La Grecia sta meglio, i greci stanno (molto) peggio

Sono ancora drammatiche le conseguenze delle politiche di austerity sulla popolazione, con il calo del 27% del reddito familiare, il 40% dei minori in stato di povertà, mezzo milione di persone emigrate. Ma i dati cominciano a essere positivi su Pil, avanzo primario, produzione industriale e consumi

Proteste Atene 2017

LOUISA GOULIAMAKI / AFP

LOUISA GOULIAMAKI / AFP

30 Ottobre Ott 2017 0730 30 ottobre 2017 30 Ottobre 2017 - 07:30

“Il livello più basso dal 2011”, “il livello più alto dal 2011”. È un refrain che torna spesso, nelle notizie che hanno accompagnato i dati sull’economia greca nelle ultime settimana. Finalmente si tratta di dati positivi, dal risvolto psicologico importante. La risalita avvicina i dati al 2010, l’ultimo anno in cui la vita in Grecia era simile a quella degli altri Paesi europei, prima che scoppiassero gli scandali sui conti truccati dal governo Karamanlis, la fuga dei capitali dopo il taglio del valore dei titoli detenuti da privati, la serie di memorandum con la Troika che ha significato l’austerity applicata al massimo grado.

Le riforme hanno lasciato quelle che, più che cicatrici, sono ferite aperte. Il reddito disponibile è sceso rispetto al 2010 del 28,5 per cento, per effetto della maggiore disoccupazione, delle maggiori tasse sui redditi e sulle proprietà e di una serie di tagli ai salari e alle pensioni, nel contesto di una contrazione del Pil del 27 per cento. I risultati sono terribili: secondo le statistiche dell’Unione europea, il 22,2 per cento della popolazione greca è “gravemente materialmente povero”, ossia non è in grado di pagare un mutuo o un prestito, di stare al passo con il pagamento delle bollette, non è in grado di permettersi il riscarldamento, di comprare un televisore o una lavatrice o di far fronte a spese inattese. Tra tutti i dati, quello che più turba è che il 40% dei bambini greci vive sotto il livello di povertà.

I reportage dalla Grecia da anni traducono in volti questi numeri. L’ultimo in ordine di tempo, quella della testata tedesca Deutsche Welle (DW). «È un momento di umiliazione che non avrei mai pensato di vivere» è la frase chiave pronunciata da un ex saldatore in pensione, Fotis. Poco prima aveva raccontato dell’attività dell’azienda di famiglia ridotta a quasi zero, dell’intera famiglia aggrappata alla sua pensione, tagliata del 30 per cento, dei risparmi di una vita che si erano erosi e delle bollette che erano diventate impossibili da pagare per intero. «È quello a cui le nostre vite sono state ridotte - concludeva - per l’amore di mettere a posto i numeri».

Il fatto è che i numeri stanno effettivamente migliorando. Il dato su cui si sono concentrate le trattative con le “Istituzioni”, ossia l‘ex Troika formata da Bce, Unione europea e Fondo monetario internazionale, è l’avanzo primario. Nei primi nove mesi del 2017 è stato di 4,5 miliardi di euro (2,2% del Pil), una cifra che proietta l’obiettivo a fine anno supra l’1,75% concordato con le Istituzioni. Non è però l’unico dato importante, in vista dell’uscita del Paese dal programma di aiuti internazionali, fissata per il 20 agosto 2018. È positiva la previsione sulla crescita del Pil stesso, che grazie al miglior primo semestre per crescita dal 2008, sarà pari prababilmente all’1,8% nel 2017 (dopo il -0,2% nel 2016) e vicina al 2,5% nel 2018; si tratta va detto di stime riviste al ribasso rispetto alla scorsa primavera.

A spingere il Pil sono diversi fattori. Le esportazioni nel primo semestre sono salite del 7,5 per cento. La produzione industriale a giuno è salita dell’8,5 per cento, l’ottavo dato consecutivo con il segno più. Lo stesso mese le vendite al dettaglio sono salite del 3,2%, sesto risultato positivo consecutivo. Quelle di auto del 28 per cento. Sempre a giugno i ricavi del turismo avevano segnato un +14% rispetto all’anno prima. L’indice Pmi Markit è a 52,8, ben oltre la soglia di 50 che è il discrimine tra prospettive di crescita negative o positive. C’è un movimento positivo dei depositi (2,6 miliardi tornati nelle banche tra aprile e giugno), dopo anni di emorragia. Al contempo sta scendendo la liquidità di emergenza della Bce, ossigeno pagato a caro prezzo. E altri segnali vanno nella stessa direzione. La disoccupazione è scesa ai livelli del 2011, sebbene sia sempre a livelli altissimi. È poco sopra il 21 per cento, due punti in meno di solo un anno fa. Quella giovanile rimane altissima, sfiorando il 50% - pur con le cautele metodologiche che valgono anche per il caso italiano -, condizione che ha determinato un mezzo spopolamento della Grecia. Mezzo milione di persone sono emigrate negli ultimi anni, sui circa 10 milioni totali.

L’evoluzione della disoccupazione in Grecia. Fonte: MacroPolis

Le riforme hanno lasciato ferite aperte. Il 22,2% della popolazione greca è “gravemente materialmente povero”, ossia non è in grado di pagare un mutuo o un prestito e di saldare le bollette, non è in grado di permettersi il riscarldamento, di comprare un televisore o una lavatrice o di far fronte a spese inattese. Tra tutti i dati, quello che più turba è che il 40% dei bambini greci vive sotto il livello di povertà

Ci sarebbe da entusiasmarsi, se non fosse che le fragilità sono ancora moltissime. In primo luogo per raggiungere l’avanzo primario, dato che le c’è stato un buco nelle tasse rispetto alle previsioni di 682 milioni di euro (dato MacroPolis), a causa di una evasione - anche di necessità - estesa, sono stati effettuati tagli alla sanità e alla spesa per la sicurezza sociale.

Un altro piolo tra gli ingranaggi del motore economico è la crisi persistente delle banche. Nonostante una serie di fusioni che le hanno interessate e di conseguenti tagli di costi, le banche sono affossate da montagne di crediti deteriorati, con gli Npe nelle diverse forme che sono pari al 45% degli impieghi. Non sorprendentemente c’è un credit crunch tutt’ora in corso dal 2011. C‘è poi un problema - per molti versi legato al precedente - che anche l’Italia conosce bene: la discesa degli investimenti, pubblici e privati, che pone un’ipoteca sulla crescita futura. Come ha sottolineato un’analisi di Bloomberg citando fonti della banca centrale greca, finora l’occupazione è stata assorbita dal settore del turismo e da altri settori ad alta intensità di lavoro, che non portano aumenti di produttività. Quella è stata la parte semplice, ora serve quella difficile ma necessaria per rendere la ripresa robusta, quella delle imprese che riescono a ottenere incrementi di produttività attraverso gli investimenti.

I dati positivi hanno comunque generato altri processi virtuosi. Il rispetto dell’avanzo primario ha contribuito a far sbloccare l’ultima tranche di aiuti da parte delle Istituzioni. Sono gli 800 milioni di euro finali previsti dall’ultimo memorandum di intesa (da 86 miliardi), che porta il totale degli aiuti internazionali alla Grecia a 182 miliardi di euro. Come contropartita, oltre all’avanzo primario, il governo di Tsiprasi si è impegnato a portare avanti altre riforme. Da qui all’agosto 2018 sono inoltre stati richiesti nuovi tagli alle pensioni e riduzione della fascia di reddito esente da tassazione.

L’evoluzione dei depositi bancari. Fonte: MacroPolis

Nonostante le condizioni della popolazione ancora critiche, i numeri stanno effettivamente migliorando. Esportazioni, produzione industriale, vendite al dettaglio, turismo, indice Pmi Markit, depositi e soprattutto disoccupazione mostrano tutti miglioramenti netti

Quanto la Grecia sia capace di tornare a stare sulle proprie gambe lo si vedrà nel mese di agosto 2018, quando il Paese terminerà il programma di aiuti. Già dallo scorso luglio sono stati emessi i primi bond, a un rendimento di circa il 4,5 per cento. Per Tsipras la scommessa è che, se sulla scorta dei progressi degli ultimi mesi e con una situazione dei titoli di Stato tornata alla normalità si creino le condizioni per una crescita degli investimenti che porti benefici anche all’occupazione e di riflesso ai consumi e al benessere dei cittadini greci.

Di certo il premier greco ha sacrificato la sua figura e il suo partito sull‘altare della stabilizzazione economica e del ritorno nei binari tracciati dai creditori internazionali, dopo l’estate del referendum anti-memorandum del 2015 - un “Oki” smentito dai fatti e che ha portato alla fine a un conto ancora più salato da pagare da parte della Grecia. Quello che stupisce è che il calo verticale di Syriza e dei suoi alleati di Anel nei sondaggi - oggi al 17, comunque in ripresa di due punti percentuali nell’ultimo mese sulla scorta dei dati positivi dell’economia - non ha avvantaggiato molto formazioni populistiche di estrema destra come Alba Dorata, o di estrema sinistra come il partito dei Comunisti greci (Kke), entrambi attorno al sette per cento. A svettare nei sondaggi è la formazione di centro-destra Nea Dimokratia guidata da Kyriakos Mitsotakis (30% dei consensi), figlio di uno storico primo ministro da poco scomparso. Il partito precedentemente guidato da Antonis Samaras e che fu responsabile con Karamanlis dei conti truccati che generarono il disastro greco affida al suo leader parole taglienti verso Tsipras, accusandolo di nascondere la necessità di nuovi aiuti da parte delle istituzioni.

Comunque vada a finire la sua parabola politica, è innegabile che Tsipras, superata la fase avventuristica del tandem con Yanis Varoufakis, ha rispettato i diktat della Troika alla lettera, salvo un bonus dato ai pensionati alla fine del 2016 e alla promessa degli scorsi giorni di utilizzare la parte eccedente l’avanzo primario concordato con le Istitituzioni (pari a circa 800 milioni di euro) per una redistribuzione verso le fasce più deboli della popolazione.

È arrivato il momento, a fronte degli impegni rispettati, di ridurre il debito della Grecia (haircut) senza parlare di “azzardo morale”? Le raccomandazioni in questo senso dell’Fmi nell’ultimo anno si sono scontrate contro il muro della campagna elettorale tedesca, perché in Germania l’argomento è come la kriptonite. Se a Berlino si fosse formata nuovamente una coalizione tra Cdu e Spd, si sarebbe potuti essere forse più ottimisti sull’esito del processo. Ma nell’ottica di una coalizione Jamaica con i liberali dell’Fdp al governo, e probabilmente al ministero delle Finanze, sembra improbabile che il Parlamento tedesco lasci passare un provedimento del genere.

È arrivato il momento, a fronte degli impegni rispettati, di ridurre il debito della Grecia (haircut) senza parlare di “azzardo morale”?

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