Perché il processo a Bossetti è indegno di un Paese civile

Confermato l’ergastolo anche in appello per l’uomo accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio. Eppure i dubbi rimangono: perché il caso del muratore di Brembate è il paradigma di quel che non funziona nella giustizia italiana (e nel circo mediatico che la circonda)

Bossetti
18 Luglio Lug 2017 0645 18 luglio 2017 18 Luglio 2017 - 06:45

Credere nell’innocenza di Bossetti è sbagliato.
Si crede nelle idee, nei valori o nella religione. Per quanto riguarda gli uomini e le loro azioni, l’unica cosa in cui credere è lo Stato di Diritto, basato sul concetto di “giusto processo”. É su questa conquista, del resto, che dovrebbe misurarsi la supposta superiorità della nostra Civiltà sulle altre.
Sconcerta, quindi, che nel momento in cui il grosso dell’opinione pubblica approda su posizioni di chiusura verso chi viene da fuori e bussa per entrare, a quella stessa opinione pubblica importi poco che una persona, ieri, sia stata condannata al carcere a vita senza che le siano stati garantiti i fondamenti minimi del “giusto processo” sanciti dalla Costituzione. C’è stato il processo, e di questo parliamo con lo scrittore Gianluca Neri, al lavoro su un documentario sul processo Bossetti simile, nelle intenzioni, al celebre “Making a Murderer” di Netflix dedicato al caso di Steven Avery. «Quello che ha subito Bossetti - dice Neri - è incredibile. Lo è se fosse innocente, ma lo sarebbe anche se fosse colpevole».

Partiamo dalla questione fondamentale, ovvero dal DNA. Perché non è stata autorizzata una nuova perizia? «Non me lo spiego - risponde Neri a Linkiesta -. Tecnicamente nei processi si analizza il DNA nucleare e non mitocondriale. Ma visto che è l’accusa ad aver analizzato il mitocondriale, è legittimo che la difesa chieda una perizia. C’è poi la questione dei “raw data” ottenuti durante il test, su cui la difesa ha riscontrato decine di incongruenze. E il fatto, centrale, che il DNA è rimasto esposto alle intemperie per settimane. Quello che proprio non capisco, tuttavia, è perché la parte civile, ovvero la famiglia, abbia tenuto un atteggiamento così ostile. La colpevolezza deve essere “oltre ogni ragionevole dubbio”: per farlo, una nuova perizia appare non importante ma necessaria».

Soprattutto, aggiungiamo noi, se la questione del DNA si inserisce su un quadro processuale in cui ogni indizio invece che appianare i dubbi non fa che alimentarli. C’è, ad esempio, il celebre filmato del furgone bianco, identico a quello dell’imputato, che gira nei pressi della palestra dove Yara scomparve. Come si sa, il furgone non era di Bossetti: si trattava di furgoni diversi, e l’intero filmato era stato confezionato dai RIS ad uso della stampa su richiesta della Procura (si scoprì anche, di conseguenza, che i RIS dispongono di un reparto fiction di tutto rispetto): «Quando questo video fu diffuso dalla stampa - aggiunge Neri - nessuno disse che si trattava di un falso. Fu un consulente della difesa ad accorgersi che qualcosa in quelle immagini non andava. Ora: è normale che si debba ad un semplice investigatore privato la responsabilità di dimostrare che un filmato spacciato per vero sia stato “confezionato?”». Il caso del filmato “confezionato” dai RIS evidenzia una stortura storica del sistema giudiziario italiano, la gigantesca sproporzione di mezzi tra accusa e difesa. Appare chiaro come in una situazione simile il giusto processo rimanga una pia illusione, a meno che l’imputato non abbia la fortuna di essere molto ricco: eppure il tema ha smesso di interessare la politica già da alcuni decenni.

C’è, ad esempio, il celebre filmato del furgone bianco, identico a quello dell’imputato, che gira nei pressi della palestra dove Yara scomparve. Come si sa, il furgone non era di Bossetti: si trattava di furgoni diversi, e l’intero filmato era stato confezionato dai RIS ad uso della stampa su richiesta della Procura (si scoprì anche, di conseguenza, che i RIS dispongono di un reparto fiction di tutto rispetto)

Il colpo di scena del processo di appello, tuttavia, è stata la scoperta, da parte dello stesso Neri, di una foto satellitare dell’area in cui il corpo sarebbe stato rinvenuto in seguito. La scoperta sembrava clamorosa, perché la certezza granitica dell’accusa è che il corpo di Yara sia rimasto nel campo per 3 mesi: «La foto è stata criticata per la definizione, ma la definizione permette comunque di vedere piloni larghi 70 centimetri. L’area è quella, i cespugli ci sono, combaciano a uno a uno. Del corpo però nessuna traccia - spiega Neri -.Segnalo che la difesa aveva chiesto alla Procura se esistessero immagini satellitari, e si è sempre sentita rispondere no. Quando la foto è stata presentata dalla difesa, la Procura ha consegnato altre foto satellitari di cui era in possesso. E allora perché non le ha tirate fuori prima? Perché le ha tenute nascoste? Altre prove invece sono state tenute sotto chiave: alla difesa non è stato concesso di analizzare gli abiti di Yara. Altre riportate male: si ripete che il cellulare di Bossetti e quello di Yara hanno agganciato la stessa cella nello stesso momento. Bossetti aggancia quella cella un’ora prima e in direzione opposta, e tra l’altro si tratta dell’unica cella che copre la zona di Brembate dove i due abitavano».

C’è stato il processo, dicevamo, con le sue “stranezze”, le perizie negate, le prove nascoste e non messe a disposizione. Nella difesa contro un sistema apparso più interessato a trovare “un” possibile colpevole che “il” colpevole oltre ogni dubbio, Bossetti condivide con Steven Avery una fortuna: quella di aver avuto i riflettori dei media puntati contro, che gli ha permesso di beneficiare dell’aiuto di professionisti che altrimenti non si sarebbe potuto permettere e che ora intendono continuare a dare battaglia.

Fortuna che, come si sa, si rivela sempre un’arma a doppio taglio. Oltre al processo, infatti, c’è stato il circo mediatico, il teatrino grottesco attraverso cui, in filigrana, abbiamo rivisto quei vizi profondi e quelle brutture nazionali che a volte ci illudiamo facciano parte del passato e che invece, prima o poi, si ripresentano puntuali. Prima fra tutti, l’attrazione morbosa per l’elemento sessuale: «Nei processi di questo tipo - spiega Neri - spunta sempre l’accusa di pedopornografia. Quella è l’arma letale, perché da un’accusa come quella, davanti alla gente, non ti risollevi più. Non conta che l’accusa risulti falsa, come confermato durante il processo. Ancora oggi, sui giornali, si fa riferimento alla passione di Bossetti per “le ragazzine”, la gente lo chiama predatore, pedofilo».

L’unica ricerca a sfondo pornografico (e non pedopornografico) che risulta è stata fatta da sua moglie; ma nell’Italia del 2017, il fatto che una donna possa accostarsi a un contenuto pornografico è ancora un’idea in grado di generare scandalo. In un’intervista a Marita Bossetti da parte di un popolare settimanale, il giornalista insinua il dubbio che la donna menta grazie al portentoso argomento che «ci sono cose che una donna non fa», straordinario esempio del ruolo che le donne, castigate angeli del focolare, dovrebbero occupare secondo buona parte del Paese.

Immancabile anche la quotidiana rissa tra “colpevolisti” e “innocentisti”, mai intensa come questa volta, anche perché si trattava del primo processo mediatico vissuto interamente nell’era social. Mentre tra i guelfi colpevolisti si distinguevano rispettabili madri di famiglia, preda di un odio per Bossetti così viscerale da augurarsi un ritorno alla pena di morte, la fazione ghibellina e innocentista era ostaggio di complottisti capaci di strumentalizzare la vicenda Bossetti come prova dell’esistenza della massoneria e di altre mille congiure contro il genere umano.

L’unica ricerca a sfondo pornografico (e non pedopornografico) che risulta è stata fatta da sua moglie; ma nell’Italia del 2017, il fatto che una donna possa accostarsi a un contenuto pornografico è ancora un’idea in grado di generare scandalo. In un’intervista a Marita Bossetti da parte di un popolare settimanale, il giornalista insinua il dubbio che la donna menta grazie al portentoso argomento che «ci sono cose che una donna non fa»

La cultura del dubbio, che dovrebbe essere alla base del funzionamento della giustizia, mal si sposa con quella social, dove comandano le famose “legioni di imbecilli” attive a commentare in pausa pranzo tutto lo scibile umano. E del resto, la polarizzazione dell’opinione pubblica sui fatti di cronaca nera accade ovunque, non certo solo in Italia, basta vedere le pagine social dedicate a “Making a Murderer” e a Steven Avery.

Ma certo solo in Italia il fenomeno presenta dimensioni così patologiche: da un lato, con giornalisti che si vantano di ricevere gli atti dei processi ancora prima dei giurati; dall’altro con una stampa che, nella corsa al like, funziona spesso nello stesso modo dei tabloid, in una discesa verso il basso le cui conseguenze sono devastanti: «Se per i click si è pronti a qualunque cosa - conclude Neri - è evidente che per un giornale diventa quasi impossibile non dico “difendere un imputato”, quanto riportare i fatti in modo preciso, depurandoli dalle leggende e dalle inesattezze. La separazione tra editoria alta e bassa viene a mancare, e anzi la linea finiscono per darla i tabloid, cosa impensabile in altri Paesi».

L’Italia che la vicenda Bossetti restituisce, insomma, sembra una urva da stadio dove a nessuno importa più di “vedere per credere”; nessuno, cioè, si documenta su un fenomeno e poi si forma un’opinione. Tutti, al contrario, “credono per vedere” e ogni fatto viene interpretato sulla base di quello che la pancia ha già stabilito secondo criteri che nulla hanno a che vedere con la logica.

Bossetti è un mostro e che muoia in galera; Bossetti è innocente, lo ha incastrato la massoneria che governa il Paese.

Con tanti saluti allo stato di diritto, al giusto processo e alla nostra sbandierata “civiltà”.

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