Contrordine catalani! Gli indipendentisti se la fanno sotto (e Madrid se la ride)

L’indipendentismo catalano si spacca: il fronte separatista si sta separando a sua volta. E l’articolo 155, paventato dal premier iberico Rajoy, pende come una spada di Damocle

Catalogna, indipendentista triste_Linkiesta
13 Ottobre Ott 2017 0745 13 ottobre 2017 13 Ottobre 2017 - 07:45

Si dice che Estanislao Figueras, presidente della pasticciata prima repubblica spagnola nel 1873, dopo l’ennesima riunione con politici incapaci di arrivare ad un accordo, si alzò dal tavolo e disse: “signori, sarò franco: ne ho fin sopra los cojones di tutti noi”. Il giorno dopo, prese un treno e andò in Francia, senza nemmeno presentare le sue dimissioni.

Non che gli anticapitalisti della CUP abbiamo avuto lo stesso tempismo, quando, 50 minuti prima dell’intervento del governatore catalano, leggevano un copione che non era l’originale. Ma dopo grida e insulti volati tra i corridoi hanno dato un mese di tempo affinché la repubblica catalana venga finalmente dichiarata (e con chiarezza stavolta). Altrimenti adeu. Endavant Osan, una delle formazioni in seno alla CUP, ha accusato il governo catalano di “tradire il popolo e sottostare al ricatto delle banche e dell’Unione europa”. Gli antisistema si sentono ingannati dall’establishment. Tutta colpa dell’ex presidente Artur Mas. Inabilitato e con una pena pendente di cinque milioni di euro sulla testa per aver organizzato la consultazione del 9 novembre 2014, si aggirava tra le stanze del potere, parlottava col suo pupillo Puigdemont convinto della bontà di una dichiarazione unilateriale d’indipendenza (DUI) in stile “vegetariano”, secondo quando detto dai dirigenti del PdeCat. Cioè un sì all’indipendentismo, ma anche no. Perfino il leader di Esquerra Repubblicana e vice presidente Oriol Junqueras, con voce sempre più flebile e disperata, optava per una DUI light, dopo la massiccia fuga di imprese da Barcellona, anche se un settore del partito spinge per andare fino in fondo.

L’indipendentismo insomma si spacca, è affondato a un metro dalla riva e rischia di affogare. Le scialuppe di salvataggio non bastano per tutti e l’articolo 155, paventato dal premier iberico Rajoy, pende come una spada di Damocle

L’indipendentismo insomma si spacca, è affondato a un metro dalla riva e rischia di affogare. Le scialuppe di salvataggio non bastano per tutti e l’articolo 155, paventato dal premier iberico Rajoy, pende come una spada di Damocle. Il problema è che nessuno vuole cedere posizioni né tantomeno scranni. Impensabile poi una ritirata prima che l’autonomia venga commissariata. Puigdemont, come un novello Napoleone, tergiversa alle porte di Mosca, senza accorgersi che presto nevicherà. E i suoi resteranno senza viveri e malcostretti a serrare i ranghi.

È il caso della società civile indipendentista rappresentata dall’Assemblea nazionale catalana. Proprio ieri, mentre il Paese festeggiava in pompa magna la festa nazionale dell’Hispanidad con tanto di cortei e reali sul balcone, si riuniva chiamata dal suo segretario Jordi Sànchez, per discutere un unico punto: il governatore deve rimettere in marcia la dichiarazione d’indipendenza e attivare la legge di Transitorietà. Come a dire, o facciamo la repubblica o il banco salta anche per noi. I nazionalisti moderati sorridono, danno pacche sulle spalle agli alleati, fanno firmare scartoffie che non hanno alcuna valenza legale. Una mossa per restare “in sospeso” aspettando che Madrid compia qualche passo falso.

Soprattutto e non certo le loro. Gli scenari in ballo, al di là delle misure di Rajoy, potrebbero essere dunque almeno due: un ritorno alle urne (ma allora l’idea del martirio perderebbe forza) o un cambio di maggioranza

Nonostante qualche tweet incendiario, non c’è alcuna volontà di premere quel bottone rosso, prima di capire quale siano esattamente le teste che potrebbero saltare. Soprattutto e non certo le loro. Gli scenari in ballo, al di là delle misure di Rajoy, potrebbero essere dunque almeno due: un ritorno alle urne (ma allora l’idea del martirio perderebbe forza) o un cambio di maggioranza, lasciando gli esigenti anticapitalisti a casa. Nelle ultime ore sembra che qualche strizzata d’occhio si sia vista soprattutto coi podemiti catalani. Meno barricaderi, più dialoganti, da sempre a favore di un referendum (meglio se concordato). Le luci della ribalta però piacciono a Puigdemont. Tocca vedere se, dopo lo show e i photocall degni da Festival di Cannes, la Catalogna dei separatisti prolungherà il caos che tiene in suspance l’ordine costituzionale. Aspettando che i secessionisti si secessionino da sè.

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