Da Obama a Trump, il solito errore: inchinarsi ai sauditi e prendersela con l’Iran

Il presidente Usa va in Israele e in Arabia Saudita a “normalizzare” i rapporti con alleati storici. Attinge alla cassaforte saudita che finanzia anche il terrorismo. Mentre in Europa il terrorismo wahabita continua a mietere vittime

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BANDAR AL-JALOUD / Saudi Royal Palace / AFP

23 Maggio Mag 2017 1131 23 maggio 2017 23 Maggio 2017 - 11:31

Il viaggio di Donald Trump in Israele si è caratterizzata fin da subito per una serie di passi dal forte valore simbolico. Prima fra tutti la visita al Muro Occidentale, il cosiddetto “muro del pianto”, luogo sacro agli ebrei, con cui la Casa Bianca direttamente respinge le polemiche sulla “ebraicità” di Gerusalemme innescate da alcune recenti risoluzioni Unesco e indirettamente prende posizione sullo status della Città Vecchia di Gerusalemme, che i palestinesi ancora considerano capitale del loro futuro Stato.
Un gesto politicamente necessario a Trump e ai suoi consiglieri per mettere un po’ d’ordine nei rapporti con lo Stato ebraico, cui il tycoon diventato Presidente ha dedicato in breve tempo una lunga serie di controverse attenzioni. Prima la critica alla risoluzione Onu, sponsorizzata da Obama, contro gli insediamenti in Palestina, poi l’invito a Netanyahu a fermarli o almeno rallentarli. L’annuncio che gli Usa avrebbero spostato l’ambasciata a Gerusalemme (che quasi nessun Paese al mondo riconosce come capitale di Israele) e poi la marcia indietro. Trumpismo puro, insomma, fino al trappolone che i congiurati della Casa Bianca gli hanno tirato facendo circolare la voce dei presunti segreti di intelligence procurati dal Mossad e da zio Donald allegramente passati al ministro degli Esteri russo Lavrov.

L’insopprimibile sensazione che la visita in Arabia Saudita e quella in Israele siano in realtà le due metà di una visita sola, destinata ad annunciare al mondo le linee guida della prossima politica Usa per il Medio Oriente

Tanta carne al fuoco nei rapporti bilaterali, dunque. Ma anche l’insopprimibile sensazione che la visita in Arabia Saudita e quella in Israele siano in realtà le due metà di una visita sola, destinata ad annunciare al mondo le linee guida della prossima politica Usa per il Medio Oriente. Certo, nel Governo israeliano qualcuno ha borbottato per il fiume di armi che Trump si appresta a consegnare ai sauditi. Ma Israele borbotta per definizione, non c’è da farci caso. Quello che conta è che gli Usa del post-Obama si schierano senza se e senza ma con l’asse tra Israele e Arabia Saudita che da qualche anno si è consolidato intorno a un mantra ben preciso: fermiamo l’Iran.

Donald Trump e il suo segretario di Stato Rex Tillerson lo ripetono senza sosta: è l’Iran la causa di tutti i mali del Medio Oriente, sono gli ayatollah i principali sostenitori del terrorismo, sono loro che devono metter giù le mani dalla Siria e dallo Yemen. Un tratto di coerenza, peraltro, nelle mutevoli convinzioni di Trump, che già in campagna elettorale, in polemica con Obama e la Clinton, aveva definito l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano “il peggior accordo possibile”, con l’unico effetto di restituire a Teheran risorse economiche da spendere nella destabilizzazione di altri Paesi.

Che la politica iraniana non sia gestita da una congregazione di santi e beati è chiaro a tutti. Che i pasdaran mettano mano in un sacco di conflitti, altrettanto. Che i metodi siano stati e siano ancora quelli che sono, è più che evidente, basta guardare a ciò che fanno le milizie sciite in Iraq e contare le migliaia di sunniti diventati desaparecidos. Però poi uno va a guardare nelle cose e si accorge che nessun paragone è possibile tra i due mali. Che cosa crediamo verrà fuori dall’attentato di Manchester, per esempio? La lunga mano degli ayatollah o la follia del solito squilibrato imbottito delle teorie wahabite che in Arabia Saudita sono religione di Stato?

Agli Usa basta attingere alla cassaforte saudita e conservare le basi strategiche in Medio Oriente, più che mai necessarie per contrare la crescente influenza russa e cinese

Da almeno quattro decenni, cioè da quando tenevano Osama bin Laden in Pakistan a distribuire quattrini ai “mujaheddin del popolo” dell’Afghanistan che ammazzavano russi, i sauditi finanziano con centinaia di miliardi di dollari il jihad internazionale. E dove non fanno sparare, costruiscono moschee e scuole coraniche ispirate al wahabismo dove crescono le nuove leve del radicalismo islamista. Non è un caso, infatti, se il terrorismo islamista prospera invece di declinare: dal 2000 al 2016 le sue vittime, nel mondo, sono aumentate di nove volte. E sono, nella stragrande maggioranza dei casi, vittime di terroristi sunniti ispirati o finanziati dalle monarchie del Golfo Persico. A loro volta politicamente, economicamente e militarmente protette dai Paesi dell’Occidente, con gli Usa, come vediamo da Trump, in prima fila.

Agli Usa, dunque, importa poco. A loro basta attingere alla cassaforte saudita e conservare le basi strategiche in Medio Oriente, più che mai necessarie per contrare la crescente influenza russa e cinese. A Israele importa ancor meno: avendo l’Iran (e per derivazione l’Hezbollah libanese e la Siria di Assad) come primo nemico, ed avendolo in comune con l’Arabia Saudita, è perfettamente al riparo da tutto questo. Infatti l’Isis, Al Qaeda e gli altri movimenti simili dovrebbero avere lo Stato ebraico nel mirino, ma poiché sono sponsorizzati dai sauditi si guardano bene dal fare qualunque mossa in quel senso. Israele soffre per il terrorismo, che però è sempre e solo legato alla questione palestinese.

Ma noi italiani, francesi, inglesi, tedeschi, sempre aggregati a quel carro? Noi che facciamo finta di combattere il terrorismo? Noi che non sappiamo più che fare con le ondate dei profughi che arrivano dai Paesi smantellati dalla “esportazione della democrazia” e dal terrorismo sunnita? Che cosa diremo noi, per esempio, alle famiglie dei ragazzi dilaniati a Manchester?

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