Droga e ’ndrangheta

La porta della cocaina in Europa? Il porto di Gioia Tauro

Nel 2016 sono stati sequestrati 1.700 chili di polvere bianca nel porto calabrese. Dall’inizio del 2017 si è già arrivati a quota 127. Ma per ogni container fermato, ce ne sono nove che arrivano indenni a destinazione

Gioiatauroseaport

Il porto di Gioia Tauro (Getty Images/Filippo Monteforte)

10 Febbraio Feb 2017 1320 10 febbraio 2017 10 Febbraio 2017 - 13:20

Tonnellate di cocaina dal Sudamerica puntano verso l’Europa. E la porta d’ingresso principale continua a essere il porto di Gioia Tauro, in Calabria, il più grande terminal di trasbordo del Mediterraneo. Usato dalla ’ndrangheta per far entrare il suo “oro bianco”. Chili e chili di cocaina, nascosti negli oltre tre milioni di container che ogni anno transitano nel porto calabrese. Panetti occultati tra casse di frutta e merci di ogni tipo. Solo nel 2016, nel porto sono stati sequestrati circa 1.700 chilogrammi di polvere bianca purissima. E nel 2017, in poco più di un mese, sono stati già intercettati nei container 127 chili di cocaina in tre diverse operazioni antidroga. «I controlli per bloccare traffici illeciti e soprattutto l’utilizzo del porto di Gioia Tauro per i collegamenti tra il Sud America e l’Europa continuano e non si fermano», ha commentato il capo della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho.

Il 27 gennaio la Guardia di finanza di Reggio Calabria e il servizio di vigilanza della dogana hanno messo le mani, nel corso di due sequestri, su 72 chili di coca nascosti in un container che trasportava gas combustibile e in un altro contenente sacchi di legumi. E il 6 febbraio sono stati bloccati, in sinergia con l’Agenzia delle dogane, altri 55 chili di cocaina purissima divisi in 51 panetti, nascosti in un container in arrivo dall’Argentina. I panetti si trovavano chiusi nei borson dietro fusti contenenti succo di limone destinato a una industria dolciaria in Italia. Un tesoretto destinato alle principali piazze di spaccio d’Europa, Milano in testa, che avrebbe fruttato 11 milioni di euro.

«Le mafie i soldi li fanno con la cocaina», continua a ripetere Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, ex aggiunto a Reggio Calabria, e autore con Antonio Nicaso del libro Oro bianco. «I soldi la ’ndrangheta non li fa con le mazzette, quello serve più che altro a delimitare il confine di competenza». Secondo una stima (un po’ vecchia), il traffico di cocaina costituisce per i clan calabresi il 66% delle entrate annue, che si aggirano intorno ai 44 miliardi di euro. Nel corso di una telefonata intercettata, uno ndranghetista dice: «Abbiamo trascorso una notte intera a contare soldi con due macchinette e non abbiamo finito». La cocaina viene comprata in Sud America a 1.200 euro al chilo, e rivenduta in Europa a 40mila.

Cosa nostra e camorra si appoggiano ormai alla ’ndrangheta per comprare grandi partite di cocaina, confermando come la mafia calabrese sia ormai «monopolista del traffico di droga»

Altre volte la cocaina viene intercettata prima di passare per Gioia Tauro. A inizio gennaio, l’operazione Buena Ventura ha rivelato l’esistenza di una organizzazione lungo l’asse Calabria-Bogotà, che prevedeva l’arrivo della cocaina in aereo o nel porto calabrese. La droga sarebbe dovuta arrivare in Italia nascosta nei container pieni di frutta o pesce surgelato. Tanto che alcuni trafficanti calabresi avevano allestito nella Locride un negozio per la rivendita di pesci surgelati provenienti dal Sud America.

Il 24 gennaio, poi, nell’operazione Stammer, firmata da Nicola Gratteri, sono finite in manette oltre 50 persone in 15 regione italiane. E nell’ambito della stessa inchiesta nel 2016 sono state sequestrate otto tonnellate di cocaina, nascosta in una piantagione di banane vicina al porto di Turbo, in Colombia, di cui 1.500 chili già impacchettati e pronti per essere spediti. Il carico avrebbe fruttato un miliardo e 600 milioni di euro. Nelle intercettazioni si sentono i calabresi discutere con i colombiani. «Senor, credo che è arrivato il momento di parlare chiaro. Dopo quattro mesi, tre volte, mi hanno fatto portare dieci milioni di euro a Genova, e non è arrivato niente... Allora c’è questo materiale? Se c’è il materiale portatelo qui e noi ve lo paghiamo subito». E a Mileto era arrivato pure tale JJ, una sorta di “ostaggio” colombiano garante della buona riuscita dell’operazione. Se l’operazione andava a buon fine, il colombiano tornava in Sudamerica. Altrimenti, era prevista la sua eliminazione fisica.

La polvere bianca sequetrata nelle piantagioni colombiane era destinata ai porti italiani. Non solo Gioia Tauro, anche Genova e Napoli. Fa parte della strategia di diversificazione dei trafficanti. Ma è anche una conseguenza dei controlli pressanti sul porto calabrese. Come ha racconta il cognato del boss Mico Molè, diventato collaboratore di giustizia, per fare arrivare i container a un certo punto è stato scelto anche il porto di Genova «perché a Gioia Tauro i controlli erano spaventosi e si perdeva troppo».

Una volta arrivati i panetti in Italia, i clan calabresi si sarebbero occupati di distribuirla alle altre mafie in Sicilia e Campania. A dimostrazione che cosa nostra e camorra si appoggiano ormai alla ’ndrangheta per comprare grandi partite di cocaina, confermando come la mafia calabrese sia ormai «monopolista del traffico di droga», ha spiegato Gratteri.

Negli enormi container che ogni giorno affollano le banchine del porto di Gioia Tauro, oltre alla merce legale circolano tonnellate di cocaina. Ma per ogni container sequestrato, ce ne sono altri nove che arrivano indenni a destinazione

Fiumi di denaro e una capacità commerciale enorme, potendo contare sui cosiddetti broker (gli uomini della ’ndrangheta che parlano anche due o tre lingue e contrattano con i narcotrafficanti) e su un porto, come quello di Gioia Tauro, su cui la ’ndrangheta ha messo gli occhi sin dagli albori, quando sarebbe dovuto diventare il quinto polo siderurgico italiano. Che non è solo la porta della coca per l’Italia, ma per l’Europa intera.

Negli enormi container che ogni giorno affollano le banchine, oltre alla merce legale, circola di tutto. Non solo tonnellate di cocaina, ma anche armi e rifiuti. Spesso caricati all’insaputa di chi compie il trasporto. Per ogni container sequestrato, ce ne sono altri nove che arrivano indenni a destinazione. Come spiega Roberto Di Palma, sostituto procuratore di Reggio Calabria, «per controllare un container ci vuole un giorno. Se teniamo conto che ogni anno ne passano oltre 3 milioni, aprirli tutti sarebbe impossibile».

Si fanno controlli sui documenti di viaggio, ci si affida a sofisticare apparecchiature di scanner. Ma è una guerra difficile da vincere. I magistrati ipotizzano che la ’ndrangheta abbia piazzato i suoi uomini nella manodopera portuale. Non necessariamente affiliati ai clan, ma dipendenti infedeli e corrotti. Nel 2011 un dirigente della società di gestione della banchina merci del porto Gioia Tauro venne fermato mentre tentava di allontanarsi con 16 borsoni contenenti 519 chili di cocaina purissima. E da qui si scoprì l’esistenza di vere e proprie squadre per il recupero della polvere bianca.

L’oro della ’ndrangheta è stata così trasformata dai calabresi in sballo di massa. Quello che i magistrati sequestrano è solo il 10% di quello che passa. Anche nel porto di Gioia Tauro, situato sulla rotta tra il canale di Suez e quello di Gibilterra. Una gallina dalle uova d’oro per i clan assetati di denaro.

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