Altro che lavoretti: serve una legge per tutelare gli occupati della gig-economy

Le proteste dei riders di Foodora spingono il deputato Airaudo a presentare una proposta di legge per estendere i diritti dei nuovi lavoratori. «In assenza di un intervento legislativo si è creata una zona grigia tra lavoro autonomo e subordinato, ma è solo un’altra faccia del precariato»

Uber

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16 Febbraio Feb 2017 1410 16 febbraio 2017 16 Febbraio 2017 - 14:10

La chiamano gig-economy, oppure economy on demand. «Qualcuno ne parla come l’economia dei lavoretti» racconta un ex rider di Foodora, società attiva nel servizio di consegna a domicilio di pasti preparati in ristoranti convenzionati. «Forse per sminuire il nostro impegno e giustificare un trattamento retributivo al limite della legalità». Adesso una proposta di legge depositata alla Camera da Sinistra Italia chiede di garantire diritti e tutele anche ai lavoratori di queste nuove realtà. L’iniziativa del deputato Giorgio Airaudo nasce della protesta di una cinquantina di fattorini torinesi della nota azienda. «Giovani finiti in una zona grigia tra lavoro autonomo e subordinato», spiega il parlamentare.

Anzitutto una precisazione terminologica. La proposta di legge non si occupa di sharing economy. «Nella gig-economy - si legge nel documento - non si rinvengono significativi elementi di condivisione: nel servizio a pagamento di consegna del cibo a domicilio non si condividono bicicletta, smartphone o altro; nel servizio taxi non si condividono le automobili o la benzina (è il caso di Uber, ndr)». Il tratto distintivo? «In questi esempi di attività lavorative l’unico elemento in comune con la sharing economy è il fatto che basano le proprie operazioni su piattaforme digitali, ma la somiglianza finisce qui».

Airaudo presenta l’iniziativa legislativa nella sala stampa di Montecitorio. Insieme al deputato ci sono anche due ex lavoratori di Foodora. La proposta di legge ricorda le proteste dello scorso autunno. «Inizialmente i lavoratori hanno avviato un contenzioso sulle biciclette - si legge - che sono tenuti a fornire a proprie spese, facendosi carico anche della manutenzione dei mezzi. Idem per smartphone e costi telefonici. Successivamente il contenzioso è stato esteso al passaggio da una retribuzione oraria di 5,40 euro ad una retribuzione a cottimo». Uno stipendio pari a circa 2,6 euro a consegna, spiegano gli ex fattorini. In seguito aumentato a 3,6 euro. «Ma considerare la nostra occupazione come un “lavoretto” è vergognoso» raccontano. «È un lavoro a tutti gli effetti, che nasconde fatica e sudore. Si pedala in media tra i 7 e i 10 chilometri ogni ora, con la pioggia e con il freddo, tra l’inquinamento e il traffico».

«Questi giovani sono finiti in una zona grigia tra lavoro autonomo e subordinato. Di fatto siamo davanti a un’altra faccia del precariato e tocca alla politica rispondere»

Eppure, come spiega la proposta di legge, i fattorini che lavorano per Foodora non sono dipendenti, ma liberi professionisti assunti con un contratto di collaborazione coordinata. «Non hanno quindi alcun diritto a ferie, copertura per infortuni o malattie pagate». E questo nonostante numerosi elementi di subordinazione, «come il fatto di essere tenuti a indossare un’uniforme aziendale, di avere un orario concordato, turni stabiliti e un luogo prefissato di partenza per le consegne». Freelance o dipendenti? La tipologia del lavoro è sicuramente nuova. Una zona grigia, appunto. Ma a sentire i deputati di Sinistra Italiana non è una situazione marginale. «Stiamo parlando di segmenti del mercato del lavoro che si espandono» spiega Antonio Placido, componente della Commissione Lavoro. Il problema dell’inquadramento dei lavoratori della gig-economy è globale. «Negli Stati Uniti - spiega la proposta di legge - hanno fatto notizia i numerosi processi incardinati contro Uber con l’obiettivo di far luce sulle condizioni di lavoro degli autisti e di stabilire se siano lavoratori autonomi o no. Nell’estate 2016, a Londra hanno scioperato i lavoratori di Deliveroo e UberEats, per contrastare il tentativo delle aziende di passare da una retribuzione oraria ad una a cottimo».

La chiamano gig-economy, oppure economy on demand «Qualcuno ne parla come l’economia dei lavoretti. Forse per sminuire il nostro impegno e giustificare un trattamento retributivo al limite della legalità»

Adesso il tentativo di un intervento legislativo anche in Italia. La proposta di legge è stata presentata, sotto forma di emendamento, anche nell’XI commissione, dove è in corso l’esame del provvedimento sul lavoro autonomo. «Sono solo tre articoli - racconta Airaudo - Con poche modifiche alla legislazione vigente si possono garantire diritti ai lavoratori». Anzitutto si precisa che costituiscono rapporto di lavoro subordinato anche «le prestazioni di lavoro le cui modalità di esecuzione sono organizzate o coordinate dal committente con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro, anche se rese prevalentemente o esclusivamente al di fuori della sede dell’impresa, e che richiedano un’organizzazione, sia pure modesta, di beni e strumenti di lavoro da parte del lavoratore, come ad esempio l’uso del proprio computer o del proprio mezzo di trasporto». Tra le altre disposizioni, poi, vi è il diritto di precedenza nelle assunzioni effettuate dal datore di lavoro entro i successivi dodici mesi, «con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei precedenti rapporti di lavoro». Ma anche il riconoscimento di un’indennità per l’utilizzo dei beni di proprietà utilizzati per lavorare e la loro manutenzione. «Di fatto siamo davanti a un’altra faccia del precariato a cui tocca alla politica rispondere - insiste Airaudo - Se vogliamo essere solidali con questi lavoratori, basta approvare questo emendamento».

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