Migranti
7 Aprile Apr 2016 1620 07 aprile 2016

La villa confiscata al boss della cocaina rinasce con i migranti

Yacouss, Ibrahima, Sidat e Philip, tutti tra 16 e 17 anni, vivono nella villa di Trezzano sul Naviglio che fu di Antonio Ausilio, il boss arrestato nel 2008 nell’operazione “Metallica”

Mama Afrika
Yacouss, Ibrahima, Sidat e Philippe davanti alla villa di Trezzano sul Naviglio (Foto di Lidia Baratta)

Dalla sua villa di via Pitagora, a Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, il boss Antonio Ausilio, socio d’affari di Giuseppe Trovato, gestiva il traffico di cocaina di almeno metà della Lombardia. Ci sono voluti sei anni dalla confisca. Ma ora, in quelle stanze con i marmi scuri alle pareti, da inizio aprile vivono Yacouss, Ibrahima, Sidat e Philip. Hanno tutti tra 16 e 17 anni. Provengono da Guinea, Senegal e Nigeria. In Italia sono arrivati via mare dalla Libia quattro mesi fa. Sono i minori stranieri non accompagnati accolti all’interno del progetto Sprar del Comune di Trezzano, gestito dall’associazione Villa Amantea. E presto si trasferiranno qui altri due ragazzi.

Non un centro d’accoglienza qualsiasi. Nella villa confiscata al boss si è trasferita una famiglia di origini senegalesi, Abi e Abdu, insieme alla loro bambina più piccola. «L’idea è quella di ricreare l’atmosfera familiare per questi ragazzi che arrivano dopo viaggi traumatici», dicono gli operatori di Villa Amantea. Gli altri quattro figli più grandi della coppia vivono insieme alla nonna in un appartamento a qualche centinaio di metri di distanza dalla villa. Come una grande famiglia allargata.

A Trezzano, Abi è conosciuta come “mama Africa”. È arrivata in Italia con il marito, metalmeccanico, nel 1993. Da allora si è fatta molti amici e ha sempre cucinato per tutti, raccontano. «Se fossi rimasta a casa mia non avrei potuto dare il cento per cento a questi ragazzi», dice lei.

Di prima mattina, Abi è già ai fornelli, intenta a friggere dolci al cocco, mentre spiega a Ibrahima come si prepara la moka per fare il caffè. La polvere nel filtro è troppa e alla fine di caffè ne esce poco, ma è buono. Nel bunker del boss, chiuso da una porta spessa di acciaio, è stata sistemata la dispensa. Dove prima c’era il garage, i ragazzi potranno organizzare feste e invitare amici. Alle nove Yacouss, Ibrahima, Sidat e Philip sono tutti attorno al tavolo della cucina. Per pranzo aspettano alcune delle insegnanti della scuola di Trezzano dove si sono iscritti per imparare l’italiano. Ma prima bisogna andare a fare le fototessere per le nuove carte d’identità.

La foto scattata da Philip mentre si trovava in mare

Appena arrivato in Libia mi hanno rapito e mi hanno sbattuto in una stanza con altri migranti che aspettavano di partire per l’Italia

I quattro ragazzi sono arrivati in Italia nel mese di novembre. Prima sono sbarcati in Sicilia. Poi sono stati trasferiti in un centro di accoglienza per minori di Salerno, e infine a Milano. Yacouss, Ibrahima e Sidat si sono conosciuti sul barcone che dalla Libia li ha portati in Italia. «Eravamo seduti vicini», raccontano. Yacouss come molti 16enni non stacca gli occhi dal cellulare. «Dalla Guinea ho attraversato il Mali, poi la Nigeria e poi sono arrivato in Libia», racconta. «In Libia sono rimasto due mesi prima di partire». Sidat a Tripoli è arrivato dal Senegal e ha aspettato un mese prima di essere ammassato sullo stesso barcone con altre 250 persone. Ibrahima è quello che parla di meno. Appena gli altri cominciano a parlare dei genitori rimasti in Africa, gli occhi gli si riempiono di lacrime.

Philip, il più grande di loro, racconta che in Libia ci è arrivato in macchina dalla Nigeria da quella che è ormai la stazione di partenza dei trafficanti, Agadez. Ha perso entrambi i genitori, e a Benin City era rimasto solo con due sorelle. Un amico gli ha insegnato a tagliare i capelli e così è diventato parrucchiere. Sul telefono conserva ancora le foto delle sue migliori acconciature. «Per tre giorni abbiamo attraversato il deserto», racconta. «Appena arrivato in Libia mi hanno rapito e mi hanno sbattuto in una stanza con altri migranti che aspettavano di partire per l’Italia». Philip racconta di essere stato picchiato e torturato, mentre mostra i segni sulle braccia. «Gli ho dovuto dare più o meno 500 euro per essere rilasciato», dice. E per raccogliere i soldi del “biglietto” per l’Italia, «ho fatto il parrucchiere per quattro mesi. Non so quanto ho guadagnato: il mio capo dava direttamente i soldi a quelli che organizzano il viaggio. Quando ho raggiunto la cifra, mi hanno detto che potevo partire». A guidare l’imbarcazione c’era un uomo del Gambia. «Dopo due giorni in mare, ci sono venuti a salvare», dice. E mostra una foto di un’imbarcazione stracolma scattata dal suo smartphone mentre era in mare.

Tutti e quattro, Yacouss, Ibrahima, Sidat e Philippe, sognavano di fare i calciatori in Europa. Di tanto in tanto Sidat va su YouTube e guarda qualche minuto di una partita tra Barcellona e Real Madrid. «Lo so che è difficile diventare un calciatore», dice Yacouss. «Mi va bene qualsiasi lavoro. Voglio fare tanti soldi e costruire una casa più grande per mia madre». Philip vorrebbe continuare a fare il parrucchiere anche in Italia. «Abbiamo cercato di parlare con una parrucchiera di Trezzano», racconta Abi, «ma non ci ha fatto neanche entrare nel salone».

Intanto i ragazzi hanno cominciato a studiare italiano. Tutti e quattro hanno fatto richiesta di asilo, anche se non provengono da Paesi ufficialmente in guerra. «Cosa direte alla commissione?», chiede un’operatrice. «La verità», rispondono. Ma con molta probabilità la loro richiesta verrà respinta. Intanto Sadit va di nuovo su YouTube e fa partire una canzone del cantante raggae ivoriano Tiken Jah. Si chiama Ouvrez les frontieres, Aprite le frontiere. E tutti e quattro cominciano a cantare.

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