Lavoro

Giovani disoccupati, ecco perché siamo i peggiori: «Tra scuola e lavoro è il disastro»

A novembre la disoccupazione giovanile è cresciuta al 39,4%. Crescono gli occupati solo tra gli over 50, i più giovani restano a guardare un mercato del lavoro immobile. E chi un lavoro ce l’ha, non riesce a cambiare. Seghezzi (Adapt): «Le imprese non sanno sfruttare il potenziale dei giovani»

Giovani San Pietro
10 Gennaio Gen 2017 0813 10 gennaio 2017 10 Gennaio 2017 - 08:13
WebSim News

Per i giovani italiani il mercato del lavoro resta un labirinto soffocante e senza vie d’uscita. Non è bastato il Jobs Act, non sono bastati gli sgravi contributivi, tantomeno Garanzia giovani e l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria introdotta dalla Buona scuola. La disoccupazione giovanile continua a essere un male endemico, tra le più alte d’Europa insieme a Grecia e Spagna. E a novembre 2016, secondo gli ultimi dati Istat, il tasso di disoccupazione tra i giovani è salito al 39,4%, crescendo addirittura di 1,8 punti rispetto al mese precedente, e di 1,6 punti in un anno.

Tradotto in termini assoluti: 627mila under 25 italiani sono alla ricerca di un lavoro e non riescono a trovarlo, e oltre 4 milioni sono inattivi, cioè hanno smesso pure di mandare curriculum in giro. E nella fascia 25-34 anni, quella di ingresso nel mondo del lavoro, i disoccupati sono cresciuti addirittura di quasi l’11 per cento. Segno che la transizione dalla scuola o dall’università è tutt’altro che facile.

Cosa è successo? «Il mercato del lavoro ha dato arbitrariamente maggior peso all’esperienza del lavoratore, preferendo i più adulti», spiega Francesco Giubileo, esperto di lavoro e autore de Lavoce.info. «A parità di sgravi contributivi per le nuove assunzioni, sono stati premiati i lavoratori con maggiori competenze e senza necessità di formazione». Mentre i più giovani sono rimasti a guardare. Interventi economici mirate a favorire le assunzioni dei ragazzi non se ne sono visti. Solo per il 2017 sono stati stanziati 200 milioni di euro, attinti dai fondi europei, per i datori di lavoro che assumeranno Neet che si sono iscritti a Garanzia giovani.

«La fascia d’età più giovane, che già aveva pagato gli sgravi uguali per tutti, adesso sta pagando più di tutti il fatto che la decontribuzione sta calando», spiega Francesco Seghezzi, chief communication officer del centro studi sul lavoro Adapt. Nella fascia 15-24 anni gli occupati in un anno sono calati di 5mila unità. La minima riduzione degli inattivi (-1,4% in un anno) da sola non spiega il grosso aumento dei disoccupati. Non è servito il programma Garanzia Giovani. In un anno gli occupati italiani sono aumentati di 453mila unità, ma solo tra gli over 50, mentre nelle altre fasce d’età se ne sono persi 253mila. «Il dualismo generazionale è diventato forte», prosegue Seghezzi. «Ma l’aumento degli occupati tra gli over 50 non si spiega con la ripresa economica. Qui c’entrano la legge Fornero che ha aumentato l’età pensionabile, e la crisi economica che ha imposto a donne e over 50 di tornare o restare nel mondo del lavoro, proprio per mantenere quel 39,4% di giovani disoccupati». È un cane che si morde la coda.

Non è bastato il Jobs Act, non sono bastati gli sgravi contributivi, tantomeno Garanzia giovani e l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria introdotta dalla Buona scuola. Il mercato del lavoro è sempre più anziano e immobile. In un anno, oltre 100mila dimissioni in meno. Non bastano le politiche del lavoro, servono politiche di sviluppo e investimenti in tecnologia

E a registrare i dati peggiori è la fascia tra i 25 e i 34 anni. In un anno in questa fascia il tasso di occupazione è calato di mezzo punto percentuale. E non solo perché i percorsi scolastici si prolungano. «È il segnale», dice Seghezzi, «che il passaggio tra percorso formativo e lavoro è un disastro». Il mercato del lavoro è asfissiante e immobile. E anche chi tra i giovani desidera cambiare lavoro e fare nuove esperienze, spesso non lo fa. Le dimissioni nei primi dieci mesi del 2016 sono state oltre 100mila in meno rispetto all’anno precedente. Non solo perché alcuni, passando da un contratto all’altro, perderebbero l’articolo 18, rientrando nel regime delle tutele crescenti. Ma anche perché «il trapezista non si butta se non si può aggrappare dall’altra parte. E se non hai un’altra parte a cui aggrapparti, ti accontenti del posto di lavoro che hai», dice Seghezzi. O magari lo cerchi all’estero.

La soluzione, a quanto pare, non passa dalle leggi o dai referendum sul lavoro. Molti sondaggi dicono che quello che interessa ai Millennials non è l’articolo 18 o il posto fisso, ma una retribuzione paragonabile a quella di un contratto a tempo indeterminato. Che poi bisogna insistere sull’incontro tra domanda e offerta di lavoro, sui servizi del lavoro e le politiche attive lo dicono tutti. Ma, precisa Francesco Giubileo, «non saranno il Jobs Act o Garanzia giovani a risollevare l’occupazione giovanile. Al massimo possono spostarla di qualche punto. Servono politiche di sviluppo, investimenti, interventi strutturali e strategici, come per esempio l’introduzione di una no tax area al Sud. Ma sono interventi onerosi, per i quali bisogna trovare fonti di finanziamento». Come? «Intervenendo sulla previdenza, sulla ristrutturazione della pubblica amministrazione o sull’introduzione di forme di tassazione diversa. Tutte tematiche molto impopolari per i politici». La Corte dei conti europea, tra l’altro, aveva avvertito la Commissione Ue che i 16 miliardi investiti nella Garanzia giovani per risolvere la disoccupazione giovanile erano troppo pochi. Secondo l’International Labour Organization, per implementare il programma bisognava investire dallo 0,5 all’1,5% del Pil.

Senza dimenticare gli investimenti in tecnologia. «I giovani hanno un’alta preparazione tecnologica», spiega Francesco Seghezzi, «ma non trovano un tessuto imprenditoriale pronto ad accoglierli. Tanta gente se ne va dall’Italia anche per questo. C’è una generazione di giovani che potrebbe fare molto in termini di innovazione e non riesce a farlo in Italia».

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