Vuoi fare lo scrittore? Le scuole di scrittura creativa sono un imbroglio (ed è meglio che tu lo sappia)

Non solo Holden. Le scuole di scrittura sbucano ovunque, come le slot machine nella sala oscura di un bar di periferia, reclutano frustrati. E gli scrittori – notoriamente poveri in canna – fanno la gara ad avere una cattedra, una poltrona, una seggiola almeno

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27 Ottobre Ott 2017 0730 27 ottobre 2017 27 Ottobre 2017 - 07:30

Un ex studente. ‘Ho deciso, mi iscrivo alla Holden’. Bravo. ‘Sì, lo so. Alla Holden non insegnano a scrivere. Ma voglio conoscere chi lavora nell’editoria, voglio farmi conoscere’. 10mila euro all’anno. Tanto costa la Holden, controllare per credere. Poco più di 830 euro al mese. L’affitto di una bella casa. Con 10mila euro, grosso modo, ti compri mille libri. Una biblioteca. Forse è un affare migliore. Chiunque senta nell’aria il concetto ‘scuola di scrittura’ fa due cose. Si tocca il culo – per paura che gli freghino il portafogli. Poi – per educazione – piglia la prima svolta a destra, si nasconde dietro un cespuglio, e si mette a ghignare.

Tutti sanno che l’unico, autentico insegnante di ‘scrittura creativa’ è la maestra delle scuole elementari: lei ti insegnava che V è come Volpe, questi, i docenti di ‘scrittura creativa’, sono dei volponi e basta. Tutti sanno che la scrittura non si può insegnare, perché i libri non sono Fiat. Eppure la Holden, una scuola che ha fatto scuola, è nata proprio a Torino, come la Fiat. Il sogno ‘fordista’ di Alessandro Baricco, va detto, si è realizzato: 23 anni dopo la Holden, siamo pieni di scrittori fatti con lo stampino nella catena di montaggio editoriale, la cui scrittura è un ‘marchio di fabbrica’. Un bestiale ossimoro: uno scrittore, se è tale, rompe le norme, sfida la grammatica, incendia il vocabolario, occupa le fabbriche per farne mongolfiere. Sofismi. I cretini vogliono che la loro vanità sia debitamente – basta pagare il giusto – coccolata e le scuole di scrittura proliferano.

Ce ne sono di ogni genere, gestite da brava gente, da scrittori che – chissà come chissà perché – presumono di poter insegnare qualcosa a qualcuno, mentre la scrittura è il regno dell’ignoto, del rischio, di un verbo che può mandare all’aria un’esistenza. Esempi esemplari? Eccoli. “Molly Bloom” è un’invenzione di Emanuele Trevi e di Leonardo Colombati, gli insegnanti sono la crema (avariata, in avaria) della letteratura italica (Alessandro Piperno, Sandro Veronesi, Paolo Giordano, per dire). La scuola parte da presupposti imbarazzanti (“scrivere è un’investigazione attorno all’io che ci è sconosciuto, un antidoto contro l’angoscia”, ma quando mai? Questo è Freud sbriciolato nel latte col Nestlè, la scrittura semmai – questo è Rimbaud – è “rendere l’anima mostruosa”, è “crepare nel balzo attraverso le cose inaudite e innominabili”, è angoscia decuplicata) e abusa dell’icona di Marilyn Monroe, venere venerabile, mentre legge un libro qualsiasi.

Le scuole di scrittura sbucano ovunque, come le slot machine nella sala oscura di un bar di periferia, reclutano frustrati. E gli scrittori – notoriamente poveri in canna – fanno la gara ad avere una cattedra, una poltrona, una seggiola almeno

Messaggio subliminale: se fai corso di scrittura “Molly Bloom” non diventi bravo come James Joyce ma una figa come la Monroe. Le scuole di scrittura sbucano ovunque, come le slot machine nella sala oscura di un bar di periferia, reclutano frustrati. E gli scrittori – notoriamente poveri in canna – fanno la gara ad avere una cattedra, una poltrona, una seggiola almeno. A Milano c’è la scuola Belleville – tra i docenti: Walrer Siti, Giorgio Falco, Alessandro Bertante – poi c’è la ‘Flannery O’Connor’ – insegnano Luca Doninelli, Andrea Vitali, ancora Alessandro Bertante, tra gli altri – “che esalta singolarità, amicizia, cammino di ognuno” (insomma, una specie di Onlus della letteratura patria), ce ne sono un mucchio di altre, più o meno autorevoli (la Scuola Dumas, ad esempio, o Tralerighe Lab, che ha il pregio di andare subito all’osso della questione con un roboante: “Pubblicare è possibile”.

”A corso concluso il tuo progetto potrà diventare un Libro!”, con la L maiuscola, ché è quello che vuole chi mette i soldi sul piatto, il patto che alla fine qualcosa mi pubblichi). A Roma c’è la Scuola di Scrittura Omero “la prima scuola di scrittura in Italia”, dove sono passati Vincenzo Cerami, Lidia Ravera, Marco Lodoli, Marco Paolini, Giancarlo Carofiglio e via elencando; c’è Scuola del Libro, diretta da Marco Cassini, ce ne sono un’ammucchiata di altre. A Bologna, invece, c’è la Bottega Finzioni di Carlo Lucarelli & amici. Che cos’è Bottega Finzioni? “Bottega Finzioni vuol essere quindi un vivaio di persone con volontà e passione, una fucina di idee che possano essere realizzate, e si presenta fin da ora come un luogo pieno di storie che aspettano di essere raccontate”. Insomma, un quadro astratto, chi ci capisce è bravo – più che capire, l’importante è pagare.

Per carità, visto che il denaro puzza e gli scrittori sanno come raccontarle, di solito alle scuole di scrittura c’è l’obbligo di frequenza – e ci mancherebbe, pago – e doverose borse di studio. Domandina petulante: ma le scuole di scrittura non potrebbero nascere dentro le Università statali, a gratis? Altra domandina petulante: a cosa servono tutte queste auree scuole gestite da scrivani con l’aureola? A nulla. Anzi, no. Il mio ex allievo – uno dritto – ha capito tutto. Servono a conoscere gente. Si paga per diventare amico dell’editor o dello scrittore ben introdotto negli intestini dell’editore forte. Per lavorare bisogna avere degli amici. Per pubblicare bene bisogna avere dei padrini. Tanto, una puttanata in più o in meno in libreria, chi se ne accorge? “Senza talento però non si scrivono grandi storie.

“Ogni talento, per quanto grande, ha bisogno di essere coltivato e affinato” è il motto della scuola Belleville. Giusto. Per coltivare il proprio talento c’è solo una cosa da fare. Leggere come matti. “Credi nel maestro – Poe, Maupassant, Kipling, Checov – come in Dio stesso”, scrive enfaticamente Horacio Quiroga – magnetico scrittore di racconti, leggetelo – nel primo dogma del suo assurdo Manuale del perfetto scrittore di racconti. Poi, bisogna morire nella propria opera. Non ‘letterariamente’. Letteralmente. Marcel Proust s’è murato in casa per dieci anni a scrivere la ‘Recherche’. Franz Kafka scriveva con ansia feroce, ovunque, stigmatizzandosi, senza occuparsi degli editori, degli editor, dei librai. Così si forgia l’opera – tutto il resto è narrativa, cioè perdita di tempo, tanto vale tornare a Sofocle, a Re Lear, a William Faulkner. D’altronde, chi dà a qualcuno l’autorità di insegnare a un altro? La griffe editoriale con cui ha pubblicato? Sarebbe come dire che chi veste Armani è migliore di un poveraccio. Cazzate. La dura verità dei fatti è che, quanto a scrittura, siamo tutti analfabeti. Si è poeti “solo nel momento in cui si danno gli ultimi tocchi a una poesia nuova. Un attimo prima si era ancora e soltanto un poeta in partenza; un attimo dopo si è uno che ha smesso di fare poesia, forse per sempre”. Questo è Wystan H. Auden. Un poeta geniale. Mandatelo a memoria.

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