Siamo tutti un po’ mafiosi, che ci piaccia o meno

Nel suo libro “La mafia siamo noi”, Sandro De Riccardis realizza una mappa precisa delle mafie di oggi, raccontando una società connivente e spesso ignara della criminalità

Anime Nere

Frame di Anime Nere, film diretto da Francesco Munzi

24 Febbraio Feb 2017 0942 24 febbraio 2017 24 Febbraio 2017 - 09:42

È uscito da poche settimane, pubblicato da Add Editore e si chiama La Mafia Siamo Noi. È il primo libro di Sandro De Riccardis, cronista giudiziario di Repubblica, che dopo 10 anni di inchieste sui principali scandali di corruzione politica e criminalità organizzata, decide di realizzare una mappa precisa della mafia - anzi, delle mafie - oggi.

Cos'è oggi la mafia? Com'è cambiata? Chi sono i mafiosi? E, soprattutto, perché saremmo mafiosi anche noi?

De Riccardis risponde tracciando linee, unendo punti solo apparentemente distanti del nostro paese, raccontando storie di una società connivente e spesso ignara, ma anche testimonianze di coraggio e di impegno civile, e fa tutto questo con la lucidità del giornalista, con il mestiere di chi privilegia i fatti alle interpretazioni, di chi rifugge le ramanzine retoriche e ci presenta i nomi, le date, gli eventi. Insomma, la storia (anche recentissima) e non la fiction.

L'ho intervistato a Milano, bevendo una birra sui Navigli, parlando di mafia, di cultura, di educazione, di cosa potremmo o dovremmo fare noi, cittadini "normali", per non diventare complici inconsapevoli di dinamiche mafiose.

Quando è nata l'idea del libro?
Non c'è stato un momento preciso. Il libro racconta vicende che vanno dagli anni Ottanta ad oggi. Da quando ero studente, in Puglia, negli anni del maxi-processo alla Sacra Corona Unita, fino alle inchieste più recenti, qui, in Lombardia, che ci dimostrano come esista un fil rouge che attraversa il Paese, da nord a sud; come la mafia sia profondamente radicata nella nostra società e, nonostante ciò, sia vissuta come un fatto a sé stante, diverso da noi, come se ci fosse una parte criminale, malata se vogliamo, distinta dal corpo sano della società civile, che saremmo noi

E non è così?
No, perché la mafia non è solo quella dei boss e dei picciotti. La mafia sono gli ingegneri, i geometri, gli architetti, i lobbisti, i medici, i cancellieri dei tribunali, i piccoli e i grandi imprenditori. La mafia è la rete di funzionari e burocrati della pubblica amministrazione che consente alla malavita di sopravvivere ai cambiamenti politici. È il network che resta sempre lì, dove una firma può valere milioni di euro e negarla può costare la vita.

Ma la mafia è anche un fatto culturale...
Senza dubbio. La mafia è anche la signora che chiama il potente del quartiere per riavere la macchina rubata, è il funzionario comunale che chiude un occhio, è il ragazzo che compra un po' d'erba per far serata con gli amici, è il prete che non guarda al di là della propria parrocchia. Di certo la mafia non è quella che ci hanno raccontato le fiction televisive generaliste. Fiction che hanno anzi incontrato il favore dei clan, proprio perché contribuivano ad alimentare un'immagine posticcia ed estremamente parziale della criminalità.

La mafia è profondamente radicata nella nostra società, e nonostante ciò, è vissuta come un fatto a sé stante, diverso da noi. L'indifferenza è un grande alleato della criminalità. Forse il più grande

Possiamo quindi dire che esiste una retorica anti-mafia che piace anche alla mafia stessa?
Assolutamente sì. Esiste l'anti-mafia di maniera, che vive di commemorazioni, di anniversari, di cortei e fiaccolate ed è un'antimafia spesso corrotta dalle stesse logiche che dovrebbe sconfiggere, fatta di associazioni che ricevono fondi per la promozione della cultura antimafiosa, che non vengono neppure destinati - se non in minima parte - alle attività preposte. L'anti-mafia che piace alla gente e non serve a niente. L'anti-mafia che non agisce mai, concretamente, sul territorio, nella battaglia quotidiana per rosicchiare potere alla criminalità, per offrire un'alternativa sociale a chi vive in contesti fortemente mafiosi. Alla mafia piace l'antimafia degli slogan, dei proclami, delle targhe e delle belle parole, che nulla fa - realmente - per cambiare la situazione; l'anti-mafia sostanzialmente innocua, intenta ad alimentare la narrazione epica di chi alla mafia ha avuto il coraggio di opporsi, riducendo la questione allo schema classico dell'Eroe che lotta contro il male

Non sono forse eroi, quelli che la mafia l'hanno combattuta?
Sono uomini, sono cittadini, sono modelli di umanità e di civiltà che hanno avuto la forza di opporsi - nel loro luogo e nel loro tempo - alla criminalità. Hanno pagato con la vita per questo. Ricordarli è sacrosanto ma consacrarli al ruolo di "eroi" ci espone al rischio di pensarli come "super-uomini", di nuovo un qualcosa di altro rispetto a noi, e di non sentirci - di conseguenza - chiamati a fare la nostra parte. Perché non tutti siamo eroi, no? Perché l'eroismo è un fatto eccezionale, non può essere la norma. Purtroppo però non si può pensare che essere anti-mafiosi significhi conoscere e interpellare le icone dell'antimafia. Non basta mettere un like su Facebook, per sentirsi dalla parte dei giusti. Non basta pubblicare la fotografia di Falcone e Borsellino, o ricordare Peppino Impastato. Non solo non è sufficiente, è per l'appunto comodo e riduttivo. Ecco, per essere anti-mafiosi bisogna fare un po' di più.

Per esempio?
Per esempio impegnarsi materialmente, nel proprio contesto storico e culturale, per risolvere i problemi che sono sotto gli occhi di tutti. Creare, a nostra volta, una rete di cittadini che dedichino il proprio tempo a far funzionare meglio il sistema; che credano in una possibilità di riscatto, al di là delle intimidazioni. C'è chi lo fa, e lo fa senza cercare i riflettori, come Don Pino Puglisi, al quartiere Brancaccio di Palermo, che lavorava per la sua gente, che non si limitava alle omelie dall'altare ma cercava risposte ai problemi della cittadinanza, aiutando i parenti dei carcerati, i bambini senza istruzione, le famiglie senza lavoro, sottraendo così potere ai clan che, si sa, attecchiscono tanto meglio quanto più latitano opportunità e alternative.

Serve l'impegno attivo, dunque
Quello sempre, ma sarebbe utile anche, semplicemente, rendersi conto di quanto - come cittadini - diventiamo strumenti inconsapevoli di riciclaggio del denaro sporco, quando pranziamo nei ristoranti, balliamo nei locali, facciamo shopping nei negozi comprati dai colletti bianchi dei clan.

Non è semplicissimo però capire quando mangiamo una pizza sporca...
Esistono delle associazioni, come l'Associazione Cortocircuito di Reggio Emilia, fondata da studenti che si sono fatti delle domande, che sono andati oltre la superficie delle cose e hanno collegato tra loro alcuni documenti (visure catastali, delibere comunali, interdittive antimafia, atti giudiziari) e dal 2009 monitorano il livello di infiltrazione della criminalità organizzata di stampo mafioso nel Nord Italia, evitando locali legati alla malavita.

Quindi conoscere, approfondire, non essere indifferenti
L'indifferenza è un grande alleato della criminalità. Forse il più grande. Nel libro racconto molte storie, tra cui quella di Libero Grassi, imprenditore siciliano che negli anni novanta si rifiutò di pagare il racket. Rilasciò un'intervista a Samarcanda, il programma di Santoro, e lo fece nella convinzione che il suo gesto sarebbe stato d'incoraggiamento per gli altri. Fu lasciato solo, completamente, anche dagli altri imprenditori che avrebbero dovuto appoggiarlo. Il suo gesto fu definito una "tamurriata" e pochi mesi dopo fu assassinato. Sono trascorsi quasi 30 anni da allora e dalle cronache recenti, non possiamo dire che le vittime della criminalità ottengano più attenzione e solidarietà dalla società e dalle istituzioni. Combattere la mafia non è semplice. Farlo da soli, spesso, è impossibile.

Conclude così, l'autore. E io concludo dicendovi che La Mafia Siamo Noi ci accompagna alla scoperta di una mafia vecchia che s'è rinnovata. Ci spiega, senza paternalismo. Ci interpella. Ci richiama, indirettamente ma inevitabilmente, alle nostre responsabilità di cittadini.

La Mafia Siamo Noi ci racconta una criminalità diversa da quella che ricordiamo attingendo alle memorie della nostra infanzia o della nostra adolescenza, una mafia assai lontana dalle stragi di Capaci e di Via D'Amelio, lontana dall'immagine di Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani, che in chiesa, con voce rotta, chiedeva ai mafiosi di pentirsi, di inginocchiarsi, di avere il coraggio di cambiare per poi concludere che "tanto loro non cambiano".

La Mafia Siamo Noi ci porta lontano dalla Piovra, dalle fiction Mediaset e pure da Gomorra. Questo libro va oltre, entra nel nostro vissuto e nel nostro quotidiano. E per questo vale la pena leggerlo anche nelle scuole (non a caso, Add Editore in collaborazione con la Libreria Bodoni organizza un'iniziativa rivolta ai licei sul tema della cittadinanza attiva, proprio a partire dalla lettura di questo volume).

La Mafia Siamo Noi è un libro di 240 pagine, ciascuna delle quali capace di suscitare interesse, rabbia, frustrazione, fiducia, disprezzo e stima. Stima per chi fa. E pure per chi - come De Riccardis - racconta storie che altrimenti ignoreremmo.

(il libro sarà presentato a Milano sabato 4 marzo, dalle 18, presso al libreria Centofiori)

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