
«Io sono Libera di nome e, soprattutto, di fatto». La frase non sta in una card motivazionale su Instagram ma in un’intervista al Corriere della Sera della vicesindaca di Livorno, Libera Camici, e voi ora penserete che questo sia il quattrocentesimo articolo in cui io alzo gli occhi al cielo per il Grande Indifferenziato: la classe dirigente che parla come le influencer.
Potrebbe invece essere una variazione: la classe dirigente che si veste come le partecipanti a “Temptation Island”. La signora Camici si costerna s’indigna e s’impegna perché, essendosi presentata a una conferenza stampa in mutande, i commenti hanno rimarcato che era appunto in mutande. «È stato usato il termine “scosciata”, che non verrebbe mai utilizzato per un uomo».
No, la signora Camici non vuole rimarcare lo svantaggio dei poveri uomini cui anche con quaranta gradi toccano in situazioni istituzionali la giacca e la cravatta. «Chi ha superato il limite sarà querelato».
Ma, benedetta donna, per quale reato? Quello di aver fatto notare a una in mutande che era effettivamente in mutande? Cosa pensava scrivessero, sotto una foto di una tizia in mutande in occasione pubblica: curiosità sulla pedonalizzazione del centro? Domande sulla chetogenica nelle mense scolastiche?
«Era una conferenza stampa importante per la città, e invece si è parlato delle mie gambe». Ma tu pensa. Ti presenti con meno stoffa addosso di quanta ne avesse Alba Parietti a “Galagoal”, e nella società dell’immagine si commenta quanto tu sia svestita. Ma è pazzesco. Ma chi l’avrebbe mai potuto prevedere.
«Ho un figlio piccolo, che per fortuna non usa i social. Se fosse stato più grande, probabilmente avrebbe subìto anche lui le conseguenze di tutto questo. I suoi coetanei avrebbero fatto commenti sulla sua mamma, con effetti devastanti». Signora Camici, non so come dirglielo, ma è altamente probabile li facciano già. Se con l’abbigliamento che ha in quelle foto va a prenderlo a scuola, diranno a suo figlio cose assai più sgraziate di quelle che può leggere sui social. La buona notizia è che nessun bambino è mai stato «devastato» dal fatto che i compagnucci di scuola avessero le loro prime polluzioni a causa della sua mamma.
Naturalmente io sono felice che Libera Camici a 44 anni possa finalmente affacciarsi sulle pagine nazionali dei giornali e smettere d’essere un’oscura amministratrice locale, possa dare un’intervista in cui neanche per mezza risposta dice «non distraiamoci, parliamo di» – qualunque fosse la questione per cui si teneva la conferenza stampa dirottata dal suo essere in mutande.
Sono felice che usi questo spicchio di riflettore per dire che esiste il patriarcato, una gabbia in cui stanno le donne che l’hanno criticata (avrei preferito: tutta invidia perché loro hanno le gambe cellulitiche e gli tocca mettersi qualcosa sotto la camicia). Sono felice che dica che non denuncia per sé stessa ma per dare una speranza a tutte le ragazze: è così che cominciano le carriere femminili da Michela Murgia in giù, mai dicendo che la tua stizza è tua e sei felice di prenderti le pagine di giornale esponendola, ma sempre sempre sempre che ti sacrifichi per le altre. Tu martire, tu sorella, tu canarino nella miniera.
Sono felice che dica frasi senza senso da card di Instagram, «da questa vicenda esco più forte di prima», perché è così che si comunica ormai con un elettorato analfabeta e complessato che s’indispettisce moltissimo se la classe dirigente si dimostra meno analfabeta di lui.
Sono felice di quasi tutto, anche del suo avere dirottato il mio pezzo di oggi, che sarebbe comunque stato un pezzo sul suo ordine professionale ma preso da un’altra angolazione: esiste un mestiere più impopolare del sindaco?
Come può accadere che qualcuno voglia ancora fare il sindaco, considerato che in qualunque città gli abitanti detestano il sindaco e disprezzano l’amministrazione locale?
Su Instagram c’è un tal Tommaso Goisis che, in equilibro su un monopattino (il corrispondente maschile della conferenza stampa in mutande), dice che si è candidato a sindaco di Milano, che vuole le primarie (si percepiscono tutti Mamdani). Per fortuna Goisis è un uomo, così ho potuto mandare il suo video un po’ a chiunque chiedendo «ma chi è questo pirla», sentendomi rispondere «è un pirla che, al momento, è il migliore su piazza». Pensa gli altri.
Intanto, alla festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi (a Livorno la vicesindaca con un nome che sembra pensato da Age e Scarpelli, in Lombardia i lanci d’agenzia da posti con nomi che paiono inventati da Fruttero&Lucentini), Mario Calabresi dice che forse si candida a sindaco di Milano, tra i «maggiùra» di chiunque legga i giornali (è tanto di quel tempo che si sa che vuol candidarsi a sindaco che persino io ho fatto in tempo a scriverlo un paio di volte, e sapete bene che io se vedo una notizia mi scanso: doveva proprio essere una cosa che sapevano tutti).
Ma, poiché essere ambiziosi è assai più impresentabile che fare le conferenze stampa in mutande, non dice «ho deciso di svelare le mie mire proprio qui, nella ridente Vizzolo Predabissi», macché: parla della «tanta gente» che glielo chiede «per strada». Fermano Tom Cruise per sapere quando esce il nuovo film e Mario Calabresi per sapere quando ufficializza le sue ambizioni. Intanto, probabilmente ve ne siete accorti, a Bologna hanno ammazzato uno. È morto durante un fermo di polizia, e già questo non è un fatto inedito, e il sindaco ha convocato una manifestazione e la manifestazione ha sfasciato la città, e anche qui non è che proprio la cronaca brilli per originalità.
La mattina dopo ho visto davanti a me svolgersi il perfettissimo editoriale sugli incidenti, sul morto, sui vivi, sulle amministrazioni locali, sul rapporto tra i cittadini e la politica. Bar del centro, nove di mattina, un unico tavolino occupato da me, e un’unica cliente al bancone. Tatuaggi ovunque, che una volta avrebbero fatto di lei una tamarra di periferia, ma ormai si tatuano anche le principesse e l’identità estetica non esiste più. Ciabattine di Hermès, che una volta avrebbero fatto di lei una ricca ma ormai ci sono delle imitazioni perfette ai piedi di qualunque manicure cinese, e gli accessori non permettono più di valutare il reddito.
Ella arringa il barista premettendo che «purtroppo» suo padre è uno dei consiglieri del sindaco, cosa che poi scoprirò il barista sapesse già perché la conosce, e quindi desumo ella dicesse perché la apprendessi io, l’unica altra persona dentro il bar: perché non scambiassi quelli di cui era ricoperta per i tatuaggi di una figlia di nessuno.
Dice la nostra signora dell’analisi politica che non è questione di sinistra e di destra, che ti fanno diventare razzista, perché lei il biglietto dell’autobus deve pagarselo e per gli immigrati è in omaggio, e una deve temere di essere violentata mentre torna a casa per questi «che nel loro Burundi li ammazzerebbero», e quelli come suo padre li vuole vedere, se non avessero settanta appartamenti di proprietà, se sarebbero ancora di sinistra.
No, l’editoriale non è questo. L’editoriale è quello del barista, che quando lei esce sbuffa che i clienti che gli parlano di politica non hanno idea di quanto importi poco, a lui, della politica. «Io, chiunque governi, alle cinque di mattina devo stare sull’autobus perché alle cinque e mezza devo essere qui».
E sì, lo so che sembra quella scena in cui Michele Apicella sbrocca perché il cliente del bar dice «noi italiani siamo fatti così: rossi, neri, alla fine tutti uguali», ma quando girò “Ecce Bombo” Nanni Moretti aveva venticinque anni: secondo me oggi darebbe ragione al barista. Alla cliente no, perché c’è un limite anche alla destra che uno può sentire senza inorridire. Però sono abbastanza sicura che, se Bologna improvvisamente sostituisse Lepore con un qualsivoglia sindaco di destra, alla signora non andrebbe bene neanche quello (perché le città sono ormai ingovernabili ed è impossibile che un sindaco accontenti i cittadini), e il barista invece continuerebbe a pensare che non è affar suo (lo penseremmo anche noi, se avessimo un autobus da prendere alle cinque).
Quindi resta la domanda: ma perché vogliono fare i sindaci? È sicuramente falso che Calabresi si sia fatto fare la gran domanda a Vizzolo Predabissi perché, dopo mesi passati a chiedere invano udienza a Elly Schlein, ha deciso di forzare la mano, e un video in monopattino gli pareva troppo poco istituzionale.
Non ho una risposta, ma c’è un passaggio nell’intervista di Libera Camici che mi ha resa davvero infelice. È quello in cui, a una domanda sul corpo delle donne come terreno di scontro politico, la Camici risponde: «Abbiamo una prima donna premier che preferisce farsi chiamare “il” presidente».
L’avrete notato anche voi: non c’è una politica di sinistra, sia essa consigliera comunale di Vizzolo Predabissi o capa di partito, senatrice o ex ministra, che quando si parla della Meloni non ritenga urgente rimarcare che quella pericolosa retrograda si fa mettere l’articolo maschile. E, se è il rimprovero che è più sensato ripetere, capite bene che, oltre al mistero del perché alcuni vogliano candidarsi a sindaco, non è chiaro perché chiunque debba un domani votare la sinistra, quando al governo c’è evidentemente una donna perfetta, così perfetta che tutto ciò che hai da rimproverarle è l’articolo determinativo.