La verità vi prego sui gas nervini in Siria

A un mese dal bombardamento del 4 aprile sul villaggio siriano di Khan Sheikhoun, ancora non si sa da dove siano arrivati gli agenti chimici. Utilizzati sia per preparare razioni di cibo o curare feriti, si possono trovare in qualsiasi campo militare e questo rende ancora più complicata la vicenda

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Mohamed al-Bakour / AFP

5 Maggio Mag 2017 1401 05 maggio 2017 5 Maggio 2017 - 14:01

Dopo sei anni di combattimenti, più di quattrocentomila morti e oltre quattro milioni di rifugiati, la guerra civile siriana è diventata una delle più grandi catastrofi umanitarie contemporanee.

Sappiamo che il 4 aprile un bombardamento siriano sul villaggio di Khan Sheikhoun ha causato 80 morti e che si sospetta che molti di questi siano risultati intossicati da un gas nervino. Sappiamo che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU – Russia fra i primi – ha decretato l’invio di una commissione d’inchiesta. Sappiamo che Trump ha fatto bombardare la base siriana di Al-Shayrat connettendo esplicitamente la rappresaglia con l’attacco a Khan Sheikhoun. Sappiamo che il Pentagono ha portato la registrazione dei tracciati radar del 4 aprile come dimostrazione che l’attacco al villaggio era partito proprio da quella base. Sappiamo che l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche sta investigando su mandato del Consiglio di Sicurezza e ha verificato la presenza del gas nervino Sarin (o di un suo derivato) in tre vittime e in sette feriti ma, a questo momento, non ha tratto conclusioni in merito all’origine degli agenti chimici. Sappiamo che la Russia e il governo Siriano puntano il dito sugli oppositori di al-Assad sostenendo che il bombardamento ha colpito un deposito di armi chimiche in mano ai ribelli.

Quindi, riassumendo, sappiamo che fra i morti ci sono vittime di gas nervini ma ancora non sappiamo da dove questi ultimi siano arrivati.

Il 26 aprile il Ministero degli Esteri francese ha rilasciato un resoconto dei servizi segreti. Questi ultimi hanno ottenuto ed analizzato campioni prelevati dal suolo e dalle vittime trovando quantità sensibili di acido isopropilmetilfosfonico (un prodotto di degradazione dell’agente nervino Sarin) ma anche tracce di esametilentetramina e di diisopropilmetilfosfonato (entrambi sottoprodotti che si formano durante la sintesi del Sarin). Dal fatto che questo particolare processo di sintesi del Sarin corrisponde a quello che avrebbe usato al-Assad per la produzione delle armi chimiche fino al 2013, deducono la certezza della paternità arrivando anche ad attribuire la produzione al Centro Siriano di Ricerche e Studi Scientifici (SSRC), già indicato nel 2013 come l’impianto di preparazione delle armi chimiche siriane.

Ci sono numerose conferme che i ribelli siriani e i terroristi dell’ISIS hanno ricevuto armi chimiche dall’estero e le hanno anche sequestrate catturando arsenali governativi. E’ certo che ne dispongono anche oggi

Se la buttiamo sulla chimica, dovremmo anche ricordare che la esametilentetramina si trova in tracce enormemente più rilevanti in ogni ambiente dove abbiano operato militari, organizzazioni umanitarie e anche campeggiatori perché non è altro che uno dei più noti combustibili solidi utilizzati per preparare razioni di cibo da campo o per riscaldare feriti. E’ anche un conservante alimentare, classificato in Europa come additivo E239. Infine, è il componente base per la produzione degli esplosivi NATO RDX e C-4 e del più sofisticato ma meno diffuso HMX. Quindi è assolutamente prevedibile che sia stato trovato in un ambiente a lungo martoriato da operazioni militari. Non è quindi sufficiente rilevarne la presenza ma occorrerebbe misurare le concentrazioni e confrontarle con quelle riscontrate su campioni analoghi ma prelevati a chilometri di distanza. I francesi non hanno detto niente in proposito.

Al contrario, non si conoscono usi commerciali per l’acido isopropilmetilfosfonico che è noto solo per essere, appunto, un sottoprodotto della preparazione del Sarin. Ma va sottolineato che è un composto la cui presenza viene rilevata in tutte le principali vie di sintesi di quel gas nervino, non solo in quella preferita dai laboratori siriani. Pertanto, se i servizi francesi non hanno altri assi nella manica, anche le loro conclusioni non sono ancora suffragate da fatti incontrovertibili.

Infine, ci sono numerose conferme - provenienti dal Pentagono, dall’ONU, da analisti militari e da giornalisti investigativi - che i ribelli siriani e i terroristi dell’ISIS hanno ricevuto armi chimiche dall’estero e le hanno anche sequestrate catturando arsenali governativi. E’ certo che ne dispongono anche oggi.

E’ perciò evidente che, per contrastare efficacemente la costruzione e l’uso di armi chimiche, la comunità internazionale deve investire in ricerca scientifica finalizzata ad individuare le infrastrutture di produzione e di stoccaggio di quelle armi, accertarne l’uso sul campo, portare urgente ed efficace soccorso alle vittime e smantellare gli agenti tossici in condizioni di sicurezza.

Un esempio di investimento scientifico efficace viene proprio dall’episodio del 2013: le Nazioni Unite deliberarono la completa distruzione dell’arsenale chimico siriano ma incontrarono formidabili ostacoli politici e tecnici nell’implementazione della risoluzione. Nessuna nazione voleva ricevere le armi che il regime di al-Assad era disposto a consegnare, né costruire le necessarie infrastrutture di smantellamento nel proprio territorio. Il governo americano ha, perciò, fatto realizzare un impianto di idrolizzazione mobile che, installato su navi, ha ricevuto e neutralizzato gli agenti tossici mantenendosi in acque internazionali. I cospirazionisti sottolineano che il progetto per la costruzione dello speciale impianto mobile è stato curiosamente approvato otto mesi prima dell’attacco attribuito ai siriani, ma questo è un altro discorso.

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