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Dal Mediterraneo ai ristoranti di Milano, elogio degli ”immigrati che rubano il lavoro agli italiani”

La storia di Daouda, ivoriano, che è stato assunto in uno dei migliori ristoranti di Milano grazie al progetto Sprar di Trezzano sul Naviglio. E altri commercianti ora si stanno interessando al progetto

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Nel laboratorio del ristorante Dongiò di Milano dove si prepara la pasta fatta in casa (Foto: Lidia Baratta)

5 Marzo Mar 2017 0716 05 marzo 2017 5 Marzo 2017 - 07:16

Daouda è partito dal suo Paese, la Costa d’Avorio, che era ancora 14enne. E nel marzo 2015, soccorso su uno dei tanti barconi, è arrivato a Vibo Valentia. Da qui è cominciato un tour tra i centri d’accoglienza di Bresso, Sondrio e Milano. Fino ad arrivare a maggio scorso nella villa confiscata a un boss di Trezzano sul Naviglio, dove l’associazione Villa Amantea ha messo in piedi un progetto Sprar per minori stranieri non accompagnati. Ma la prima terra d’approdo in Europa, la Calabria, è rimasta un po’ nel suo destino. Sistemato nella sua divisa con il grembiule nero, Daouda oggi è l’ultimo assunto in uno dei ristoranti storici di cucina calabrese di Milano, il Dongiò in zona Porta Romana, conosciuto soprattutto per i suoi primi piatti di pasta fatta in casa.

Le mani Daouda, la sua dedizione al lavoro, l’abilità in cucina hanno convinto il proprietario del ristorante, Antonio Criscuolo, a sceglierlo dopo una borsa lavoro di sei mesi. Affidandogli proprio la preparazione della pasta fresca, dei dolci e del pane, le specialità del ristorante che quest’anno compie trent’anni. Un ruolo passato di mano in mano nella famiglia Criscuolo, fino ad arrivare a questo ragazzo ivoriano. Che oggi impasta tra i 15 e 20 chili di semola al giorno. «Sto realizzando il mio sogno», dice Daouda, che in Costa d’Avorio faceva l’aiuto autista. Da lì è dovuto fuggire perché minacciato di morte. «Questo è il mio sogno, avere una vita migliore di prima». Da poco ha compiuto 18 anni e ha ottenuto il documento per la protezione umanitaria.

Daouda nel laboratorio del ristorante Dongiò di Milano (Foto: Lidia Baratta)

I ragazzi accolti dall’associazione Villa Amantea vengono guidati in un percorso di riscoperta delle proprie radici attraverso la cucina, e a turno preparano i piatti della loro tradizione e quelli della tradizione italiana. «Possono portare con sé niente», dicono gli operatori di Villa Amantea, «ma possono ricostruire i sapori di casa». E Daouda era uno dei più abili tra i fornelli. Il suo piatto forte è l’attiekè, specialità tipica ivoriana a base di manioca e pesce.

Antonio Criscuolo, che aveva sentito parlare del progetto da un amico, è andato a pranzo nella casa di Trezzano e subito ha notato Daouda. Così ha accettato di ospitarlo nel suo ristorante per un tirocinio. «Dopo una settimana di lavoro, Daouda era già bravo a impastare», racconta Criscuolo. «Non avevamo bisogno di altra forza lavoro. Ma quando si è avvicinato il termine del tirocinio ci siamo accorti che rinunciare a lui sarebbe stato difficile». Il ristoratore aveva già avuto un’esperienza di stage con un ragazzo italiano, che però non era andata a buon fine. «Daouda è serio, disponibile, ha voglia di fare. È il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via», dice. «E ha imparato subito. Ormai fa anche condimenti per la pasta e gnocchi fatti a mano. Mi ha esautorato. Noi diciamo che il capo ormai è lui», scherza. E i sorrisi in un ristorante a gestione familiare come questo sono importanti. «Mi sono sentito subito accolto», dice Daouda. «Non mi interessano i soldi, la cosa più importante è che appena sono entrato qui, il “capo” e la sorella mi hanno preso per mano». Antonio l’ha aiutato anche a trovare un appartamento nella periferia di Milano, dove si è sistemato. «Questo è il mio sogno», ripete. «Sono fortunato, perché ci sono tanti immigrati che dormono per strada».

Ma Daouda non è l’unico che attraverso lo Sprar di Villa Amantea si sta avviando al lavoro. Ibrahima, senegalese, non ancora 18enne, sta facendo un tirocinio in un albergo del centro di Milano. Ha chiesto l’asilo, ma la Commissione territoriale glielo ha negato. E ora spera che l’hotel gli faccia un contratto per poter restare in Italia. Jazo, invece, viene dallo Sri Lanka, e sta lavorando un bar-ristorante vicino alla Basilica di Sant’Ambrogio. «Sta andando molto bene, penso che lo terrò con noi», dice la proprietaria Francesca Bonfilioli.

Dopo l’esperienza del ristorante Dongiò, ora anche altri ristoratori milanesi si stanno interessando al progetto dell’inserimento lavorativo dei richiedenti asilo. «Penso che ognuno di noi debba fare qualcosa per cambiare il mondo in cui vive», dice Antonio Criscuolo. «Questa è l’epoca delle migrazioni. Ecco perché ho deciso di aprire le porta del ristorante a Daouda, anche se è una piccola goccia nel mare».

Nel laboratorio del ristorante Dongiò di Milano dove si prepara la pasta fatta in casa (Foto: Lidia Baratta)

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