Industria

L’ultimo sigaro: così l’Italia ha (quasi) perso l’industria del tabacco

Contrabbando, governance pubblica malata, privatizzazioni-thriller, robot che “rubano” il lavoro agli operai e divieti sul fumo. L'Italia ha perso la sua industria delle sigarette per un mix letale di fattori. Rimane il sigaro Toscano. E le vecchie manifatture, che vanno riconvertite

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CPT TANNER - No 2 Army Film and / IMPERIAL WAR MUSEUMS / AFP

25 Febbraio Feb 2017 0830 25 febbraio 2017 25 Febbraio 2017 - 08:30
Messe Frankfurt
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La disoccupazione nuoce gravemente alla salute. Bisognerebbe scriverlo sui pacchetti di sigarette. Lo sanno bene a Lecce, a Bologna, a Cagliari, a Palermo – un po' dappertutto in giro per l'Italia. Erano i distretti industriali dove si lavorava il tabacco per conto dell'Eti, Ente tabacchi italiani: 20 diverse manifatture di Stato, durante l'età d'oro dell'industria delle sigarette, dove si trasformavano foglie e trinciati per produrre marchi noti e altri che rimangono solo nell'immaginario collettivo: le Sax, le Nazionali, le Eura, le MS. Venti manifatture ridotte prima a sette – ancora in regime pubblico – e infine a zero dopo la privatizzazione che nel 2004 ha ceduto la mano a British American Tobacco.

La disoccupazione nuoce gravemente alla salute. Come abbiamo perso la nostra industria di sigarette?

Come è stato possibile perdere un'intera industria in un mercato, quello italiano, che assieme a quello tedesco era ed è l'unico a garantire margini di profitto rilevanti in Europa? Le ragioni, come vedremo, non mancano: l'automazione in primis. È il grande spauracchio per i lavoratori contemporanei che la vivono come un dramma nei settori più disparati, dalla logistica alla banche passando per i taxi, e che già sul finire degli anni ottanta mieteva le sue prime vittime: nel 1990 le macchine tiravano 6mila sigarette al minuto con il 10 per cento di scarti; oggi si brevettano e progettano robot che ne tirano 36mila con l'1 per cento di scarto. Tradotto in posti di lavoro? Significa che invece di sette addetti ne basta uno. A visitare una manifattura oggi ce ne si rende conto: pare di entrare in un ospedale di provincia, un museo o un mausoleo: poche persone, silenzio di tomba interrotto solo dal rumore di fondo delle macchine. Alla British American Tobacco, oggi, basterebbe una sola fabbrica per nutrire i suoi tabagisti in tutto il vecchio continente. Quella alla concentrazione produttiva è una tendenza tutt'altro che mono settoriale e solamente italiana. Riguarda l'intera l'industria di trasformazione agroalimentare o similare, almeno nei grandi marchi standardizzati, che non puntano su produzioni locali di qualità e filiere corte. Vale per la birra, per i succhi di frutta, i formaggi.

Ma non sono i robot la sola causa del declino. Piuttosto un mix di fattori radicato nei decenni addietro: consapevolezza dei consumatori sui rischi per la salute che portarono un calo generalizzato di fumatori, sopratutto maschi, in Occidente. Mentre crescevano i Paesi in via di sviluppo e la componente femminile trainata dall'emancipazione crescente sul lavoro, la maggiore capacità di spesa in proprio e il crollo del velo di omertà che costringeva le donne dell'Italia, sia rurale che cittadina, a nascondersi per aspirare nicotina; tasse che gonfiano il prezzo del pacchetto; divieti sul fumo, che trovano la massima realizzazione nella legge Sirchia varata proprio l'anno prima della privatizzazione del 2004. Una nazione che nel dopoguerra si era abituata a fumare nei pub, nelle scuole, nelle sale cinema al ritmo di pellicole di Sergio Leone, addirittura negli aerei. Una curiosità? Quel divieto fu rispettato, quasi subito, le multe sono poche mentre non si può dire lo stesso per altri semafori rossi di Stato come le cinture di sicurezza obbligatorie o i caschi in motorino. Oggi basta farsi un giro per i licei della penisola per scoprire che giovani studenti, novelli fumatori, combattono una battaglia quotidiana con i bidelli, alla ricerca di una zona franca per “trasgredire” alle proibizioni.

Nel 1990 un robot tirava 6mila sigarette al minuto con il 10 per cento di scarti. Oggi può farne 36mila con l'1 per cento. L'automazione ha colpito ancora

Ferite all'industria continuavano ad essere inferte anche dai contrabbandieri. Per tutta la seconda metà del novecento il traffico era “tollerato”, in primis dai vertici: ci sono stati casi sporadici, al limite dell'eclatante, in cui noti trafficanti venivano ricevuti dai Prefetti per le proprie rivendicazioni. Erano percepiti come un reati fiscale, tributari, per tradizione lasciati correre. Eppure i numeri erano chairi: ogni aumento di prezzo al pacchetto vedeva un simultaneo aumento del contrabbando. Meglio il tabacco che le armi o la droga, si pensava ingenuamente negli uffici di polizia, prima che la Direzione investigativa antimafia cominciasse a scrivere a chiare lettere nei propri report semestrali come stavano le cose: le rotte dei TLE (Tabacchi lavorati esteri) erano le stesse di armi, droga, prostituzione, documenti falsi, automobili rubate, carte di credito. Con specifico riferimento a strutture criminali simil-mafiose dell'est europeo o dell'ex Jugoslavia che trovavano gioco facile nelle aree di libera circolazione e nell'allargamento a est dell'Europa.

Da ultimo: la governance malata del settore pubblico aggravò la situazione. L'Eti era una sorta di ministero-ombra posseduto dalla Finanze ma i giochi di potere al suo interno riguardavano molti: sindacati, Ministero delle Poste, l'Amministrazione dei monopoli, poi Agenzia dogane e monopoli. Basti pensare che ogni nuovo ministro che si succedeva faceva pressioni per aprire una manifattura nel proprio collegio elettorale. Erano tanti posti di lavoro, tanti voti per sé o per il partito. Così si arrivò a 20 stabilimenti, molti improduttivi. Quando si prese la decisione di privatizzare – quasi 10 anni più tardi rispetto a quanto fatto da Francia e Spagna, che avevano quotato i propri monopoli, sul modello di Poste italiane per intendersi – si ebbe una situazione paradossale: tutti sapevano che era necessario privatizzare il comparto e nessuno voleva farlo. Non voleva il sindacato, ovvio, che aveva già preso la batosta di 12 stabilimenti chiusi tutti in una volta; non avrebbe voluto la politica, con l'esclusione del tandem Tremonti-Siniscalco che in quella possibilità vedeva un modo per fare cassa e riunire il gotha imprenditorial-bancario su un solo affare, nonostante la cifra poi strappata a Bat – quasi 2,4 miliardi di euro – risultò essere vantaggiosa se comparata a molte altre privatizzazioni-concessioni di quella fase: siderurgia e autostrade su tutte.

Non voleva nemmeno Philip Morris. La multinazionale aveva battuto nei decenni prima tutti i concorrenti, firmando dei contratti di licenza con i monopoli italiani, per produrre dentro le manifatture del Bel Paese alcuni marchi della propria, vastissima, gamma: il brand italiano Diana su tutti e gran parte della produzione Marlboro. Un compromesso vantaggioso: produco a costi più elevati ma mi assicuro il mercato interno – arrivò a toccare il 55 per cento delle quote di mercato italiano. Per i monopoli i vantaggi erano chiari: i soldi ricevuti dai contratti di licenza; produrre e distribuire le “proprie” sigarette seppur per conto terzi e sopratutto importare il know-how americano che venne copia-incollato sui marchi nazionali come la MS. Andava bene a tutti e il gigante della Virginia non voleva sentir parlare di concorrenti in particolare perché, per via delle leggi sull'antitrust, non avrebbe potuto concorrere alla “gara” per la privatizzazione. Fece di tutto per boicottare il principale avversario, British American Tobacco. Alla gara si presentò una cordata di imprenditori italiani di chiara ispirazione Philip Morris. Con nomi dipeso: in prima fila il boss di Ferrari, Luca di Montezemolo, assieme a Della Valle, Chicco Gnutti, Sanpaolo, la banca d'affari Interbanca e Centrobanca – la ex partecipata delle Popolari lombarde in quegli anni finita nell'orbita di Ubi. Era la cosidetta “cordata italiana” – molti dei nomi ritorneranno cinque anni dopo con la sigla di “capitani coraggiosi” nell'affare Alitalia.

Decine di concause: il contrabbando tollerato, i divieti sul fumo (curiosamente rispettati) e una privatizzazione da thriller che nessuno voleva. Il sindacato, la politica, nemmeno Philip Morris

Gli avversari da battere erano sostanzialmente due: la Imperial Tobacco di Bristol, di cui non furono mai chiari gli obiettivi reali visto che fece un'offerta di quasi un miliardo inferiore a quella di Bat - quasi una mossa diversiva, quella di Imperial, per dare l'illusione di una sfida all'ultimo sangue. Fu proiprio Bat ad aggiudicarsi la vendita dell'intero comparto - sigari, sigarette e distribuzione - ma poi costretta a stornare al gruppo franco-spagnolo LOGISTA l'ultimo dei tre business. Philip Morris evitò così una débacle totale. Sarebbe stato uno schiaffo vedere i propri prodotti distribuiti nelle tabaccherie, negli autogrill e negli aeroporti dal principale concorrente.

Cosa è rimasto di quella battaglia quasi 15 anni dopo? Un solo vanto italiano – il Toscano che non interessava alla Bat e venne ceduto nelle mani del Gruppo Maccaferi nel 2006, arrivando a raddoppiare in dieci anni il fatturato e la produzione, con quasi 200 milioni di sigari prodotti fra Lucca (fatti a mano e a macchina) e Cava dei Tirreni (Salerno, dove si fanno gli aromatizzati). La restante eredià di quella fase non ha un invece un bell'aspetto: siti industriali abbandonati, tanti, troppi. Che al pari delle caserme militari o altre proprietà del demanio devono essere riqualificati. Lo si è fatto, in alcuni casi – pochi – ci si sta provando in altri. A Lecce, l'ultimo stabilimento a gettare la spugna, chiuso nel 2010, dove la perdita di manodopera fu dura per la città, si è provato a recuperare la forza lavoro con progetti finanziati proprio da Bat: insediare società di vario tipo, dalla produzione di sedili per aeromobili fino a imprese di pulizie. Non è andato in porto, per ora, lasciando con un pugno di mosche la provincia pugliese.

Cosa rimane? I siti industriali abbandonati da riqualificare. I comuni non hanno i soldi ma dove si è riuscito, come a Rovereto, è nato un incubatore di start up che è una perla in Europa. In Trentino hanno brevettato il primo drone sottomarino per le ricerche archeologiche

A Lucca, dove il business del Toscano è addirittura pre-risorgimentale (1853), c'è da salvare il vecchio stabilimento sostituito in epoca recente da uno più moderno ed efficiente. Si trova dentro a un ex convento, affascinante struttura dal punto di vista architettonico, che è stato ceduto alla città. Dovrebbe diventare un museo.

I vari progetti in giro per l'Italia si scontrano con una fase di congiuntura aspra per le finanze pubbliche locali, che se spesso non hanno i soldi per garantire i servizi pubblici essenziali, difficilmente possono mettere sul tavolo fiches di peso per riqualificare le aeree. Neppure nel cuore della locomotiva d'Italia: a Milano nord la ex manifattura tabacchi è un luogo di degrado che attira le ire e la propaganda della Lega Nord locale per via della presenza di insediamenti di migranti, senzatetto o nomadi.

3-02-2017, Lucca, Manifattura sigaro Toscano, Francesco Floris/LInkiesta

“Sigaraia” al lavoro nell'ultima fabbrica di Toscani fatti a mano

Non è un caso se uno dei pochi esempi vincenti si trovi in Trentino, dove la provincia gode di autonomia fiscale pressoché totale. A Rovereto, il 31 marzo 1998, si assisteva alla caduta di un mito, la caduta del “Gigante”. Così chiamavano i trentini la manifattura dei sigari. Nata sotto gli Asburgo e l'Impero austro-ungarico nella città più irredentista della regione, una volta finita in mani italiane divenne motore di sviluppo industriale e di accese lotte sindacali per i diritti delle donne – la manodopera era quasi tutta femminile. Quando chiuse lasciò orfana la città di un pezzo di storia prima ancora che di economia. La Provincia autonoma l'ha rilevata sul finire dei duemila e attraverso il proprio braccio finanziario – Trentino Sviluppo – ha creato un Fablab definito da Wired il più grande d'Europa: un incubatore di start up dove l'età media è 30 anni; il canone d'affitto per gli uffici delle aziende è fissato nella simbolica cifra di 60 euro al mese, se il progetto dei giovani neo imprenditori è considerato degno d'interesse. I settori? Green economy e manifatture digitali. Là dove c'erano sigari e foglie di tabacco oggi si fanno droni: è stato brevettato il primo drone sottomarino per le ricerche archeologiche, fabbricato con stampanti 3D e controllato a distanza con wi-fi e un tablet. Versione professionale a 40mila euro per le pubbliche amministrazioni o gli enti di ricerca e versione amatoriale a costi accessibili per i turisti dello Ionio o della Sardegna.

Drone sottomarino

Ex manifattura sigari di Rovereto

C'è infine il curioso destino della parabola bolognese. Dove proprio Philip Morris ha annunciato lo scorso autunno un investimento monstre per produrre le iQosle sigarette che scaldano ma non bruciano – a loro dire il futuro del mercato europeo su cui in 20 anni hanno investito più di due miliardi di euro. Le ripercussioni sulla salute ancora non sono chiare e ci si divide fra chi sostiene che senza fumi e catrame i danni siano enormemente inferiori e chi esprime più di un dubbio. Fatto sta che per la produzione, che servirà l'intero continente, è stata scelta la zona a cavallo fra Crespellano e Predosa, a nord ovest del capoluogo emiliano. Perché proprio lì? Perché quello è il distretto industriale leader al mondo per i macchinari, tecnologie e linee di produzione per la trasformazione del tabacco. C'è la Coesia – la ex GD della famiglia emiliana Seragnoli – oppure la Industria Macchine Automatiche dell'arcinoto e chiacchierato Alberto Vacchi

Lucca, Manifattura sigaro Toscano, Francesco Floris/Linkiesta

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