La folle guerra civile del credito cooperativo

Abbiamo perso l’occasione di avere l’equivalente italiano della francese Crédit Agricole: a raggruppare le Bcc ci saranno tre gruppi, che oggi se le contendono senza esclusione di colpi. Ma un sistema che dà segni di crisi avrebbe bisogno della massa critica di un solo soggetto

Bancomat banca

(Ian Norman / Flickr Creative Commons)

(Ian Norman / Flickr Creative Commons)

Noi che stiamo nella terra di nessuno possiamo solo sentire le pallottole fischiare. Ma quando si entra nelle trincee i soldati della guerra del credito cooperativo si lasciano andare ad amare riflessioni. “Sarebbe stato meglio un gruppo unico, e chi lo nega? Ma le condizioni non c’erano”. “Così divisi vediamo tutto il nostro potenziale svanire”. E, appena udibile tra le granate, si sente un sibilo: “Chissà, un giorno forse si potrà tornare uniti”. Si esce dalle casematte, si prova a tirare le fila. Le banche del credito cooperativo sono in guerra. C’era da anni una frattura, ora si va verso la balcanizzazione. Invece di un unico gruppo - ispirato dalla riforma delle Bcc dell‘aprile 2016 - che avrebbe potuto ridurre alcuni dei problemi storici, ma soprattutto recenti e ancor più prospettici di questo tipo di istituti bancari, ce ne saranno tre. Uno, nella provincia autonoma di Bolzano, segue una strada propria, con cartelli in tedesco, senza curarsi degli altri e con una quarantina di realtà compatte in formazione ordinata. Altri due si guardano in cagnesco e in questi giorni stanno provando a guadagnare i consensi delle Bcc che nelle assemblee di approvazione dei bilanci devono decidere: o Iccrea, la società “romana” che si pensava avrebbe fatto da ombrello unico al sistema. O la Ccb, Cassa Centrale Banca di Trento, che si è fin qui accaparrata poco più di 100 banche (Icrrea dovrebbe attestarsi sulle 150-160). È una guerra di guerriglia, con accuse incrociate: i “trentini” definiti senza esperienza, i “romani” troppo burocratizzati e appesantiti dal personale. I trentini legati agli stranieri, i romani accentratori di potere. E si potrebbe andare avanti. Ma prima occorre spiegare di che si sta parlando. E perché gruppi divisi vuol dire costi maggiori e investimenti minori, a partire da quelli fondamentali, oggi, nella tecnologia.

Bcc: sane, fino a prova contraria

Le banche di credito cooperativo sono delle popolari in formato tascabile. Prevedono il voto capitario ma hanno dei vincoli molto forti circa la propria presenza sul territorio, dove devono svolgere la stragrande maggioranza dell’attività. Sono per vocazione rivolte alle piccole e medie imprese. Finora non hanno dato problemi tali da finire sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Tuttavia non sono state calate dal regno delle fiabe. Tutt’altro, le sofferenze, intese come la parte irrecuperabile dei crediti deteriorati, hanno attanagliato anche loro, come tutte le altre banche. Un recente articolo dell’Espresso ha mostrato come, delle 377 Bcc italiane, un terzo sia da considerare ad alto rischio e un altro quarto mediamente a rischio. Il calcolo è stato fatto da R&S Mediobanca incrociando e pesando cinque indicatori patrimoniali, basandosi sui bilanci 2015. Segue l’elenco di casi critici scoppiati negli ultimi anni: le banche locali di Teramo, Rimini, Forlì, oltre a Banco Emiliano, Cassa di San Miniato, Chiantibanca, Cambiano. E altre ancora, dalla Cassa rurale di Rovereto alla Banca popolare di Puglia e Basilicata (Bppb). La conclusione: la serie di crisi locali è dovuta sia ai problemi del territorio, sia a «finanziamenti alle imprese vicine alla politica» e all’«uso spregiudicato del denaro da parte di amministratori legati alle cricche affaristiche locali». Oltre che a una vigilanza, di Bankitalia, intervenuta quando «a far scattare l’allarme sono stati spesso gruppi di piccoli azionisti». Il tutto condito da un dato: l’alta incidenza di strumenti ibridi (come le obbligazioni subordinate) a copertura del capitale, riscontrata in una ventina di banche. Vale a dire: in casi di bail-in gli obbligazionisti in queste banche sono più a rischio. A seguito dell’articolo, una replica di Federcasse ha sottolineato i rafforzamenti patrimoniali effettuati nel corso del 2016 e che «in nessun caso i risparmi e gli investimenti sono a rischio». C’è anche da dire che - finora - tutte le situazioni critiche sono state gestite senza troppi danni, grazie all’intervento dei fondi di garanzia delle Bcc e tramite accorpamenti. Anche alcuni di questi episodi hanno dato fuoco alle polveri della guerra tra Iccrea e Trento: il Fondo di garanzia temporaneo, secondo le accuse di alcune Bcc scissioniste riprese in un articolo del Fatto Quotidiano, sarebbe stato usato con troppa generosità per favorire l’incoroporazione di alcune banche in crisi, come Emil Banca, legate ai dirigenti di Iccrea.

Le banche del credito cooperativo sono in guerra. C’era da anni una frattura, ora si va verso la balcanizzazione. Invece di un unico gruppo che avrebbe potuto ridurre alcuni dei problemi storici e prospettici, ce ne saranno tre

Siamo quindi di fronte a un modello in crisi? Guardando alle analisi aggregate, elaborate sempre da R&S Mediobanca, l’allarme viene ridimensionato. È bene fissare alcuni punti. Prendiamo il Texas Ratio, ossia il rapporto tra crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili e crediti scaduti) netti e patrimonio netto tangibile. Per le banche commerciali con forma di Spa il rapporto è pari a 106. Per le popolari a 142. Per le Bcc a 77, la metà. Considerazioni simili valgono guardando solo le sofferenze nette in rapporto al patrimonio netto tangibile. Il Cet1 Ratio, indice che in genere viene preso a riferimento per capire se una banca è solida, è per tutte le Bcc del 16,8%, contro il 12% di tutte le banche prese nel loro insieme. Nel complesso, quindi, il sistema sembra sano. È però la stessa Mediobanca (nelle slide elaborate dal direttore dell’Ufficio Studi, Gabriele Barbaresco), a porsi la domanda: «Più basse le incidenze delle Popolari e Bcc rispetto alle S.p.A.: maggiore capacità di selezionare la clientela o minore severità nel valutarla?»

Fonte: R&S Mediobanca

Le Bcc a livello aggregato hanno coefficienti patrimoniali migliori della media delle banche italiane. Il problema è che le medie nascondono differerenze abissali tra i vari istituti. Almeno un terzo sono state considerate a rischio da Mediobanca, sulla base dei bilanci 2015

Il punto è che le medie coprono una dispersione che è elevatissima. Ci sono le banche sane e quelle malate. Guardate la tabella qui sotto. L’ultimo “decile”, il decimo, segnala le banche più piccole. Prese insieme hanno la stessa copertura di quelle maggiori. Ma la curva che sale indica che ci sono distanze enormi tra le une e le altre banche. Un terzo delle Bcc, per dire, ha un Texas Ratio superiore al 100%, cioè è a un livello troppo elevato.

Fonte: R&S Mediobanca

Per capire lo stato di salute delle Bcc, però, bisogna guardare anche altri dati. Le Bcc hanno una quota di ricavi (64%) molto più alta delle altre costituita dal margine di interesse. Vale a dire dalla tradizionale attività della banca: faccio credito e guadagno dagli interessi. Tuttavia questo modello, quando i tassi di interesse della Bce sono a zero, non porta redditività. Se si aggiunge che le banche, essendo piccole e non potendo fare economia di scala, hanno costi mediamente alti, si ottiene un altro dato fondamentale: il cost/income ratio è del 78%, sette punti superiore alla media. Se si trattasse semplicemente di avere minori utili, sarebbe poco male. Il problema si scopre guardando i bilanci 2015: considerando 100 euro di ricavi, ci sono stati ben 48 euro di svalutazioni di crediti deteriorati. Un salasso, che ha portato a un deficit operativo del 27%, vale a dire un quarto dei ricavi. È un’operazione di pulizia che probabilmente è continuata anche nel 2016 (non sono ancora disponibili analisi aggregate). Tuttavia, nota un analista finanziario commentando i dati di R&S Mediobanca, alla fine del 2015 queste banche sono riuscite a cavarsela con un Roe pari a zero, cioè non negativo. Come? Vendendo a man bassa alla Bce i titoli di Stato, che avevano accumulato negli anni precedenti a costi irrisori. Potenza degli Ltro e del Quantitative Easing, finché dura. Per la cronaca, le piccole Bcc hanno un terzo abbondante del loro attivo in titoli, azioni e cassa.

Il problema “gestionale” delle Bcc: sono piccole e come ricavi si affidano all’intermediazione classica: questo fa scoppiare il rapporto tra costi e ricavi. Poi, nel 2015, l’equivalente della metà dei ricavi è stato bruciato in svalutazioni di sofferenze. Un salasso

Non avremo una Crédit Agricole

Proprio questi ultimi indici spiegano la ratio della riforma voluta dal governo (su ispirazione della Bce, come per le popolari, a quanto si dice). Un gruppo unico che unisse le Bcc avrebbe portato alla creazione della terza banca italiana per dimensioni. Ci sarebbe stata massa critica per ridurre i costi (a partire da quelli di “compliance”, che pesano molto su banche piccole). Ma soprattutto ci sarebbe stata la dimensione adeguata per presentare servizi ad alto valore aggiunto, in grado di dare commissioni tali da compensare i margini di interesse decrescenti. E, ancora più importante, ci sarebbero stati più soldi per fare investimenti in tecnologia e in particolare nei sistemi informativi. Basti ricordare che Unicredit, nel nuovo piano industriale, ha dedicato a questa voce oltre un miliardo di euro. «Non sappiamo come andrà il mercato. Potrebbe darsi che alla fine il fintech non inciderà sul tipo di business di queste banche. Ma se dovesse succedere, di sicuro ci sarà da mettere in conto pesanti investimenti. Entrambi i gruppi, divisi, sono esposti a grosse minacce», dice a Linkiesta Luca Erzegovesi, professore di finanza all'Università di Trento.

La legge di riforma del 2016 è stata fatta anticipare da una proposta di “autoriforma” delle stesse Bcc, che è stata in gran parte accettata da governo e Parlamento. Ed è stata completata da norme di secondo livello di Bankitalia, che hanno posto l’accento più sulla possibilità, per la capogruppo che si sarebbe dovuta formare, di fare controlli, risanare e agire in modo diretto sulla governance. In altri termini, quando si fosse creato un problema, sarebbe stato possibile per la capogruppo cambiare i vertici dei piccoli istituti coinvolti. Il modello a cui probabilmente alla Bce pensavano è quello francese di Crédit Agricole, che all’estero si presenta come un unico gruppo bancario (in Italia possiede Cariparma, FriulAdria e Carispezia) ma in patria è un gruppo mutualistico, sebbene le singole banche locali non abbiano licenza bancaria. Crédit Agricole, oltre all’attività bancaria classica, ha alcune delle attività che avranno i due gruppi rivali italiani: corporate e investment banking, credito al consumo, leasing e factoring, asset management, assicurazioni, wealth management. Il modello italiano, spiega Erzegovesi, è un misto tra quello francese e quello tedesco, dove ci sono una manciata di gruppi che raggruppano il credito cooperativo e un fondo di garanzia unico. Uno di questi operatori, DZ Bank, è uno degli azionisti di Ccb Trento.

A spingere le Bcc a seguire Trento è stata anche una vaga promessa di autonomia. Ma è più marketing, perché in caso di crisi le regole saranno uguali per tutti

À la guerre comme à la guerre

Bene. Verso questo modello per un po’ si è marciato, prima che si arrivasse alla rottura di fine 2016. Nei dettagli ci si perde (Formiche ha appuntato le evoluzioni passo per passo). Quello che è essenziale è che Ccb Trento aveva in 15 anni sviluppato una serie di servizi (con 170 banche clienti), soprattutto sistemi informativi e consulenze, e nel gruppo unico non avrebbe trovato spazi per valorizzare quello che aveva già sviluppato. «A Trento hanno visto nel gruppo unico una distruzione del valore. In molti casi si trattava di ricominciare da un foglio bianco», spiega Erzegovesi. Ci sono state trattative, poi porte sbattute. Sembra abbiano pesato anche antipatie personali. Uno dei bersagli è stato Alessandro Azzi, per 25 anni presidente di Federcasse (federazione che continuerà a rappresentare tutte le Bcc), che dopo il fallimento del progetto unitario ha rassegnato le dimissioni nel gennaio 2017. A guidare il fronte trentino c’è il presidente di Cassa Centrale, nonché della Cassa Rurale di Trento, Giorgio Fracalossi. Altre motivazioni sono state politiche - il governatore del Veneto Luca Zaia si è schierato con i tridentini - altre più locali. «Con la crescita che c’è stata negli ultimi anni si sono create delle sovrapposizioni tra Bcc - spiega Erzegovesi -. In alcuni casi la creazione di un secondo gruppo permetterà probabilmente di evitare tagli». Questione di posti di lavoro di tutelare, oltre al potere locale. Ma a spingere le Bcc a seguire Trento è stata anche una vaga promessa di autonomia. Vaga, perché, sottolinea il docente dell’Università di Trento, «la promessa di dare maggiore autonomia alle banche locali può valere solo finché tutto va bene. In caso di crisi il clima non può che cambiare». I gruppi che si vengono a creare, ha sottolineato un pepato articolo uscito in due parti sul sito di approfondimento economico Pianoinclinato.it, sono delle Spa, sogggette a regole di governance irrispettose del voto capitario tipico delle Bcc, «perciò il sospetto di questi soci è di venire diluiti nei consigli della holding, dove il peso maggiore potrebbero averlo le Bcc di più grandi dimensioni. E magari lontane dal “proprio territorio”, che è la vera (o presunta) paura di tutti», sottolinea l’autore, un anonomi “Banchiere Cannibale”.

Proprio il tema dell’autonomia - da Trento la linea tenuta è che finché le cose vanno bene e le banche sono sane non c’è moltivo di intervenire - scatena la reazione di un banchiere che ha scelto di seguire Iccrea. «Chi parla di un’autonomia diversa ti prende per il naso, perché è chiaro che il patto di coesione avrà gli stessi criteri», dice Luca Barni, direttore della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate (Varese). «Stanno spingendo su questa leva in modo garibaldino». Secondo Barni, tra le ragioni che hanno portato il cda della Bcc varesina a scegliere Iccrea (in attesa dell’assemblea) c’è il fatto che «Ccb è una startup. Nel momento attuale in cui la redditività è minima, non mi affiderei mai a una società che non ha esperienza. Bisogna affinare servizi come leasing, factoring, finanza. Io so che il gruppo Iccrea li ha già e che è uscita bene dall’asset quality review della Bce». A questa accusa da Trento si risponde ricordando l’esperienza di 15 anni a favore di 170 banche, che la società ha creato 100 milioni di utili in quattro anni, non ha mai chiesto aumenti di capitale negli anni passati e che è stata appena creata una società di credito al consumo con un manager di primo livello. Si aggiunge che Iccrea ha più del doppio dei dipendenti di Ccb e sarebbe quindi troppo appesantita nei costi. Le banche di Iccrea a loro volta ricordano che chi passa sotto Ccb deve versare a questa parte del patrimonio. E si potrebbe andare avanti a lungo. Intanto contano i numeri: Ccb vanta 103 banche aderenti e punta a 110. Cosa che lascerebbe circa 160-165 Bcc a Iccrea. La divisione Nord-Est contro resto d’Italia però è ingannevole. Basti pensare che in Veneto per ora il conteggio è 13 a 11 per Iccrea. Il vero conteggio da fare, al di là dei numeri, riguarderà la solidità patrimoniale delle banche aderenti ai rispettivi gruppi, perché da questo deriverà la capacità di intervento dei rispettivi fondi di garanzia di depositanti e obbligazionisti. A oggi di dati sicuri non ce ne sono.

«Ccb è una startup. Nel momento attuale in cui la redditività è minima, non mi affiderei mai a una società che non ha esperienza»

Luca Barni, Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate

Cosa resterà della banca di provincia

Barni, da “banchiere di provincia” (nome del blog che tiene su Linkiesta), al di là della guerra tra holding («sicuramente ora gli investimenti non saranno sufficienti») tiene a sottolineare che le Bcc, in ogni caso, dovranno mantenere una propria identità. «Ho ben chiaro che se snaturassimo le Bcc e le facessimo diventare come Intesa o Unicredit, saremmo perdenti. Loro hanno avuto 15 anni per sviluppare un certo modello. Noi in questi anni siamo cresciuti perché ci siamo occupati delle Pmi, che erano state trascurate dalle grandi banche. Inoltre noi abbiamo il vantaggio del “peer monitoring”, cioè del controllo tra pari: se facessi qualche operazione contro il mio territorio come banchiere sarei finito». E il rischio di ritrovarsi con le porcherie saltate fuori ad Arezzo, Ancona, Vicenza, Montebelluna? «Non ho mai visto operazioni “baciate” nella mia Bcc né in altre», risponde Barni. Queste operazioni baciate, cioè la concessione di credito in cambio di sottoscrizioni di azioni, secondo Erzegovesi non hanno senso economico in situazioni come le casse rurali, perché «le quote non sono investimento di risparmio, nessuno le sottoscrive per avere un reddito: non esiste un mercato di riacquisto delle quote».

Sul punto, però, invita a tenere le antenne alzate il “Banchiere Cannibale" (intervenuto anche nell’ultima puntata de “I conti della Belva” su Radio 24): la riforma prevede che il numero minimo di soci salga da 200 a 500. Per la stragrande maggioranza delle Bcc non cambierà nulla, ma le casse dalle dimensioni minime «potrebbero rispondere sollecitando la sottoscrizione di capitale» e questo sarebbe un «incentivo alla realizzazione di operazioni baciate (come quelle che hanno devastato PopVicenza e Veneto Banca e i loro azionisti)». Che futuro hanno, dunque, le Bcc? Secondo Luca Erzegovesi dipende da quello che verrà fuori relativamente agli Npl. «Non sappiamo ancora se i crediti deteriorati delle Bcc siano già usciti a sufficienza. Se dovessero emergere situazioni di fragilità, interverrebbe il fondo proprio di ciascun gruppo. L’aspetto di risanamento è sicuramente un punto critico, che potrebbe portare a degli incidenti».

«Non sappiamo ancora se i crediti deteriorati delle Bcc siano già usciti a sufficienza. L’aspetto di risanamento è sicuramente un punto critico, che potrebbe portare a degli incidenti»

Luca Erzegovesi, Università di Trento

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