Da D’Alema a Berlinguer, il museo delle cere di una sinistra defunta

Gli uomini della sinistra, caduta l'ideologia, si sono trasformati in macchiette. Ma anche i Berlinguer e gli Ingrao, a ben vedere, erano miti parecchio gonfiati. Ritratto impietoso di tanti leader ormai buggerati dalla Storia

TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

3 Febbraio Feb 2017 0952 03 febbraio 2017 3 Febbraio 2017 - 09:52

Il modello culturale che la sinistra “moderna e riformista” ha cercato di introiettare nelle pupille del suo popolo più recente mostra, su tutto e tutti, Chicco Testa che cavalca sulla battigia della spiaggia di Chiarone, ossia Capalbio, proprio come il cavaliere del bagnoschiuma di un tempo. Così al momento d’ogni elezione, quando si tratta di trovare voti e consenso, il sottotesto politico implica un doveroso moto d’invidia e d’identificazione con quell’immagine di successo personale raggiunto.

Cerchiamo di vederci però più chiaro. E se, al di là dell’ammiratissimo Testa, ci fosse di mezzo un brutto maleficio ordito dalla Storia? Già, la Maledizione del Compromesso Storico, un titolo che suona bene quasi come i predatori dell’arca risaputa, con quel masso che rotola nel ventre della voragine fino a schiacciare ogni speranza della sinistra. Di sicuro, come avrebbe detto un tempo il portinaio di ritorno da un’incidente definitivo con la sua 600: …manco le ruote fu possibile recuperare”.
Esatto, proprio le ruote della sinistra che un tempo sembrava aver chiaro, con le parole di Togliatti, di “venire da lontano e andar lontano…”, ed è inutile qui, in tempi di semplificazione, chiamare gli speleologi della praxis storica per comprendere nel profondo le cause di un simile sfacelo umano, politico e addirittura morale – il crollo del muro di Berlino, la fine dei “domani che cantano”, il disincanto verso gli orrendi scialli sovietici in vendita alle feste dell’Unità, l’emozione rispetto all’idea della palingenesi rivoluzionaria comunque presente ancora negli anni Settanta inoltrati perfino negli occhi dei socialdemocratici. Assai meglio provare a dire quali personaggi della sinistra stessa farebbero bene, in ciò che Pasolini definisce “la Dopostoria”, a non presentarsi più come principi azzurri, rianimatori della Biancaneve un tempo rossa.

Proviamo a dire queli personaggi della sinistra stessa farebbero bene a non presentarsi più come principi azzurri rianimatori della Biancaneve un tempo rossa. E siamo a Chicco Testa, a Nichi Vendola, Massimo D'Alema, Giorgio Napolitano, Pierluigi Bersani

Primo fra tutti, non è davvero il caso che ci provi Nichi Vendola, la sua telefonata con l’addetto stampa della famiglia Riva dell’Ilva di Taranto, durante la quale rideva cinicamente del giornalista precario Luigi Abbate che provava ad avere lumi sullo stato dei tumori causati dalla fabbrica, è un punto di non ritorno, e anche sulla sua paternità ci sarebbe qualcosa da dire soprattutto per la retorica con cui è stata servita alle anime semplici del mondo; l’idea stessa che Vendola si immagini come padre nobile di una SEL bis “la Vendetta” conferma che, come nel primo episodio, si tratterebbe nuovamente di un beaty-case in soccorso del PD, d’altronde chi ha più la sensazione che i nipotini di Bertinotti abbiano in mente altro dalla propria soddisfazione professionale? Fratoianni non è Marx, e forse neppure Tanassi. Provate infatti a immaginare ancora la maschera di Claudio Fava per trovare una risposta.

Quanto a D’Alema, impietrito nella sua faccia da carruba risentita, al di là d’ogni apparenza, non può che avere un effetto zampirone in tempi in cui ci si aspetterebbe la sensazione del nuovo, e invece Massimo suggerisce soltanto i seguenti versi di Bertolt Brecht, “le fatiche dei monti sono dietro di noi, davanti a noi si aprono le fatiche delle pianure”, e allora non puoi certo affrontarle con un signore che ha già dato e fino a qualche tempo fa sembrava avesse scelto di occuparsi delle proprie vigne.

E poi una sinistra degna di questo nome dovrebbe aprirsi al mondo prendendo le distanze innanzitutto dall’esistenza stessa di un Giorgio Napolitano e dalla sua invadente tracotanza inaccettabile, cominciando a ricordargli che da ministro dell’Interno di un governo progressista rassicurò la controparte con un’affermazione che suonò scandalosa a chi aveva chiesto per decenni verità sulle stragi di Stato: «Non siamo venuti qui a tirare fuori gli scheletri dagli armadi», disse entrando al Viminale. Il resto, il caso delle intercettazioni, è storia recente.

Forse che l’onesto Bersani, volto santo da ottimo amministratore di condominio, metti, di Vigolzone o Rottofreno, potrebbe portare con sé dell’altro oltre la propria bonomia? Bersani che, come D’Alema, ha già dato e ampiamente fallito? E che dire del giovane Roberto Speranza il cui eloquio ricalca una brochure del SUNIA o di chissà quale Patronato INCA? E Cofferati che portò tre milioni in piazza per poi dire abbiamo giuocato, salvo poi diventare il peggior sindaco di Bologna che si ricordi a memoria d’uomo.

Perfino il riferimento a Berlinguer in questa storia mostra qualcosa di improbabile, mi dirai: la questione morale, è lui, Enrico nostro, che l’ha posta per primo! Tutto vero, ma non dimenticare che il suo Pci ancora negli anni Settanta si opponeva alla televisione a colori, e perfino Ingrao, un decennio dopo, interpellato sulla musica di Sting, con il suo accento ciociaro, seppe dire: «Sì, non è male, ma non capiscu il messaggio!». Il compromesso storico in fondo ha avuto il suo frutto migliore, nel senso del consenso plebiscitario sia pure temporaneo e apparente, con Matteo Renzi, figlio di una Dc post-dorotea giunto da una provincia che aveva dato al mondo il terziario francescano Gino Bartali, e non si può negare che almeno un risultato Matteo nostro lo abbia ottenuto: decimare scientificamente, sistematicamente tutto ciò che all’interno del suo Pd potesse rimandare alla memoria comunista.

E i poster di Berlinguer che fanno sempre bella vista nei circoli accanto a quelli di Aldo Moro Martire? I Padre Pio della di un post-centrosinistra destinato, come abbiamo detto, a riconoscersi nella galoppata di chi, nel frattempo, è giunto fino alle estreme propaggini di Ansedonia con il suo cavallo griffato. Berlinguer, dicevamo. Evocato in effigie di recente per interposta persona immaginandone la figlia a capo di un cartello che faccia ritorno a una memoria, ma sì, socialdemocratica, peccato che quest’ultima finora si sia distinta soprattutto per l’intercalare “come dire”. Assai poco per intuire cosa abbia detto, cosa dirà esattamente al momento delle scelte – come dire - dirimenti. Va da sé, come ha detto di recente l’onesto Achille Occhetto rifugiatosi negli studi di filosofia, che è “meglio perdere con le proprie idee, piuttosto che vincere con quelle degli altri”.

Dunque, è davvero incredibile immaginare che la minoranza Pd pensi di tornare a farsi precedere dalla faccia-totem di Romano Prodi, ciò è puro pensiero magico, ossia patologica assenza di comprensione del dato reale, presentarsi con l’uomo che le moltitudini associano allo sfacelo dell’euro non è forse un pensiero suicida? No, dai, dimmi tu se sbaglio? E che dire del silenzio di Walter Veltroni, acquattato come Gatto Silvestro in una buca scavata nella spiaggia di Sabaudia, lì da alcune estati in attesa d’essere nominato al Quirinale o, nella peggiore delle ipotesi, conquistare la presidenza della Rai per fare dono al suo pubblico di ceti medi, in tutto medi eppure riflessivi, di opere simili a La pazza gioia di Virzì-Archibugi, cioè spot governativi degni di una ASL dal volto umano, applauditi dagli stessi che già al tempo delle cassette distribuite da l’Unità si sperticavano in elogi per l’acefalo Walter un po’ per riflesso condizionato comunista e un po’ per piaggeria da ristorante “Settembrini” di Roma.

E non parliamo della vicenda de l’Unità, con Staino, già protagonista con il suo Bobo di una satira organica da museo delle cere dei probiviri Pci, che sembra improvvisamente rendersi conto che Renzi non ha a cuore le sorti del giornale fondato da Gramsci e Togliatti.

Negati la magia, i sogni e le emozioni che la sinistra un tempo offriva, e forse ancora dovrebbe offrire al mondo

Ma tutto questo paesaggio di mediocrità e di macerie è davvero irrilevante rispetto alla negazione sistematica del catasto magico di sogni e di emozioni che la sinistra un tempo offriva, e forse ancora dovrebbe offrire al mondo di chi ritiene che l’esistente vada mutato, fosse anche perché non si può pensare che si sia giunti ormai alla fine d’ogni storia, e, come nei film di Charlot, il viaggio è finito eppure il cammino incomincia adesso, solo che di spalle ad allontanarsi non c’è più l’omino con la bombetta, ma ancora lui, Chicco Testa, a cavallo di un pensiero responsabile che sembra avere sostituito l’invidia per il successo altrui con la soddisfazione per il diritto al lavoro conquistato con la lotta. Fermo restando che una sinistra degna di questo nome non deve mai dimenticare che il suo fine ultimo è l’abolizione del lavoro stesso, altro che Berlinguer con il “compromesso storico” e i “sacrifici”.

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