BASTONE & CAROTA

Lipperini distrugge la nostra pazienza (e la letteratura). Leggete le storie (vere) di Nevio Monaco

Il bastone e la carota: due libri a settimana, uno raccomandato e uno sconsigliato. 'L'arrivo di Saturno' di Loredana Lipperini ha le basi per una buona narrazione, ma non racconta niente di nuovo. "Il Capitano deve morire" di Nevio Monaco è un'ottima testimonianza degli 'anni di piombo'

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26 Maggio Mag 2017 0915 26 maggio 2017 26 Maggio 2017 - 09:15

Il bastone. Scrivere è un’operazione chirurgica. Con freddezza, mentre il lettore lo fissa vigile e sorridente, lo scrittore gli scarta il torso, estrae il cuore, lo fa a fettine. Al posto del cuore, lo scrittore può mettere ogni cosa: il volto di una tigre, un palloncino, il vento. Loredana Lipperini, invece, cougar radiofonica, cucina per il povero lettore i rognoni – e le rogne – della sua vita, soffrigge cervella e viscere, e il risultato, in effetti, è variopinto quanto disgustoso. L’ultimo romanzo di ‘Lippa’ è, sostanzialmente, uno sbrindellato autodafé, una confessione pubblica di cui al pubblico pagante interessa nulla. Peccato. Perché gli ingredienti c’erano tutti. Da una parte la storia enigmatica di Graziella De Paolo, “l’amica della mia giovinezza” (così la Lipperini), giornalista rapita in Libano insieme al collega, Italo Toni, nel settembre 1980, di cui si ignora la fine. Dall’altra la vicenda di Han van Meegeren, il grande falsario, capace di replicare perfettamente Vermeer, morto 70 anni fa – la cui biografia, per altro, è stata tratteggiata nel 2004 da Luigi Guarnieri in La doppia vita di Vermeer. A tenere insieme la materia narrante, i moti impulsivi di Saturno, il pianeta che quando “entra nel segno dello Scorpione” provoca sconquassi. Le basi per scrivere un ottimo romanzo ci sono. Solo che a dare ritmo al libro non c’è, chessò, W. G. Sebald, ma neppure Roberto Pazzi e nemmeno Paolo Mauresing, c’è soltanto la ‘Lippa’, che da giovane era “quella carina di viso, ma con un brutto culo e poche tette”. Narrativamente incontinente, la Lipperini passa dal romanzo ‘impegnato’ – con morale banale: “mentire è creare, creare è mentire” – alla confessione sentimentale, alla macelleria del sentimentalismo. Che “Graziella baciò un ragazzo” e lei – che nella storia si chiama Dora – no, che “Peppe di Tor Pignattara” le aveva intimato “prendimelo in bocca” e lei “aveva sgranato gli occhi ed era scesa dalla macchina”, eppure “perde la verginità a casa di un amico di Walter” con Rimmel di De Gregori in sottofondo, e che poi “fa un check-up all’università immaginando di essere incinta” e felice come una Madonna postparto “scopa con il miglior amico di Walter dopo una canna e dopo aver visto Magical Mystery Tour al cinema”, a noi lettori non interessa, sono polluzioni nostalgiche da diario notturno, da custodire per la propria personale terapia dell’ego. Come non c’importa che nel gergo privato con Graziella “le mestruazioni si chiamavano Joe”e che la ‘Lippa’ si scopra vecchia “a una festa di paese”, è Ferragosto, “finendo a ballare Corazon espinado con il suo primo amore”, che ora, però, ha 62 anni, è alla terza moglie ed è pure grasso. Si capisce che la Lipperini più che al romanzo è avvezza al pettegolezzo perché quando entra nel vivo della Storia ulcerata del nostro Paese – sproloquiando di P2 e di Antonio Chichiarelli e di Aldo Moro e di Stefano Giovannone e di Ilaria Alpi – beh, meglio optare per Wikipedia, è più informata di Loredana, al confronto pare Kafka. Ripeto: si scrive con il bisturi, con la mente ferma e il polso implacabile. Invece, Loredana entra nella camera operatoria della letteratura urlando, con il registratore nello zaino, vestita da Winx. Tranquilli, “si dimentica sempre quello che ci distruggerà”, dice zia Loredana. Ha ragione lei. Ora che ha distrutto la nostra pazienza, dimentichiamola.

Loredana Lipperini, L’arrivo di Saturno, Bompiani 2017, pp.432, euro 19,00

La carota. Se volete capire qualcosa sugli ‘anni di piombo’ e farvi una idea dei torbidi d’Italia, tanto vale approvvigionarsi di fonti certe, più che darsi al romanzo. Nevio Monaco è stato comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Bologna durante i caldissimi anni Settanta. Ora, come spesso capita a chi è vissuto nelle viscere della Storia, è un signore fermo ed educato, quasi insignificante. Il comandante Monaco, sotto il mirino delle Brigate Rosse – ma “a Bologna, nonostante le gravi minacce di morte nei miei confronti, mi sentivo sicuro. I miei collaboratori vegliavano su di me e, nonostante non ne avessi fatto richiesta, mi scortavano durante gli spostamenti più pericolosi, ossia quando al mattino uscivo da casa e accompagnavo a scuola mio figlio Giuseppe di otto anni” – racconta la strage dell’Italicus, l’omicidio del brigadiere Andrea Lombardini – nel 1974 – le operazioni condotte con il Generale Dalla Chiesa, l’era dei sequestri, la lotta contro il terrorismo, di ogni matrice, le pressioni di Lotta Continua. Tra queste storie, spicca quella del “clamoroso furto di dipinti dal Museo di Urbino, avvenuto il 6 febbraio 1975”. Si tratta, per la cronaca, del “furto del secolo”. Dal Museo vengono sottratti, infatti, La flagellazione e La Madonna di Senigallia di Piero della Francesca e La muta di Raffaello, capolavori dal valore inestimabile. Il comandante Monaco adotta una sottile strategia per infiltrarsi nei traffici più o meno leciti della vendita di opere d’arte. Si fa aiutare da Maurizio Balena, amico di gioventù, ora dall’altro lato della barricata, legato ad ambienti di estrema sinistra, eccellente esperto d’arte – negli anni, si rivolgerà a lui, spesso e volentieri, Vittorio Sgarbi. I preziosi sbucano un anno dopo, a Locarno, dopo peripezie investigative tutte da leggere. Come un romanzo. Quando la capacità immaginativa è scarsa, la realtà vince sempre.

Nevio Monaco, Il Capitano deve morire. Le vicende di un protagonista degli anni dell’odio e della violenza nel mirino dei terroristi e dei mafiosi 1974-1979, Panozzo Editore 2017, pp.250, euro 14,00

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