Accordi di Parigi? Non interessano a nessuno. Per le energie rinnovabili ci sono pochissimi finanziamenti

I finanziamenti ai combustibili fossili sono 4 volte superiori rispetto a quelli alle energie rinnovabili. È quanto emerge da uno studio di Oil Change International, Sierra Club, WWF e Amici della Terra USA. 71,8 miliardi di dollari di finanziamenti ai fossili ogni anno contro i 18,7 in rinnovabili

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DAVID MCNEW / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

13 Luglio Lug 2017 1145 13 luglio 2017 13 Luglio 2017 - 11:45

Te li do io gli accordi di Parigi! I finanziamenti a sostegno dei combustibili fossili delle venti principali nazioni del mondo sono quattro volte superiori a quelli destinati alle rinnovabili. Questo il risultato di uno studio condotto da Oil Change International, Sierra Club, WWF e Amici della Terra USA.

Il titolo dello studio - cui ha contribuito anche Legambiente per la parte dedicata all’Italia - non lascia dubbi: “Le chiacchiere costano poco: come le nazioni del G20 stanno finanziando il disastro climatico”. È stato pubblicato in occasione del recente incontro ad Amburgo dei capi delle 20 nazioni più industrializzate al mondo.

Gli autori dello studio accusano i governi del G20 di “parlare con lingua biforcuta. Ma in realtà questa accusa dovrebbe essere risparmiata a Trump, che dopo settimane di certosina opera di smantellamento di venti anni di lotte per il clima, ha stracciato gli Accordi di Parigi subito dopo il vertice G7 di Taormina.

Nelle venti nazioni più industrializzate, i finanziamenti pubblici sono destinati a prestiti a interesse agevolato, garanzie e sussidi destinati a rendere meno costosi gli impianti a combustibili fossili. Esattamente 71,8 miliardi di dollari di finanziamenti ai fossili ogni anno nel periodo 2013-2015. Negli stessi tre anni, i finanziamenti destinati alla ricerca, sviluppo e diffusione delle rinnovabili sono stati pari 18,7 miliardi di dollari.

Andando nel dettaglio, il Giappone conduce la classifica con 16,5 miliardi di dollari all’anno contro 2,7 miliardi di $/anno (sei volte di meno) destinati alle rinnovabili. Alle sue spalle la Cina, che ha dichiarato forti tagli all’espansione del carbone e si propone di diventare il nuovo leader del cambiamento climatico dopo la fuga degli USA. Pechino, però, ha destinato alle rinnovabili 85 milioni di $/anno, ma ben 13,5 miliardi (159 volte di più) ai fossili. A ruota la Corea del Sud con 8,9 miliardi di $/anno ai fossili e solo 92 milioni (97 volte di meno) alle rinnovabili. La Germania, ospite del recente G20 e che aveva messo il cambiamento climatico al centro del vertice, distribuisce i fondi in modo più bilanciato. Però da Berlino i fossili ricevono 3,5 miliardi di $/anno contro i 2,4 destinati alle rinnovabili. Gli Stati Uniti si mantengono vicini alla media del G20: 6 miliardi ai fossili contro 1,3 alle rinnovabili. Russia e Argentina, semplicemente, non si fanno problemi di sussidi: poco più di un miliardo di dollari a testa per i fossili e zero per le rinnovabili.

Nelle venti nazioni più industrializzate, i finanziamenti pubblici sono destinati a prestiti a interesse agevolato, garanzie e sussidi destinati a rendere meno costosi gli impianti a combustibili fossili

Per quanto riguarda l’Italia, Legambiente segnala che - sempre nel triennio 2013-2015 – Palazzo Chigi attraverso la Cassa Depositi e Prestiti e la SACE (Servizi Assicurativi e Finanziari per Export e Internazionalizzazione) ha destinato con 21 progetti ben 2,15 miliardi di dollari all’anno ai combustibili fossili contro i 123 milioni di dollari l'anno destinati alle energie pulite, piazzandosi all'ottavo posto nella classifica per finanziamenti pubblici a sostengo dei combustibili fossili e risultando tra i Paesi peggiori, insieme alla Germania, per la mancata corrispondenza tra dichiarazioni di lotta ai cambiamenti climatici e gli effettivi finanziamenti pubblici.

Lo studio include i finanziamenti provenienti da banche per lo sviluppo di dimensioni sovranazionali, come la World Bank. Questi ammontano a circa un quarto dei finanziamenti totali ed è evidente che i governi dei G20 hanno quote significative all’interno di ciascuno di quei consigli di amministrazione e corrispondente potere decisionale.

Purtroppo il rapporto presenta due limiti vistosi. Prima di tutto è stato trascurato il contributo all’energia nucleare e quello prodotto in favore delle rinnovabili dalle dighe collegate ai grandi impianti idroelettrici.

Ma il limite più vistoso consiste nell’avere messo insieme tutti i combustibili fossili senza distinguere fra quelli più inquinanti e quelli meno dannosi per l’ambiente.

Mettere nello stesso calderone carbone, petrolio e gas, senza sottolineare che il primo produce più del doppio della CO2 emessa dal gas e il 50% in più rispetto al petrolio a parità di energia prodotta, è un grave limite che rischia di sfociare nella demagogia. Così si alimentano le strampalate tesi dei sostenitori dell’abolizione immediata di tutti i fossili che vogliono semplicemente fermare l’intero Pianeta.

O, peggio ancora, si permette ai negazionisti a oltranza del climate change di mescolare fra loro le più strampalate tesi pseudoambientaliste con le concrete strategie per una seria transizione energetica dai fossili alle rinnovabili e di liquidarle tutte insieme come frottole.

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