No ai migranti, affari loschi, imbrogli fiscali: cosa ci fa Malta nell’UE?

L’omicidio di Daphne Caruana Galizia è la punta dell’iceberg. Malta è un paese che gode dello status di membro dell’Unione Europea, ma in cambio sa solo sottrarre risorse, e prestarsi a giochi poco limpidi

Joseph Muscat_linkiesta
18 Ottobre Ott 2017 0750 18 ottobre 2017 18 Ottobre 2017 - 07:50

Ora che anche l’Europa ha la sua Politkovskaja, nella persona di Daphne Caruana Galizia, la giornalista di Malta fatta saltare in aria dopo una lunga serie di denunce sulla corruzione nell’isola, potremo forse farci le domande giuste. Che non sono: quanti milioni di Leyla Alieva, figlia del Presidente dell’Azerbaigian, sono passati per le mani di Michelle Muscat, moglie del premier maltese Joseph Muscat, attraverso la società Egrant registrata a Panama? O quali curiosi affari conduce la famiglia Erdogan nel paradiso fiscale del Mediterraneo?

La domanda vera è: che ci fa una “cosa”come Malta nell’Unione Europea? Ok, d’accordo: in Europa ognuno fa un po’ ciò che vuole, basta vedere lo straordinario successo dei piani per redistribuire almeno una parte dei richiedenti asilo tra i 27 Paesi della truppa comunitaria. Sempre parlando di Malta, lontanissimo è l’anno generoso 2005, quando l’isola si prese 4 mila migranti. Da allora, una decina un anno, una dozzina l’altro, anche se l’isola ha fatto a lungo da porto a navi di Ong che, pur considerando la modesta distanza tra la Libia e la Valletta, i profughi salvati li portavano sempre in Italia.

Lontanissimo è l’anno generoso 2005, quando l’isola si prese 4 mila migranti. Da allora, una decina un anno, una dozzina l’altro, anche se l’isola ha fatto a lungo da porto a navi di Ong che, pur considerando la modesta distanza tra la Libia e la Valletta, i profughi salvati li portavano sempre in Italia

Ma anche lasciando stare i migranti, la domanda resta. E non è un problema di grandi hackeraggi o di raffinate inchieste giornalistiche. Nel 2013, un sondaggio Eurbarometro mostrò che l’83% dei maltesi considerava la corruzione come un problema “grave e diffuso” dell’isola e il 29% affermava che la corruzione aveva un impatto diretto sulla loro vita quotidiana. Pochi, questi ultimi, verrebbe da dire, se pensiamo che nel 2014 saltò fuori che una folta schiera di impiegati di Enemalta (la compagnia energetica di Stato) prendeva mazzette dai consumatori per manomettere i contatori dell’energia elettrica e far loro calcolare importi minori. La reazione delle autorità? Offrire l’amnistia ai consumatori che ammettevano di aver pagato la bustarella e perseguire chi non accettava il patto.

Altro che il primo ministro Muscat, peraltro rimesso sulla poltrona dalle elezioni anticipate svoltesi nel pieno dello scandalo, e i pasticci con l’Azerbaigian. Un Paese che frega sulla bolletta, quello sì che s’intende di corruzione!

Sempre della serie “inutile fingere sorpresa”, nel 2015 il Consiglio d’Europa criticò severamente la condizione di “parlamentari part-time” di cui godevano e godono i politici maltesi. Part-time perché nel tempo libero detti parlamentari si affrettavano a mettere le mani nei forzieri pubblici, facendosi pagare dallo Stato per attività del tutto private. Toni Abela, deputato, vice-segretario del Partito Laburista al governo e avvocato, ebbe un compenso di circa 100 mila euro per consulenze legali fornite al ministero dei Trasporti, al ministero della Solidarietà Sociale e al Dipartimento per l’esplorazione petroliferi, tutti gestiti da compagni di partito. E Chris Cardona, ministro dell’Economia, assunse come capo dello staff Mario Azzopardi, suo socio in affari.

La fuga di capitali sotto forma di evasione legalizzata dalle leggi maltesi ammonterebbe a quasi 2 miliardi l’anno

Ma dove Malta dà il meglio di sé è nel fregare l’Europa. Sull’isola vige un regime fiscale assai particolare. Le imprese locali pagano sui profitti una flat tax del 35%. Me le imprese straniere con sede legale sull’isola si vedono rifondere i sei settimi delle tasse pagate sull’isola, arrivando all’imposizione di un misero 5%. Considerando che la media europea dell’aliquota fiscale sui redditi delle aziende è del 22%, risulta piuttosto credibile il rapporto presentato dai Verdi al Parlamento europeo, secondo cui con quel sistema Malta avrebbe “sottratto” agli altri Paesi circa 14 miliardi di euro in tasse non pagate tra il 2012 e il 2015. Secondo il quotidiano Malta Today, la fuga di capitali sotto forma di evasione legalizzata dalle leggi maltesi ammonterebbe a quasi 2 miliardi l’anno, con circa 200 milioni destinati a rimanere sull’isola in forma di spese e bolli.

Per ottenere tutto questo le aziende interessate non devono sbattersi più di tanto. Basta aprire un ufficio, metterci dentro una segretaria (per chi vuole strafare, anche un ragioniere), spostare la sede legale e il gioco è fatto. Ma nel caso qualcuno non avesse capito, dal 2014 è attivo il programma che i più cinici o esasperati hanno ribattezzato “cash-for-passport”, denaro in cambio di passaporto.

Funziona così: il miliardario russo che non puzza d’acqua santa o il petroliere del Golfo Persico che ha esagerato con le concubine possono ottenere il passaporto di Malta versando 650 mila dollari come contributo al Fondo nazionale per lo sviluppo, investendo 150 mila dollari in buoni del Tesoro di Malta e comprando, e poi mantenendo per almeno un anno, proprietà immobiliari per un valore minimo di 350 mila dollari. Assai più modici i prezzi per i figli minori, le spose e i figli maggiorenni, che vengono via per quattro soldi: 25 mila dollari i minori, 50 mila gli altri.

Con questo sistema sono stati emessi migliaia di passaporti, più di 900 solo l’anno scorso. Passaporti che garantiscono il diritto a spostare persone e capitali in tutta la Ue e la libera circolazione in gran parte del mondo, per un totale di 166 Paesi.

Una pacchia per chi abbia affari loschi, intenzioni dubbie e identità sospette. Un sacco di europei finti che, grazie a Malta, diventano europei veri. E noi, poveri fessi, qui a discutere di ius soli.

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