Crisi bancarie, aspettate a esultare: il conto (salato) arriverà tra quattro anni

Quanto perderà lo Stato in Mps e per le banche venete? In cambio riuscirà a fermare la crisi delle banche? E sarà la fine dell’Unione bancaria? È solo con le risposte a queste domande che si potrà capire se le ultime mosse siano state giuste o sbagliate

Padoan Ecofin 2017

Pier Carlo Padoan alla riunione dell’Ecofin del 16 giugno, a Lussemburgo

JOHN THYS / AFP

6 Luglio Lug 2017 0820 06 luglio 2017 6 Luglio 2017 - 08:20
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Sarà solo nel 2021, quando lo Stato dovrà rivendere le azioni, che si capirà se il governo avrà preso la decisione giusta nazionalizzando di fatto Mps o se si sarà svenato inutilmente. Mettiamoci il cuore in pace: oggi non è possibile dare un giudizio definitivo sulle scelte più recenti dell’esecutivo in tema di banche. Possiamo sicuramente ribadire alcuni punti fermi: che la soluzione tampone di usare Atlante 1 per tenere in vita due banche, nel frattempo diventate zombie, è stata una perdita di tempo e di denaro per il sistema bancario. Che il sistema delle Gacs, le garanzie pubbliche sulla parte senior delle cartolarizzazioni, ha dato risultati modesti, perché troppo complesso per essere applicato su portafogli di sofferenze da miliardi di euro e perché non affronta il vero cuore della questione, cioè il prezzo delle tranche junior e mezzanine. In Mps, ricordiamolo, Atlante 2 ha acquisito i portafogli di sofferenze junior e mezzanine al 21% del valore nominale: un valore di poco superiore a quello dei “fondi avvoltoi” da cui Atlante si sarebbe dovuto distinguere molto più nettamente perché finanziato a tassi inferiori rispetto agli stessi fondi.

Tra le altre certezze c’è il fatto che il mercato ha premiato Intesa Sanpaolo, per la quale tutti gli analisti hanno evidenziato i benefici di un forte rafforzamento in Veneto, ma anche in Puglia, senza che sia intaccato il dividendo di quest’anno. Così come si può dire, senza che ci sia lesa maestà, che su tutta la vicenda veneta pesano i mancati rilievi delle autorità di vigilanza nazionali, soprattutto sulle operazioni baciate di concessione di prestiti in cambio dell’acquisto di azioni. Ma, se vogliamo, ci sono limiti anche della stessa Bce, che fino al 2014 negli stress test ha promosso Popolare di Vicenza e che in seguito ha monitorato i parametri patrimoniali ma non le modalità attraverso le quali gli aumenti di capitale venivano realizzati. Molto altro si potrebbe dire sul lato giudiziario, con le lotte tra giudici alla procura di Vicenza.

Così come molte riflessioni si potrebbero fare su quello che sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente: cosa sarebbe successo se, con la via del bail-in fossero stati toccati i bond senior (1); ossia se sarebbe scattato, o meno, un effetto panico che avrebbe coinvolto altre banche o altre banche deboli. Ancora: cosa sarebbe successo se il governo avesse fatto più pressioni sul sistema bancario perché mettesse gli 1,2 miliardi chiesti dalla Commissione europea per arrivare a una ricapitalizzazione precauzionale stile Mps, con lo Stato nel ruolo di azionista. Domanda che ne nasconde altre, come quella sulla possibilità di rilancio o almeno di stop alla fuga dei depositi di due banche, Popolare Vicenza e Veneto Banca, dove il margine di intermediazione era letteralmente precipitato. E infine: quali risultati si sarebbero ottenuti prendendo il toro per le corna un anno prima? Quando le banche erano sì molto più vive, ma la via della liquidazione coatta amministrativa con 37 deroghe sarebbe stata impensabile.

Sono domande che possono sembrare oziose, ma su cui sarebbe bene trovare delle risposte per non arrivare del tutto impreparati ad affrontare le future crisi. Per capire, però, se le soluzioni strappate negli ultimi mesi dal governo alla DGComp hanno avuto un senso, bisogna porsi altre tre domande: 1) Davvero si può parlare di crisi bancaria alle spalle, dopo tre anni da incubo? 2) Quanti soldi torneranno allo Stato da Mps e dalle banche venete? 3) È la fine dell’Unione bancaria europea?

Per capire, però, se le soluzioni strappate negli ultimi mesi dal governo alla DGComp hanno avuto un senso, bisogna porsi altre tre domande: 1) Davvero si può parlare di crisi bancaria alle spalle, dopo tre anni da incubo? 2) Quanti soldi torneranno allo Stato da Mps e dalle banche venete? 3) È la fine dell’Unione bancaria europea?

Crisi alle spalle?

Il ministro dell’Economia e finanze Pier Carlo Padoan è stato netto, martedì 4 luglio, dopo aver incassato il via libera dalla commissaria Margrethe Verstage alla ricapitalizzazione precauzionale di Mps: «C’è un effetto positivo sui mercati, come se ci fosse una liberazione da una situazione che ha caratterizzato per troppo tempo il nostro sistema bancario e che inizia a essere veramente alle nostre spalle». L’indice Ftse Banche Italia è salito, dopo il decreto del 25 giugno, di poco meno del 10%, mentre lo spread Btp-Bund non ha ripetuto le impennate di inizio giugno e si è invece stabilizzato tra i 160 e i 170 punti base.

I mercati hanno quindi reagito bene e una mano l’ha data l’aumento di capitale di Carige, che poteva essere vista, data la sua pesante eredità di crediti deteriorati in rapporto agli impieghi, uno dei focolai di nuove tensioni. A oggi (si veda l’ultimo “Bollettino medico bancario” di Fabio Bolognini), gli occhi vanno puntati, oltre che su Genova, sulla Banca Popolare di Bari. Ci sono poi le situazioni molto critiche delle più piccole Carim, CariCesena e CR San Miniato, che potrebbero finire a Cariparma (gruppo Crédit Agricole). E poi, come ha invitato a fare su Linkiesta Simone Galimberti, vale la pena non sottovalutare il caso di Unipol Banca. In un incontro con la stampa, appena successivo al decreto del 25 giugno, gli analisti di Banor si sono spinti a dire che ora è il momento di considerare sostanzialmente finita la crisi delle banche italiane. Alla stessa domanda, gli analisti di Pwc, martedì 4 luglio, hanno dato una risposta più articolata. In sintesi, i lati positivi: il 2017 è un anno importante, perché le banche stanno togliendosi dal groppone 60 dei 200 miliardi di sofferenze lorde che pesavano sui loro bilanci alla fine del 2016 (per quanto l’uscita effettiva degli Npl da Mps sarà nel 2018, ndr). È positivo che ci siano casi a dir poco critici sulla via della risoluzione. La svolta c’è stata con l’aumento di capitale di Unicredit, che ha dato il segnale che non tutto quello che riguardava l’Italia era marcio. Ci sono indicazioni, per quanto non fortissime, di ripresa del Pil e di diminuzione della disoccupazione e di aumento delle transazioni del mercato immobiliare. Infine, ci sono spinte che vanno colte in tema di gestione degli stessi unlikely to pay: grazie alle linee guida di marzo della Bce e alle recenti modifiche alla 130 del 1999 sulle cartolarizzazioni, le banche potranno essere più proattive nella gestione di quelli che fino a poco tempo fa venivano chiamati incagli.

Ma naturalmente ci sono anche i lati negativi, che non possono far parlare di crisi finita: lo stock di Npl (incagli e crediti scaduti compresi) rispetto agli impieghi è in Italia enorme: il 18%, a fronte di un livello di allarme che la Bce fissa al 7%; la Spagna, dopo la cura della bad bank di sistema, è scesa al 6%, la Francia è al 4%, la Germania al 2 per cento. Tornare al 7% significa scendere dai 324 miliardi di fine 2016 a circa 125 miliardi. Una strada ancora lunga, considerato che finora si sono fatte operazioni su grandi banche e che dall’anno prossimo si tratterà di vendere tanti portafogli più piccoli. Inoltre, anche se il problema Npl fosse risolto, rimarrebbe quello enorme della redditività. Le banche dovranno pensare a come fare utili, focalizzarsi sui clienti, ristrutturare i costi, in tempi di concorrenza crescente del Fintech e di tassi ancora bassi. «Per tutti questi motivi, è necessario risolvere rapidamente il problema degli Npl per concentrarsi sul core business» ha commentato Pier Paolo Masenza, financial services deals leader di Pwc. «Vediamo però il bicchiere mezzo pieno, poteva andare peggio».

La conclusione: è finita l’emergenza, non la crisi.

È finita l’emergenza, non la crisi

Quanto perde lo Stato?

Lo Stato potrà mai recuperare i soldi che ha messo in Mps (3,9 miliardi più 1,5 per il rimborso degli obbligazionisti subordinati retail) e nelle banche venete (3,5 miliardi più 1,2 per gestire esuberi, oltre a 12 miliardi di garanzie)? La risposta dipende in primo caso dal valore a cui venderà le azioni Mps, di cui ora è socio al 70%, nel 2021, quando dovrà uscire. È qualcosa che dipenderà da aspetti macroeconomici, come la ripresa del Pil e un eventuale rialzo dei tassi di interesse; ma anche, se non soprattutto, dalla riuscita del piano industriale, appena presentato. La scommessa dei vertici di Mps è stata di puntare su riduzione dei costi, tramite riduzione del personale con prepensionamenti volontari e digitalizzazione, e su una focalizzazione sul credito alle Pmi. Impresa non facile, ma il giudizio non può che essere aperto (si rimanda a un approfondimento del blog Phastidio di Mario Seminerio). Il primo tagliando sarà nel 2019.

Sul fronte delle banche venete, tutto dipenderà, a questo punto, dai valori ai quali saranno vendute le sofferenze. La bad bank li ha valutati a un prezzo del 46,9% del valore nominale; per le inadempienze probabili, è stato calcolato che due terzi diventeranno sofferenze e un terzo tornerà in bonis. In entrambi i casi sono proiezioni risultanti da uno studio di Bankitalia sui tassi di recupero negli anni 2006-2015. Sono prezzi lontanissimi dai valori appena strappati da Atlante per Mps. Come si giustificano? Per il fatto che non c’è fretta di vendere e non ci sono finanziamenti a tassi oltre il 10% da rimborsare. È la bad bank “paziente” che ha potuto operare, in altro contesto ma con un meccanismo simile, in Spagna. Quanto recupererà, però, alla fine questa bad bank, o meglio la Sga? Come ha spiegato il professor Luca Erzegovesi (Università di Trento) in un post sul blog Pane-e-finanza, una delle chiavi è la quantità di crediti in bonis che saranno scartati da Intesa Sanpaolo. Sono garantiti dallo Stato con 4 miliardi di euro ma il governo ha calcolato un fair value (cioè un’uscita probabile) di soli 400 milioni di euro. Considerato che molti di quei crediti sono il risultato di prestiti baciati, è tutto da vedere che siano effettivamente recuperabili. Erzegovesi giunge alla conclusione che le perdite sono impossibili da stimare ma potrebbero essere anche di 3 miliardi e oltre (teoricamente fino a 10). Su L’Economia del Corriere della Sera Federico Fubini ha citato una possibile perdita di 3-4 miliardi. Secondo i consulenti di Pwc una stima non è invece possibile, perché dipende tra troppe variabili, come il valore effettivo delle attività non Npl incorporate dalla bad bank (come le quote di Arca Sgr). Banca d’Italia, invece, sostiene che la partita si potrebbe chiudere, nella migliore delle ipotesi, con un guadagno per lo Stato di 700 milioni di euro.

Il precedente più citato, in questo caso, è l’attività di recupero degli Npl a seguito del crac del Banco di Napoli da parte della stessa Sga. Ci sono voluti 20 anni ma è stato recuperato il 92%, è stato ripetuto più volte in questi giorni. Ma i ragionamenti generalmente non tengono conto degli aiuti avuti dalla stessa Sga. Lo ha ricordato Luigi Zingales lo scorso autunno: una quota consistente del recupero (oltre 3 miliardi secondo Zingales) derivano dai prestiti a tassi agevolati che la Sga riceveva da Banca d’Italia all’1% (in forza della cosiddetta “legge Sindona”) e che investiva in Btp che all’epoca valevano il 6%. Sono inoltre molte altre le differenze tra il caso Banco di Napoli e l’attuale situazione in Veneto. Su questo si rimanda a un post dedicato delllo stesso Erzegovesi.

Stimare le perdite che avrà lo Stato nella bad bank per le banche venete è impossibile. Alcune stime parlano di 3-4 miliardi di euro

Ci dobbiamo dimenticare la garanzia unica sui depositi?

Un ultimo punto chiave è che cosa succederà alla garanzia comune sui depositi bancari, ossia al terzo pilastro mancante dell’Unione bancaria dell’Eurozona. È un tema che ha sollevato, immediatamente prima del decreto del 25 giugno, Ferdinando Giugliano su Bloomberg View e poi lo stesso Luigi Zingales sul Sole 24 Ore. Il ragionamento è che questo aggiramento continuo e clamoroso delle regole europee e in particolare della direttiva Brrd mette una pietra tombale sul completamento dell’Unione bancaria, a causa dell’impossibilità di guadagnare la fiducia dei Paesi rigoristi, a partire da Germania e Olanda. È una linea che è risuonata più volte nelle analisi dei giornali britannici, tedeschi, ma anche spagnoli, e che ha trovato importanti conferme in ambienti governativi tedeschi, citati su La Repubblica da Tonia Mastrobuoni. Quest’ultimo articolo spiega chiaramente come la mossa italiana offra un assist a chi si opponeva alla garanzia comune sui depositi per altre ragioni: la valutazione a rischio zero dei titoli di Stato detenuti dalle banche italiane e l’eccessivo peso dei titoli di Stato nelle pance delle stesse banche. Siamo quindi al capolinea? È un rischio concreto. A meno che non prevalga la linea descritta a Linkiesta da Jean Pisani-Ferry, consigliere economico del presidente francese Emmanuel Macron: non affrontare un capitolo alla volta delle riforme europee, ma il loro complesso. La discussione sull’Unione bancaria dovrebbe quindi andare di pari passo con quella sul ministro delle Finanze europeo e sulle sue funzioni, che Berlino vorrebbe soprattutto di controllo. In quest’ottica, non è detto che bisognerà rinunciare alla garanzia sui depositi, ma il prezzo da pagare su altri fronti da negoziare potrebbe essere pesante.

(1) nota: eliminata la frase “(cosa che ancora non è avvenuta in Europa, neanche nel caso Banco Popular-Santander)”

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