Federico Faggin, l’uomo che ha inventato il microchip: «Non diventeremo schiavi di chi ci vuole uguali alle macchine»

Parla l'italiano senza cui la Silicon Valley non sarebbe mai nata, nei giorni scorsi a Milano: «Gli scienziati hanno paura di indagare i risvolti mistici. Ma non siamo solo materia e c'è una consapevolezza, nella mente ma pure in natura, nell'energia, che la fisica di oggi non spiega»

Federico Faggin e Obama

Federico Faggin (secondo da sinistra) durante la cerimonia della consegna della National Medal of Technology and Innovation 2009 (MANDEL NGAN / AFP)

MANDEL NGAN / AFP

2 Agosto Ago 2017 1445 02 agosto 2017 2 Agosto 2017 - 14:45
Tendenze Online

Assuefatti a una cronaca che sembra tirarci sul fondo, tra una Capitale in perenne emergenza, connazionali che devastano l’ambiente appiccando fuoco o peggio ancora continuano ad assassinare donne, ha senso tentare di volare alto chiedendoci chi siamo, com’è il mondo attorno a noi? Forse sì e nei giorni scorsi c’è stata l’occasione per un pizzico d’orgoglio nazionale, perché a ispirare una riflessione “alta” sul domani è stato un italiano. Anzi l’italiano che forse più di tutti ha contribuito nel passato recente a rivoluzionare il presente e proiettarlo nel futuro, non sono nostro ma dell’umanità.

Chi siamo? Non siamo macchine innanzitutto, e le macchine sempre più intelligenti che ci circondano potranno anche sostituirci in molti lavori o nei calcoli ma non saranno mai intelligenti come gli esseri umani.

Com’è il mondo? Studiare il nostro rapporto con queste macchine ispira un’intuizione che dalla scienza sfiora il pensiero mistico: la consapevolezza, che ci distinguerà sempre da computer e robot, non è esclusiva della mente umana ma una misteriosa proprietà presente in natura. Come se l’energia stessa che determina la materia, tendesse misteriosamente verso questa coscienza di sé.

A tenere inchiodata per oltre un’ora una platea ammirata di centinaia di giovani, sul palco Feel the Future al Campus Party in Fiera a Milano dello scorso fine settimana è stato un ingegnere vicentino classe 1941, con una visione in netta controtendenza rispetto al pensiero dominante in Silicon Valley, culla mondiale californiana dell’innovazione dove vive dalla fine degli anni Sessanta, che forse a lui deve pure il suo nome.

Fu Federico Faggin infatti a firmare il primo microchip che ha dato il via all’era del silicio, la rivoluzione hi tech che ha cambiato le nostre vite con apparecchi sempre più piccoli, potenti e veloci. Negli anni Ottanta, fu ancora lui a progettare la prima tecnologia touch, che i giganti della telefonia per anni non capirono. E quando Steve Jobs lo incontrò, intuendo il potenziale di quella invenzione tentò di ottenerla in esclusiva, e al rifiuto di Faggin, decise che la sua azienda ne avrebbe sviluppata una simile. Quando ci riuscì, rivoluzionando in breve il mondo dei portatili, le altre aziende che non avevano capito corsero ad acquistare dall’ingegnere vicentino il touch, che oggi è parte integrante, persino invasiva, della nostra quotidianità.

Quello che fu un ragazzino così dotato da costruire a 13 anni da solo un aeroplanino e farlo volare, è stato premiato dal presidente Obama con la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation 2009, per il suo eccezionale contributo al progresso tecnologico. Da scienziato imprenditore, Faggin aveva sconfinato da tempo dalla fisica nella biologia. Ma ora la sua ricerca sembra approdare pure alla filosofia, materia di cui suo padre Giuseppe fu illustre studioso. «Volevo creare reti neurali in silicio, come un microprocessore che si crei da solo, che impari, invece di un microprocessore che si deve programmare. Mi sono chiesto: sarà possibile fare un computer consapevole? Gli scienziati pensavano che la consapevolezza fosse un fenomeno emergente dal funzionamento del cervello. Se è considerato una macchina perché non posso fare una macchina consapevole», ha ricordato Faggin.

«Non ci volle molto per capire che la differenza fondamentale sta nei sentimenti, nella capacità di avere sensazioni fisiche, per esempio il colore rosso, il profumo di una rosa, il sapore del vino…». Un computer, ha spiegato, può anche arrivare a decifrare gli impulsi elettrici di un profumo e riconoscere la rosa. Ma non può e non potrà arrivare mai a cogliere il valore simbolico, la sensazione e i pensieri che quel profumo genera. «Mi sono messo a cercare di capire da dove scaturisce questa differenza: dalle equazioni della fisica? No, non ci dicono nulla dei sentimenti, ci dicono come dei simboli vengono trasformati in altri simboli, che è quello che fa il computer. Ma noi tra un simbolo e l’altro abbiamo una sensazione e questo è solo l’inizio… senza sentimenti la vita non avrebbe senso. Il computer dentro ha il buio, noi abbiamo luce, la capacità di immaginare, di creare. Noi comprendiamo il contesto nei quali i simboli si trovano e il computer non può comprenderlo questo contesto, glielo diamo noi».

«C’è un tabù che dev’essere sventrato, perché se non lo sventriamo diventiamo schiavi di chi vuole farci pensare che siamo macchine»

Faggin è convinto che questa consapevolezza sia di natura e qualità completamente diversa dalla qualità della materia, non il risultato della complessità. E il modello che sta elaborando diverge da quello della fisica standard, comincia con l’idea che l’energia che compone spazio tempo e materia, sia consapevole, riflette se stessa, possa percepire se stessa. «Io guardo a me stesso per avere un’idea di cosa sia un’esperienza interiore. Nella mia realtà ci sono due mondi collegati, due facce di una medaglia, quello interno dei sentimenti, della comprensione e quello esterno. Dov’è il mondo interno del computer? È solo esteriorità non c’è niente dentro. Nel campo della scienza nessuno ha mai studiato la natura della consapevolezza, una parola che vent’anni fa non si poteva neanche usare in accademia. I filosofi, gli psicologi la usavano, ma perché disturba l’idea che siamo materia, che siamo delle macchine. Non siamo macchine! E dobbiamo essere contenti di non esserlo. Vogliamo essere macchine? Ma siamo matti?».

I fisici, lo scienziato rimprovera una «paura di Dio, delle cose mistiche: si irrigidiscono di fronte a quelle che sono invece domande assolutamente appropriate da farci: com’è che siamo consapevoli, come mai le equazioni della fisica non ci dicono il perché. E se la realtà ha una faccia interna e una esterna dobbiamo prenderne atto. Ma i fisici pensano che quella interna nasca da quella esterna ed è lì l’’errore, dopo 40 anni non sono riusciti nemmeno ad arrivarci vicino». Per Faggin, c’è «un tabù che dev’essere sventrato, perché se non lo sventriamo diventiamo schiavi di chi vuole farci pensare che siamo macchine».

Mentre buona parte di Silicon Valley sembra ispirata dal concetto visionario della Singolarità, un futuro imminente in cui il progresso tecnologico produrrà macchine più intelligenti e capaci dell’uomo, cambiando per sempre l’umanità, destinandoci per alcuni addirittura a un domani di immortalità, Faggin sceglie una strada diversa: un intreccio tra scienza e filosofia, che rievoca le contaminazioni della controcultura californiana, fra mistica e religioni orientali, vero humus per la nascita della New Economy. E a questa ricerca Faggin ha dedicato una Fondazione, intitolata a lui e alla moglie Elvia, che finanzia studi in questa direzione.

«Non da solo, voglio arrivare al punto di avere una fisica che parte da principi cognitivi invece che da principi materialistici: la fisica va avanti attraverso rivoluzioni, dove uno salta fuori e dice: guardate che non dev’essere proprio così. E siccome io sono uno di quelli che non deve obbedire a nessuno per fortuna, posso anche permettermi di dire quello che penso».

E se una mente brillante come quella di Faggin, si applicasse a riflettere un po’ sui guai dell’Italia? L’ha fatto e io ho avuto la fortuna di raccogliere qualche anno fa le sue osservazioni.Una più che mai d’attualità, sulla nostra disastrosa propensione all’invidia sociale. Che aveva riassunto con una eloquente metafora: la Torta Finita. Quarant’anni fa, aveva ricordato, al suo arrivo in California, Taiwan era quasi Terzo Mondo. Ma il boom di quel Paese e poi della Cina, è stato realizzato facendo ponti d’oro a giovani intraprendenti che dopo essersi laureati lì in California e aver aperto un’azienda negli Usa, sono tornati in patria, con un patrimonio inestimabile di conoscenze ed esperienze, che ha favorito quel miracolo economico. Cosa impossibile in Italia, aveva detto Faggin, dove il successo altrui è visto con sospetto, non con ammirazione. Come se ci fosse una “Torta finita”: se qualcuno ha successo vuol dire che si sta prendendo una fetta più grande e quindi la toglie a me. «Non c’è quel senso del bene comune, l’idea che se uno ha successo allarga quella torta anche per noi: e questa è una cappa che frena il Paese».

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