Dalla tazzina alla terra Se il riciclo del caffè ridefinisce i confini dell’agricoltura sociale

Attraverso le cialde di caffè per il primo ortofrutteto sociale diffuso in Italia. Un’iniziativa che accende i riflettori su un comparto, quello dell’agricoltura sociale italiana, che unisce rigenerazione ambientale, tutela della biodiversità e riscatto umano

La piantumazione a Cascina Biblioteca, a Milano. ©Cascina Biblioteca

Molte delle nostre abitudini ci fanno sentire in colpa tutte le volte che le ripetiamo. Su tutte, usare le cialde del caffè ci lascia sempre perplessi sul destino di quel prodotto nell’ambiente. Le aziende sono coscienti e iniziano a farsene carico. Sembra si sia creato un filo invisibile, ma solido, che lega le abitudini di consumo quotidiano ai destini della terra e delle comunità più vulnerabili. È un esempio virtuoso che arriva da Milano, da Cascina Biblioteca per esattezza, dove Nespresso ha annunciato il lancio del primo ortofrutteto sociale diffuso d’Italia. Si tratta di un progetto nato direttamente dal recupero e dal compostaggio del caffè esausto delle capsule in alluminio, capace di trasformare un potenziale rifiuto in una risorsa agronomica e sociale tangibile, ramificata in sette regioni del Paese.

L’iniziativa si inserisce nella più ampia Campagna Ortofrutteto Solidale Diffuso, promossa da Legambiente e AzzeroCO₂, e rappresenta l’evoluzione strutturale di un percorso di economia circolare che Nespresso porta avanti da oltre quindici anni con il programma Da Chicco a Chicco”. Se fino a oggi il recupero dei residui di caffè era destinato prevalentemente al supporto della coltivazione risicola piemontese – con oltre otto milioni di porzioni di riso donate ai banchi alimentari dal 2011 – la nuova fase, denominata “Un chicco alla volta”, insieme, sceglie di sposare in modo diretto il modello della multifunzionalità agricola e dell’inclusione sociale.

I numeri del progetto
Il piano prevede la restituzione al suolo di oltre 24 quintali di compost derivato dal caffè, destinati a migliorare la fertilità di oltre 31.300 metri quadrati di territorio. Sono sette le realtà del Terzo Settore e le cooperative sociali coinvolte, equamente distribuite tra Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Basilicata e Puglia. L’obiettivo agronomico a medio termine è la messa a dimora di oltre 7.200 piante – tra alberi da frutto, ulivi, specie orticole e piante aromatiche – con una produzione annua stimata a regime di oltre 38.750 chilogrammi di ortofrutta e circa 400 litri di olio extravergine di oliva.

Ma la vera svolta sta nell’impatto umano. Il progetto prevede infatti l’attivazione di percorsi formativi e inserimenti lavorativi mirati, i cui benefici – diretti e indiretti – raggiungeranno più di novecento persone e le relative famiglie. La produzione agroalimentare generata andrà ad alimentare l’economia di prossimità attraverso circuiti di filiera corta, mercati contadini, Gruppi di Acquisto Solidale (Gas) e refezioni ospedaliere.

«Questo orto-frutteto sociale, diffuso in più territori italiani, è per noi un passaggio importante, perché rende visibile qualcosa che spesso resta nascosto: il valore che può nascere dal riciclo, nel tempo», spiega Matteo Di Poce, Sustainability Expert di Nespresso Italiana. La sfida non è più solo separare l’alluminio dal caffè, ma far evolvere il modello affinché l’agricoltura diventi un hub generativo di opportunità.

Il contesto nazionale: la centralità delle cooperative agricole sociali
Per comprendere appieno la portata dell’operazione, è necessario uscire da un’attività aziendale e inserire l’evento nel più ampio panorama dell’agricoltura sociale in Italia, un settore normato a livello istituzionale che rappresenta un’eccellenza unica in Europa per integrazione tra welfare e settore primario.

Secondo i monitoraggi periodici condotti a livello nazionale dal Centro di Politiche e Bioeconomia del Crea con Rete Rurale Nazionale, le cooperative sociali – in particolare quelle di tipo B, deputate all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati – costituiscono la vera spina dorsale di questo movimento. I censimenti istituzionali, come il Report Crea L’agricoltura sociale in Italia, mostrano come le cooperative rappresentino stabilmente oltre il 46 per cento delle realtà di agricoltura sociale censite in Italia, con picchi su base regionale che superano il 61 per cento.

La terra, nel modello italiano, si dimostra uno dei contesti più efficaci per la riabilitazione, la terapia e il riscatto occupazionale. Non a caso, le più recenti analisi di settore come il Rapporto Nazionale Agricoltura100 di Confagricoltura, evidenzia che circa il dieci per cento delle imprese agricole italiane svolge o supporta stabilmente attività connesse all’agricoltura sociale o a schemi di inclusione sul territorio.

L’incrocio tra la lungimiranza di grandi player industriali, la spinta delle associazioni ambientaliste e la competenza agronomica del Terzo Settore traccia una rotta precisa per il futuro della filiera. In un momento storico in cui i costi di produzione e i mutamenti climatici mettono a dura prova la redditività della piccola agricoltura, la cooperazione sociale dimostra che la tutela della biodiversità e della fertilità dei suoli viaggia di pari passo con la coesione sociale. Quello che comincia la mattina all’interno di una capsula di caffè, grazie alla terra e al lavoro cooperativo, si chiude nel piatto, restituendo valore ed equità alla comunità.

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