Il turismo? Non c'entra più col viaggiare, è solo masturbazione

Duecento anni dopo i suoi primi passi, in una Europa che non somiglia più a quella dei tempi di Goethe, il turismo non somiglia più a quello che facevano i ricchi figli della grande borghesia nord europea, quello che ne è rimasto è una sintesi di tutte le contraddizioni del consumismo occidentale

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Foto: Pixabay

17 Agosto Ago 2017 1400 17 agosto 2017 17 Agosto 2017 - 14:00

Nel 1817, quando pubblicò il secondo volume del suo mastodontico Viaggio in Italia basato su diversi viaggi da lui compiuti una trentina di anni prima, Johann Wolfgang von Goethe non avrebbe mai potuto sospettare di essere in procinto di porre una delle prime pietre di una delle più terribili dinamiche che l'Occidente abbia mai partorito: il Turismo.

Quello in cui si muoveva Goethe era un altro mondo: senza treni, senza aerei, senza traghetti, un mondo in cui la velocità del viaggio era quella delle carrozze di posta, dei cavalli presi a nolo e lasciati di stazione in stazione, quando andava male di un mulo o addirittura delle proprie gambe stesse. Non c'erano macchine fotografiche per immortalare tramonti, scorci cittadini e spiagge solitarie, né tantomeno canali di comunicazione digitali su cui condividere istantaneamente tutta quella bellezza con il mondo.

C'era solo il viaggiatore, quasi sempre solitario, che si avventurava senza guide, giusto qualche mappa, i soldi necessari per vivere due o tre mesi in giro — ché anche ai bancomat mancava più di un secolo e mezzo — e tempo, tanto tempo.

Duecento anni dopo, in una Europa che non somiglia più se non lontanamente a quella dei tempi di Goethe, anche il viaggiare non somiglia più quasi per niente a quello che facevano i ricchi figli della grande borghesia nord europea come il tedesco, gente che poteva permettersi di stare lontano dalla propria casa e dai propri affari per mesi con il solo scopo di visitare altri luoghi e, al posto di quella attività solitaria da privilegiati ci ritroviamo il suo surrogato peggiore, quel Turismo di cui sopra.

Al posto di quella manciata di viaggiatori eleganti e sofisticati, ora assistiamo a un fenomeno di massa, con più di un miliardo di persone al mondo che ogni anno viaggiano generando un giro di affari pazzesco che, nel 2016, si aggirava intorno ai 7,61 trilioni di dollari, qualcosa come 7mila miliardi. Una vera e propria invasione, che se ci fermiamo al solo dato economico potrebbe sembrarci positiva, sta però avendo effetti devastanti sulla vita delle comunità locali coinvolte, tanto che in molte di queste comunità — da Barcellona a Venezia, da Dubrovnik a San Sebastian — sta crescendo un sentimento di ostilità verso i turisti e il turismo, accusato di minare la sopravvivenza delle comunità stesse.

Il fenomeno più evidente è quello della controgentrificazione causata dall'uso sempre più massiccio di servizi di affitto come Airbnb da parte dei grandi proprietari di immobili situati in luoghi “turistici” — esempio numero uno Barceloneta — una dinamica che sta causando un fenomeno molto particolare: in buona sostanza i padroni di casa preferiscono affittare ai turisti che ai residenti, con la conseguenza che gli affitti aumentano e che, paradossalmente, questi luoghi sono sempre più visitati dalle truppe cammellate dei turisti di mezzo mondo, ma sempre meno abitati da chi ci ha sempre vissuto. Un po' come se nella Napoli di cui si innamorò Goethe ci fossero più tedeschi e inglesi che napoletani.

Non ci possiamo sorprendere però. Perché se è vero che i cavalli vincenti si capiscono alla partenza, la stessa cosa vale anche per quelli zoppi, e il turismo è zoppo dalla nascita e contiene in sé alcune delle peggiori e più inveterate idiosincrasie della società consumista occidentale, al pari degli zoo.

Il turista, al pari del visitatore dello zoo, è più simile al colonizzatore che al viaggiatore. Frappone tra sé e il mondo che visita una griglia culturale ancora più coriacea di quella che, allo zoo, separa gli spettatori dagli animali, rifiutando senza nemmeno passare dal via la possibilità di non giudicare quello che ha davanti con le proprie categorie. E di più, perché non soltanto queste sbarre il turista fa finta di non vederle, ma le desidera, le desidera sopra qualsiasi altra cosa. Perché se i Goethe almeno si sforzavano di uscire dalla propria comfort zone e andavano in giro con una rivoltella per difendersi dei briganti, i moderni Goethe imbrutiti, che lavorando guadagnano e guadagnando pretendono, non fanno un passo fuori dalla propria comfort zone.

Perché ai turisti dei luoghi che visitano non interessa nulla. Il viaggio del turista non è un movimento di apertura, al contrario, è impermeabile a tutto, soprattutto all'altro da sé che incontra sul cammino. Non gli interessa, perché il turista cerca di replicare la propria comfort zone quotidiana in ogni luogo che visita, pronto anche a deturparlo piuttosto che essere al sicuro. Non è un caso che il momento culminante del viaggio non sia più l'esperienza stessa del muoversi, né lo scoprire o il conoscere, ma la rappresentazione del proprio viaggio. È quella che conta ormai, la sua condivisione.

Solo che quando lo faceva Goethe il risultato era un'opera d'arte. Ora ormai è difficile finanche ritrovarsi in quelle grottesche serate diapositive di una volta. Ormai il turismo è solo masturbazione: una sega a due mani in onda 24/7 su Facebook e Instagram.

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