
In attesa di trovare il Sacro Graal, cioè una mitica “sintesi” ardua persino per Hegel, il cosiddetto Campo largo si appresta a un ennesimo psicodramma parlamentare sui soldi per la difesa. Come ha anticipato Ruggiero Montenegro sul Foglio, il 5 agosto ci saranno le comunicazioni di Giancarlo Giorgetti (con votazioni finali) sulle clausole di salvaguardia nazionale, cioè, tra l’altro, sui soldi da prevedere per la spesa per la difesa.
Com‘è noto, su questo tema il partito unico Pd-M5s-Avs è diviso. Elly Schlein è favorevole a spendere per la difesa purché sia coordinata a livello europeo e «non per il riarmo nazionale», un modo un po’ alla Alberto Tomba, nel senso del più grande slalomista italiano, per eludere la realtà: come la metti la metti, i denari vanno presi dal bilancio nazionale. E nessuno ha ancora spiegato come si possa finanziare il progetto di difesa comune europea senza attingere dalle casse italiane.
Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno invece una posizione più estrema: niente soldi per le armi, punto e basta. Il capo del M5S ha organizzato un tour estivo, antipasto di campagna elettorale, nelle più affollate spiagge italiane per sostenere la tesi russofila che da Mosca non arriva alcun pericolo e che è tutta una montatura per dare soldi agli americani.
Sembra di sentire non una personalità che si candida a governare il Paese ma un comiziante di Potere al popolo. All’interno del Pd – anche questo è stranoto – i riformisti, come Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Piero Fassino, non nutrono dubbi sull’esigenza di rafforzare le spese per la difesa. Grosso modo, dunque, nel Partito democratico convivono tre linee: Schlein-Provenzano, che dicono sì alle spese ma non troppo e non così; i riformisti, che tengono fermo il punto sulla necessità di difendere il Paese e l’Europa soprattutto dalla minaccia russa, che non è quella di «invadere l’Europa» in senso ottocentesco (anche se in Ucraina ci sono i carri armati di Mosca), ma è la guerra ibrida che punta a stravolgere le democrazie; infine ci sono i “pacifisti”, cioè la sinistra schleiniana e flotillera che nelle Feste dell’Unità va propagandando una posizione vicinissima a quella di Conte – “soldi non per le armi ma per gli ospedali” – ingannando i militanti e fomentandone il pacifismo irrealistico e sloganistico.
Altro che doppiezza. In questo bailamme che perdura da anni è impossibile che il Pd possa votare le risoluzioni di Conte e di Avs, che si opporranno senza se e senza ma a qualunque forma di spesa, comunque reperita (Safe). Ma tanto, spaccatura più e spaccatura meno, Elly Schlein non è preoccupata. A settembre, dopo i comizi putiniani del M5S, la “sintesi” si troverà. Magari con l’aiuto di Hegel.