Franco La Cecla: «Chi si lamenta dell’Europa è un cretino»

L'antropologo e viaggiatore difende l'Europa dalla cattiva fama costruita dal suo stesso senso di colpa. "Il progetto culturale degli Usa è fallito". E l'immigrazione? Forse ci salverà

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5 Marzo Mar 2017 0715 05 marzo 2017 5 Marzo 2017 - 07:15

Franco La Cecla, antropologo, urbanista e viaggiatore accanito, ultimamente ha un nuovo cruccio: la cattiva fama di cui l’Occidente sembra oggi godere, all’interno come all’esterno dei suoi confini. Affronta la questione di petto nel suo ultimo libro, Elogio dell’Occidente, con approccio antropologico e dai molteplici punti di vista che i suoi continui viaggi gli consentono.
Il titolo è già una provocazione, anche perché il testo è rivolto soprattutto a un pubblico di sinistra che, con l’Occidente e l’Europa, ha spesso un rapporto controverso. L’introduzione si apre con una sorta di disclaimer: “Intendiamoci, l’Europa, l’Occidente, sono anche la sorgente di buona parte dei mali del mondo. Una storia di prevaricazione, di assoggettamento, di schiavismo, di distruzione delle culture e delle economie altrui”. Ma (in questi casi c’è sempre un ma): “all’interno dello stesso Occidente c’è una storia e una geografia che parla d’altro. C’è la storia dell’opposizione a questa follia, la geografia di individui e di movimenti che si sono battuti per secoli contro la protervia dei potenti”.
Nel suo pamphlet in difesa dell’Occidente – o meglio, dell’Europa – La Cecla non vuole fare revisionismo o considerare irrilevanti il colonialismo o il disastro ambientale, ma ricordare che l’erba del vicino non è necessariamente più verde e che l’Occidente è anche una storia importante di dignità umana, libero pensiero e difesa del principio spirituale che “insieme a quello materiale muove il mondo”. L’Occidente per La Cecla, non è solo male, è anche “la costante opposizione a esso”. E lo sa bene chi alimenta i consistenti flussi migratori che verso questo Occidente si muovono.

L’impressione è che il tuo Elogio dell’Occidente nasca di pancia, con un intento polemico, soprattutto nei confronti di una sinistra che per sentirsi in pace con la propria coscienza finisce per incolpare l’Occidente di tutti i mali del mondo. È una lettura corretta? Da dove nasce l’esigenza di questo testo?
Ho scritto questo libro perché viaggio molto e viaggiando fuori dall’Europa, anche in Paesi islamici, la prima cosa che ti viene in mente è che chi si lamenta dell’Europa stando in Europa è un cretino. Lo sa tutto il mondo che l’Europa è un gran posto in cui vivere, soprattutto perché ti garantisce delle libertà che non trovi altrove.
Ho iniziato a pensare a questo libro due anni fa, constatando che nessuno parla più di Occidente in maniera non puramente politica, ma anche culturale e geografica. Mi interessava far emergere quella che considero un’ovvietà: l’Europa, con tutti i suoi difetti, è uscita dai nazionalismi e dalle guerre con la convinzione che la cooperazione è meglio dell’antagonismo e che un futuro di pace è possibile solo in un’Europa unita. L’anti-occidentalismo è oggi, per buona parte, una comoda depressione che porta solo a una contemplazione cinica e immobile del presente. O a un’idealizzazione esotica dell’altrove che oggi non ha davvero senso.

L’Europa è un Occidente fedele al suo portato storico. L’America è un’Europa claudicante, che non ha mai assorbito tutta la componente laica del vecchio continente, e che dunque è ancora pregna di alcuni aspetti di radicalismo di cui l’Europa si è liberata da tempo

Tu parli di “Occidente”, ma questo termine comprende in sé almeno due realtà molto diverse: l’Europa e gli Stati Uniti.
Due realtà diversissime. L’Europa è un Occidente fedele al suo portato storico. L’America è un’Europa claudicante, che non ha mai assorbito tutta la componente laica del vecchio continente, e che dunque è ancora pregna di alcuni aspetti di radicalismo di cui l’Europa si è liberata da tempo.

In cosa sono diversi Europa e Stati Uniti?
È soprattutto la struttura dei legami che divide “i due occidenti”: il modo, cioè, in cui la società civile si costituisce. Da noi c’è una densità dei legami che crea la società, in America, invece, c’è un’assoluta rarefazione. Da noi l’amicizia crea cittadinanza, diventa anche fatto politico, questo negli USA non succede.

Un’Europa coesa esiste o è ancora un’idea?
Oltre all’Europa politica c’è un’Europa geografica, che è molto più importante. L’Europa dei giovani, degli Erasmus è molto più avanti della Comunità Europea. L’Europa c’è, perché c’è una maniera di vivere europea che è completamente diversa dal modo in cui vive il resto del mondo. E che è, per altro, invidiatissima.

Da chi?
Per esempio in Cina. E in Giappone. In molte zone dell’Oriente l’Europa è un faro di riferimento. In India no: gli indiani sono nazionalisti in una maniera tutta loro, e sono molto chiusi, hanno poca curiosità verso l’esterno. Fino al 1850 nessun indiano è andato in giro per il mondo. E adesso, con Modi, stanno tornando a chiudersi. Anche considerando che la classe sociale più ricca e colta vive tutta all’estero o quasi.


Ogni volta che incrocio una donna velata alla maniera saudita”, scrivi nel libro: “penso che non sta mostrando la sua fede ma la fede nella ricchezza degli Emirati”. È un’affermazione forte.
Una parte non indifferente dell’Islam ha finito per assoggettarsi alla “moda dei ricchi”. Ci sono Paesi del Maghreb, come la Tunisia e il Marocco, che non avevano mai avuto rapporti con gli Emirati e che avevano un’idea di Islam radicalmente diversa dalla loro, e che ora, purtroppo, si stanno instradando verso il wahabismo, ed è una follia. Quando vado in Tunisia, i tassisti con cui chiacchiero e gli amici mi raccontano che loro, fino a cinque o sei anni, quelli degli Emirati li consideravano dei “burini”. E lo stesso vale per il Libano. Erano dei parvenu, e lo sono tuttora. Quello dei sauditi è un mondo profondamente ignorante, mentre buona parte del mondo islamico è urbano e raffinato. Ma in cambio dei soldi, anche questi Paesi dalla storia e dalla cultura incredibile si stanno svendendo.

Però, per quanto riguarda il mondo arabo, tu scrivi anche che mai come adesso c’è una popolazione di origine islamica che “sta scoprendo una dimensione laica della vita quotidiana che i propri padri e i propri nonni avevano già conquistato in passato”. Intravedi quindi dei segnali di secolarizzazione?
La situazione dell’Islam è tale che tra dieci anni imploderà. Tra dieci anni si formerà – mi auguro – una classe laica che dirà: “Basta! Non ne possiamo più dei conflitti fratricidi tra sciiti e sunniti”. L’ipotesi globalista islamica è destinata al fallimento, anche perché è impensabile avere un’ipotesi globalista e allo stesso tempo ammazzare coloro che ti sono più vicini.

La situazione dell’Islam è tale che tra dieci anni imploderà. Tra dieci anni si formerà – mi auguro – una classe laica che dirà: “Basta! Non ne possiamo più dei conflitti fratricidi tra sciiti e sunniti”

Tornando in Occidente, un altro luogo comune che cerchi di sfatare è il colonialismo culturale americano in Europa, che ritieni sovrastimato.
In cosa si esercita questa supremazia? Starbucks? Gli americani sono convinti che le merci portino ideologia. Non è vero: tu puoi avere Starbucks ed essere un regime dittatoriale, guardare la CNN ed essere antiamericano. Il progetto culturale americano (i cui strumenti fondamentali sono stati Hollywood e i finanziamenti del dopoguerra) è stato un fallimento: l’influenza degli USA c’è, naturalmente, ma è molto molto superficiale. Si pensi all’Italia: politicamente è uno dei paesi più legati all’America, la società però si è sottratta all’omologazione e ha continuato a costituire poieticamente la propria vita quotidiana e il proprio tessuto umano. In un mondo che odia l’America, l’idea che nel futuro sarà il Paese che reggerà l’equilibrio globale non può che essere lontana dalla realtà.

Un altro aspetto controverso che sollevi nel libro è la questione dell’immigrazione, cui attribuisci un ruolo molto importante: “È probabile che sarà l’immigrazione a salvare l’Occidente, ma non in senso demografico, bensì proprio come rinnovamento del diritto a stare al mondo senza essere oppressi dalla religione, dall’appartenenza, dal comunitarismo, dai legami geografici e familiari”.
Salverà l’Occidente a patto che l’Europa si renda conto che deve porre delle condizioni molto chiare. Rendiamoci conto che l’Europa, nel mondo, è un’eccezione. E bisogna accettare le regole di questa eccezione, certamente non universali ma fondamentali da sottoscrivere se è qui che si ha intenzione di vivere. È un’eccezione imperfetta, ma è in grado di garantire importanti conquiste come il riconoscimento dell’individuo, la separazione tra politica e religione e il diritto al dissenso.

Forse però bisogna creare delle condizioni che permettano a chi arriva di fare parte integrante di questa eccezione. Il ricompattamento delle comunità d’origine è spesso la conseguenza di un sentimento di esclusione.
Sì e no. L’integrazione (parola controversa) si fa da entrambe le parti: non può essere un “dobbiamo integrarli!” ma: “ti vuoi integrare?”. La volontà è imprescindibile: non ha senso costringere qualcuno a integrarsi. Se credi nella shari’a, se pensi che al potere ci debba stare la religione, l’Europa evidentemente non è il posto per te. Queste regole – che nei fatti esistono – andrebbero esplicitate. Chi rischia la vita e abbandona il proprio Paese deve rendersi anche conto di dove arriva, in che tipo di realtà si troverà a vivere, e decidere di conseguenza come agire.


Cosa fa dell’Europa un luogo con regole così uniche?
Noi siamo il frutto di una storia molto complicata: siamo riusciti a creare una pace sociale dopo due guerre terribili. Una pace che è molto fragile e che va preservata. Questo non significa erigere il muro di Trump – sappiamo che i muri non servono a niente – ma far passare il messaggio che siamo una società laica, fondata sul rispetto dell’individuo, nei confronti del quale la comunità è subalterna. E tutto ciò deve essere accettato.

Citi anche un articolo apparso su New York Review of Books scritto da David Miliband, direttore del UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) che dice: “l’unico aiuto efficace per i rifugiati è dar loro del denaro per fare in modo che inizino un’attività”.
Una delle chiavi è un’effettiva ed efficace comunicazione con i migranti. Servono sportelli informativi che funzionino davvero, a cui potersi rivolgere per chiedere: “Voglio aprire un negozio, come mi devo comportare?” Negli ultimi 20-30 anni li hanno sperimentati in California e hanno funzionato bene. Integrazione significa non tenerli ai margini della società, farli entrare subito nel nostro meccanismo sociale, familiarizzare con le nostre regole… altrimenti finiscono nell’illegalità. E l’aspetto economico-lavorativo è il migliore sistema per farli entrare nel meccanismo.

Cito un’altra tua frase, anche questa piuttosto polemica: “Solo dei filosofi disancorati dal mondo possono pensare che la convivenza sia un esperimento di buona volontà. Al contrario, le convivenze sono frutto di tensioni, scontri, incomprensioni irriducibili. Non basta dire ‘multietnico’ e ‘multiculturale’ per risolvere le cose”.
Assolutamente. La convivenza è sempre frutto di scontri e tensioni. Ieri polemizzavo con un’amica che andrà presto in Uganda a portare una campagna per garantire i diritti LGBT. Io obiettavo che quella è una nostra classificazione ed è una forma di colonialismo cercare di imporla.

Lo diceva anche Foucault: perché devo definirmi gay? Io semplicemente dimostro che la gamma di scelte all’interno della mascolinità è vastissima, come quella all’interno della femminilità. E non mi definisco in base alle mie preferenze sessuali

Non conosco nello specifico la situazione in Uganda ma suppongo che la tua amica usasse questa sigla – certamente arbitraria e modificabile – per parlare della tutela dei diritti di tutti coloro che si riconoscono in una sessualità non binaria.
In Indonesia la gente si riconosce in sette generi diversi. Perché imporre la nostra classificazione? Da noi per altro sembra che se sei gay non sei maschio, ma in buona parte del mondo non è affatto così. Lo diceva anche Foucault: perché devo definirmi gay? Io semplicemente dimostro che la gamma di scelte all’interno della mascolinità è vastissima, come quella all’interno della femminilità. E non mi definisco in base alle mie preferenze sessuali.
C’è un equivoco grossissimo: concepire la democrazia come diritti delle minoranze. La democrazia è innanzitutto maggioranza. Democrazia non è composizione di tutte le minoranze, è l’accordo consensuale di una maggioranza. Il problema degli Stati Uniti è stato proprio questo: hanno un sacco di minorities che portano avanti in modo aggressivo le proprie battaglie e frammentano il tessuto sociale. Trump vince perché la maggioranza silenziosa si è sentita espropriata. Si mette l’accento su problemi specifici e marginali che sottraggono impegno ai diritti fondamentali, cioè che tutti abbiamo di che mangiare o un tetto sulla testa. I diritti dei neri vanno garantiti non in quanto “diritti dei neri” ma in quanto diritti di cittadini americani come gli altri. Ha a che fare con l’errore principale della società americana di cui parlava già Tocqueville: non puoi creare una società compatta costruita sui tanti sindacati delle minoranze: crei solo delle riserve indiane.

Questo mi porta a una domanda piuttosto ovvia. Nel tuo libro sostieni due o tre tesi molto forti e non così universalmente condivise, soprattutto a sinistra. Dall’anti-occidentalismo come atteggiamento paternalista (come se altrove le gente fosse meno consapevole e responsabile delle sue azioni) alla posizione nei confronti dei migranti, per i quali auspichi una sorta di “patti chiari e amicizia lunga”. Quali sono state per ora le reazioni?
Io ero convinto che il libro sarebbe stato molto attaccato. Invece le persone di sinistra con cui ho parlato hanno finito per concordare con me. Hanno detto che in fin dei conti erano d’accordo su quasi tutto. E allora come mai – al di là della destra, per la quale però riflessioni come queste assumono altri intenti e altri toni – nessuno affronta apertamente questi temi?

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