La salute come un ecosistema Il professore Patrice Cani sta lavorando a una grande mappa del microbiota

Secondo il ricercatore vincitore del prestigioso Francqui Prize, considerato il Nobel belga della medicina, «il microbiota non spiega tutto, ma ignorarlo significa perdere una chiave fondamentale per capire salute, ansia e alimentazione»

Foto di Masakazu Sasaki su Unsplash

Quando parliamo di biodiversità pensiamo in genere alle foreste, agli oceani o agli insetti impollinatori. Ma secondo il professore belga Patrice Cani, uno dei massimi esperti mondiali di microbiota intestinale, c’è un’altra biodiversità che stiamo erodendo giorno per giorno: quella che vive dentro di noi. Il microbiota si compone di miliardi di microrganismi (batteri, virus, funghi) che popolano l’intestino e influenzano il metabolismo, la risposta immunitaria e la salute mentale. «L’ecosistema intestinale si evolve e si sta impoverendo in modo simile all’ecosistema terrestre», racconta a Linkiesta Gastronomika lo scienziato dell’Université de Louvain, tra i centri di eccellenza nelle scienze biomediche. «I bambini nati da genitori con un microbiota impoverito ne avranno uno impoverito già da piccoli e rischiano di sviluppare malattie».

Per le scoperte sull’interazione tra microbiota e cervello e sul ruolo essenziale dell’alimentazione nella salute, il professor Cani ha vinto a maggio il premio Francqui-Collen, il “Nobel” belga della medicina (250.000 euro) assegnato annualmente a ricercatori belgi o stranieri legati a un istituto belga da almeno dieci anni. Tra i suoi contributi più importanti c’è la definizione del ruolo di Akkermansia muciniphila, un batterio intestinale oggi considerato essenziale per il metabolismo e la salute della barriera intestinale. Più di recente, il suo laboratorio ha identificato una nuova specie, Dysosmobacter welbionis, le cui molecole potrebbero aprire nuove prospettive nella prevenzione e nel trattamento di alcune malattie metaboliche, come il diabete di tipo 2.

La novità della ricerca non è tanto che l’intestino “conta”, ma che esiste un vero e proprio asse di comunicazione continua tra cervello e intestino. Quest’ultimo, dice Cani, è come un castello circondato da mura (le pareti intestinali) e fossati (il muco che tiene i batteri a distanza) e protetto da soldati (sistema immunitario) che abbatteranno solo i batteri indesiderati. «Se l’alimentazione è povera di fibre, frutta, legumi e troppo ricca di grassi saturi, i fossati si prosciugheranno, le mura si riempiranno di buchi e i soldati perderanno le armi, favorendo l’avvicinamento dei batteri tossici». Se entrano, questi ultimi causano un’infiammazione che può essere deleteria per tutti gli organi. Ad esempio, il fegato inizierà a funzionare male e il tessuto adiposo non riuscirà più a bruciare l’energia, immagazzinandola, portando a disturbi come l’obesità o le malattie cardiovascolari.

Tra l’intestino e il cervello c’è un vero e proprio dialogo bidirezionale. Se il microbiota è alterato, l’intestino invierà impulsi negativi ai neuroni, generando ansia e malattie mentali, possibili cause di altre malattie. Viceversa, quando il cervello opera in un ambiente stressante invierà segnali di disagio all’intestino, che possono causare un’alterazione della funzione di barriera dell’intestino.

Ma il microbiota è condizionato non solo da quello che mangiamo. Sostanze esterne, come i PFAS, inquinanti non biodegradabili presenti un po’ ovunque, e i conservanti alimentari contribuiscono a modificarlo e a cambiare la sensibilità intestinale. Ci sono poi i fattori sociali, come la provenienza geografica, il background migratorio, le possibilità economiche.

È proprio per comprendere meglio queste interazioni che Cani, che all’UCL dirige un gruppo di ricerca in Metabolismo e Nutrizione presso il Drug Research Institute, sta lavorando a un ambizioso progetto di ricerca sulla popolazione del Belgio francofono. L’obiettivo è creare una grande mappa del microbiota, raccogliendo non solo campioni biologici, ma anche informazioni sull’alimentazione, le condizioni socioeconomiche, l’ambiente di vita e il benessere psicologico dei partecipanti. «Per capire davvero il microbiota non possiamo limitarci a studiare i batteri: dobbiamo considerare il contesto in cui vivono le persone», spiega, e aggiunge: «Io provengo da una famiglia di immigrati italiani, quello che mangio non è la stessa cosa che mangiano i belgi tradizionali». Inoltre, chi cambia Paese per studio o lavoro cambia alimentazione e microbiota, e sarà soggetto agli ostacoli e alle potenziali malattie derivate dall’integrazione in una nuova realtà.

La novità del progetto, però, è soprattutto un’altra. Molti studi sul microbiota coinvolgono volontari già interessati alla salute, spesso più istruiti e con maggiori risorse economiche, o persino già consapevoli del ruolo del microbiota. Cani vuole invece raggiungere quella che definisce «la popolazione reale»: persone con background migratorio, anziani, famiglie vulnerabili, cittadini che normalmente restano ai margini della ricerca scientifica. Per farlo, il suo gruppo collaborerà con medici di medicina generale, centri sanitari, servizi sociali.

Nel Belgio fiammingo, i suoi colleghi avevano già raccolto dati (Flemish Gut Flora Project), ma in maniera generica e senza informare i volontari sui risultati. Così in Francia: «Il progetto French Gut intende raccogliere centomila campioni, ma le informazioni ottenute sulla composizione del microbiota, non molto precise, finiranno poi in un pool di dati senza dare alle persone un riscontro personalizzato», dice Cani. Il suo gruppo di ricerca punta invece a questo: poter dare una risposta agli individui esaminati, al fine di trovare soluzioni e strumenti per migliorare il proprio microbiota.

Dove finisce la ricerca, inizia il servizio alla società. Per Cani, infatti, questo è solo il primo passo. Il compito di uno scienziato, spiega, comprende anche mettere le conoscenze al servizio della società. Per questo il suo obiettivo è condividere i risultati dello studio con le autorità belghe e trasformarli in strumenti di prevenzione, educazione alimentare e salute pubblica. Ma non si può aspettare che le persone si ammalino per parlare di microbiota. L’idea è spostare l’attenzione dalla cura alla prevenzione, usandolo anche per promuovere abitudini alimentari più sane e ridurre le disuguaglianze di salute prima che si manifestino. Non dimenticando di formare gli adulti, che a loro volta educheranno i più giovani, i quali potranno influenzeranno i genitori e i loro figli, in un vero e proprio dialogo multidirezionale.

Una comunicazione che deve realizzarsi anche tra discipline mediche. Per troppo tempo obesità, diabete, disturbi gastrointestinali, ansia e depressione sono stati affrontati come problemi separati. Oggi è chiaro che alimentazione, microbiota, sistema immunitario e cervello sono strettamente interconnessi. «Abbiamo la tendenza a compartimentare queste discipline. Dobbiamo invece imparare a metterle in dialogo».

Il primo strumento resta però il più semplice: ciò che portiamo in tavola. Una dieta ricca di fibre, frutta, verdura, legumi, cereali integrali e alimenti fermentati come yogurt e kefir favorisce la biodiversità del microbiota, mentre l’eccesso di alimenti ultraprocessati e grassi saturi la impoverisce. E sui probiotici, il professore invita alla prudenza. Non c’è un prodotto valido per tutto, ma ceppi specifici con effetti specifici, che devono essere supportati da solide evidenze scientifiche.

La lezione più importante è proteggere il microbiota senza inseguire l’ultima moda alimentare, ma imparare a considerare la salute come un ecosistema, dove alimentazione, ambiente, relazioni e prevenzione sono parte dello stesso equilibrio. E se abbiamo imparato a preoccuparci della biodiversità delle foreste e degli oceani, conclude Cani, forse è arrivato il momento di prenderci cura anche di quella, invisibile, che custodiamo ogni giorno nel nostro intestino.

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