Lavorare di più, lavorare tutti: altrimenti l'economia crollerà

La demografia è in calo, e questo è un tetto per il Pil. Lo si affronta aumentando la produttività oppure la forza lavoro. Visto che la prima strada è difficile, si percorre la seconda. Servono più stranieri o, in caso, più nascite

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8 Febbraio Feb 2017 0802 08 febbraio 2017 8 Febbraio 2017 - 08:02
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C’è una componente della crescita economica che spesso rimane nascosta, ma che è determinante. Spiega molte delle differenze che intercorrono tra i diversi andamenti delle economie delle varie aree del mondo: l’aspetto demografico, ovvero la crescita della popolazione.

Lo scopriamo quando guardiamo alla crescita del Pil valutando il dato pro-capite. Per esempio, sotto questo parametro, si nota che la crescita del Pil americano sia spesso inferiore a quella dell’area euro. È perciò l’aumento della popolazione americana, maggiore di almeno mezzo punto, che compensa le differenze e fa risultare la crescita del Pil Usa, infine, più alta.

L’influenza della demografia è enorme: un Paese con popolazione a crescita zero, se non vuole andare incontro alla stagnazione, è costretto a fare affidamento soltanto sull’aumento della propria produttività, a meno che riesca a incrementare nel breve periodo il debito privato o pubblico per far crescere la domanda, pagandone però poi il prezzo (come noi italiani sappiamo bene). È, insomma, il destino che una serie di Paesi ha davanti a sé. Tra questi vi è l’Italia.

Questo perché, strettamente collegato alla crescita demografica a zero, vi è l’andamento della popolazione attiva, cioè quella tra i 15 e i 65 anni, che può lavorare e sostenere tutta l’economia di un Paese. Quando la crisi demografica è in atto da decenni non diminuisce solo il numero dei giovanissimi, ma anche quello degli adulti in età lavorativa. In poche parole, ad aumentare è solo il livello di dipendenza della popolazione inattiva da quella che lavora.

E l’Italia è in testa in Europa, assieme alla Germania, per età mediana dei propri abitanti, 45,1 anni, quasi 3 anni in più della media UE, 4 anni più della Francia, 5 anni più del Regno Unito.

Età mediana della popolazione, Fonte: Eurostat

Nel nostro Paese, allora, è cresciuto più che altrove il grado di dipendenza, ovvero il rapporto tra chi non lavora e chi ha un’occupazione. Abbiamo superato qui anche la Germania, principalmente a causa dell’aumento dei più anziani, ma anche per il nostro cronico basso tasso d’occupazione. Oggi siamo oltre il 50%. Fino a metà anni ‘80 eravamo ancora tra i popoli più giovani d’Europa.

Dipendenza tra popolazione inattiva e attiva, Fonte: Eurostat

Come se non bastasse, il livello di crescita economica viene penalizzato anche dalle modifiche degli equilibri all’interno della popolazione lavorativa. Gli occupati più anziani, quelli sopra i 55 anni, stanno crescendo a discapito di quelli giovani. L’effetto non è affatto neutro e va a colpire la produttività e la crescita del Pil. Come hanno dimostrato gli analisti di Morgan Stanley, un aumento della popolazione sopra i 60 anni, anche solo del 10%, è in grado di ridurre del 5,5% la crescita pro-capite del Pil nazionale. E l’incremento di un punto della proporzione di occupati over 55 fa calare la produttività tra lo 0,2% e lo 0,6%.

Ed è proprio quello che sta accadendo: l’unica classe di età per cui il tasso di attività (coloro che hanno un lavoro o lo cercano) cresce nella Ue è quello tra i 55 e i 64 anni.

È una costante di tutto il mondo: ovunque è previsto che aumenti sempre più la proporzione di occupati di questa fascia di età

Non solo in Italia, dunque, ma soprattutto in Italia. Tra i Paesi più colpiti dall’impatto della demografia siamo anche quelli che stanno facendo meno per frenare i suoi effetti.

Se la Francia compensa la bassa occupazione, causata anche da alti salari e meno ore lavorate, con una alta produttività (quasi a livelli tedeschi), il Regno Unito supera il gap di produttività, qui piuttosto ridotta, con un aumento dell’occupazione. E la Germania, uno dei Paesi più vecchi al mondo, punta invece su entrambi, ovvero crescita dell’occupazione e della produttività. L’Italia, invece, è carente da tutti e due i punti di vista. A livello di produttività, misurata usando come riferimento quella statunitense (quota 100), siamo sotto la media Ue, anche se comunque sopra Spagna e Regno Unito.

Fonte: Eurostat

Poi però si vede che, per quanto riguarda il PIL pro-capite, siamo ancora più in basso: solo al 63% del livello americano.

Fonte: Eurostat

La differenza rappresenta l’effetto dell’occupazione, ovvero la misura in cui il Pil beneficia dello sfruttamento appieno della popolazione attiva, nel caso in cui la produttività di ogni ora lavorata da un occupato si accompagni a un alto tasso di occupazione. Se è maggiore di zero vuol dire che il numero di occupati spinge il Pil più della produttività, viceversa, se è minore, vuol dire che la crescita è frenata dal fattore lavoro.

È quello che accade in Italia: il nostro Pil risente del fatto che una produttività comunque bassa è, in aggiunta, spalmata su un numero veramente limitato di occupati.

Fonte: Eurostat

Eppure il fattore-lavoro è importantissimo per le aree che vivono un graduale invecchiamento. Per sconfiggere gli effetti della demografia occorre sfruttare al massimo quella decrescente fascia di popolazione in età lavorativa e attiva, facendo sì che una proporzione sempre maggiore sia occupata. Solo così il numero totale di lavoratori rimarrà stabile, almeno per un po’:

E solo con un numero di occupati che non cali e che lavori con produttività sempre in aumento sarà possibile avere crescita anche per i Paesi vecchi.

Questa è una ricetta obbligata che, all’apparenza, va in direzione opposta a quella di chi ritiene che il futuro consista in una riduzione del lavoro, dovuto alla "disoccupazione tecnologica".
Una situazione che andrebbe compensata con l’introduzione di un reddito di cittadinanza. Peccato che tale reddito non possa che scaturire da un Pil robusto. E come lo si può ottenere senza lavoratori?

No: lavorare di più, e lavorare tutti, purtroppo anche con salari minori di quelli sperati, appare inevitabile. Se questa prospettiva non piace, allora una soluzione alternativa sarebbe interrompere il progressivo invecchiamento della popolazione. Ma attenzione, il metodo più veloce è quello di un aumento dell’immigrazione.

E se anche questa soluzione non dovesse piacere, soprattutto a quelli contrari alla prima opzione (più produttività e più occupati, meno salari), l’unica alternativa rimane soltanto un brusco aumento delle nascite, maggiore di quello che si scorge, timidamente, in qualche regione d’Europa (Scandinavia e Francia). Ma, come spesso accade, anche se è la più indolore, rimane la più improbabile.

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