purché nessuno chieda loro di far fatica?

E sì, lo so che sempre gli stessi di prima ora mi diranno che sto colpevolizzando le vittime, ma infatti – a parte il fatto che la democrazia sarà pure il meno peggio dei sistemi ma a me sembra spaventosa l’idea che uno così coglione da pensare di triplicare i soldi in tre anni non solo voti ma si possa anche riprodurre – ai moralizzatori spiccioli nessuno chiede di partecipare alla sceneggiatura della grande commedia all’italiana.

Questo episodio non potrà che intitolarsi “Cristo regna”, secondo l’accusa la causale che Mario Adinolfi faceva apporre ai bonifici dei volenterosi visitatori della città di Acchiappacitrulli. Quando ho letto il dettaglio di “Cristo regna” ho capito come doveva essersi sentito Rodolfo Sonego leggendo del caso Fenaroli, e correndo a scrivere “Il vedovo”.

Il secondo episodio non può che essere quello con Lavitola e Ranucci, e non sarò certo io a dire cose non uscite sui giornali – non si è mai visto ch’io dia una notizia – ma insomma questa intersezione con Lavitola non è neanche il migliore tra i pettegolezzi recenti che riguardano Sigfrido Ranucci.

È una vicenda magnifica da qualunque angolazione la si guardi, col ristorante di Lavitola che sembra il Café Russe di “Beautiful”, l’unico locale aperto in città, il posto dove l’economia delle scenografie fa convergere ogni personaggio che ne debba incontrare un altro. Non so neanche più quante interviste ho letto in cui tutti, da Ranucci a non so più quale dei fratelli Ruotolo, dicono beh, non capisco perché vi meravigliate, in quel ristorante ci andavano tutti. Librettisti di Mozart un tanto al chilo.

Poi c’è il tema attualissimo della neurodivergenza, naturalmente Lavitola ha un figlio autistico, naturalmente Ranucci ha una figlia psicologa, perché questi “Mostri” sono moderni, diamine, ci mettiamo i temi caldi, oltre alla neurodivergenza i sondaggi, perché Lavitola vuole far candidare Ranucci, che vezzoso fa il renitente, e le domande dei sondaggi non ho capito se le rivedano il vicedirettore di Repubblica o l’ex direttore del Corriere ma insomma è chiaro che questo è l’episodio la cui tesi è che in Italia non si può fare la rivoluzione perché siamo tutti al Café Russe.

Al titolo ci ha pensato Paolo Mieli, operando una sintesi tra le apparentemente incompatibili ipotesi di Lavitola amicissimo di Ranucci e Lavitola organizzatore dell’attentato a Ranucci: “Un attentato d’amore”.

È nello stesso episodio, causa intersezione con Repubblica e Corriere, che ci si occupa di giornali? Abbiamo l’editore del Corriere che dà un’intervista in cui dice che la condirettrice mica può pensare di diventare direttrice, lei che minaccia dimissioni, lui che allora scrive una letterina allo stesso giornale che l’ha intervistato dicendo ma no intendevo che è troppo brava, sembra quei mariti che sbagliano risposta quando chiedi come ti stia un vestito, è straziante ma anche molto comico.

Nel frattempo a Repubblica c’è la guerra dei bottoni tra il direttore in uscita e il componente del comitato di redazione che lo odia perché si è stabilito a Milano e quello gli ingiunge di tornare a Roma visto che scrive di partiti politici e non c’è ragione di stare a Milano.

A entrambi, Repubblica e Corriere, tocca l’intervista a Michele Mari con badante editoriale che lo contiene, e il risultato è che lo sfogo – «se fosse stato coinvolto Nucci in questa polemica, io non avrei voluto vincere speculando sulle disgrazie altrui» – Mari lo dona all’Ansa, e al povero Corriere tocca infilare fuori dall’intervista da loro raccolta l’unico virgolettato interessante, virgolettato che Einaudi aveva provato a non far pubblicare all’Ansa la cui cronista si è però rifiutata di tagliare (chissà se avessero chiesto a lei le domande per il sondaggio su Ranucci, come sarebbe finita).

La sempre soddisfacente turpe vicenda del furgone di Bisceglie, però, per quanto appassionante anche nella sua coda lunga, non può diventare episodio dei nostri “Nuovissimi mostri”: emulare “La musa”, l’inarrivabile episodio in cui Gassman faceva Maria Bellonci nei “Mostri”, significherebbe un fallimento certo.

Mi terrei perciò il materiale nuovo, e ho passato ieri a raccogliere i suggerimenti di casting da amici più brillanti di me, suggerimenti che mi accingo a sottoporre allo spirito dei due Dino.

Nel ruolo di Ranucci, Pierfrancesco Favino, abbastanza trasformista da liberarsi del collo e abbigliarsi con jeans elasticizzati con pacco rigonfio come il Sigfrido che siamo abituati a vedere alla tele.

In quello di Lavitola, ho un solo desiderio, senza la soddisfazione del quale diventa tutto inutile e possiamo anche disdire la seduta spiritica. Ci sono film che hanno senso solo se l’attore perfetto è disponibile, e quindi ora voglio sapere: Corrado Guzzanti, che ce lo fai Valter Lavitola?

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