La politica non si è mai occupata delle nomine in Bankitalia? Non dite fesserie, per cortesia

Tutti accusano Renzi di ingerenze fuori da ogni canone istituzionale, nel suo tentativo di impedire il reincarico a Visco: ma basta ricordarsi cosa fu la successione di Antonio Fazio, dieci anni fa, per dimostrare che il Parlamento è pieno di smemorati. O di sepolcri imbiancati

Visco Linkiesta
30 Ottobre Ott 2017 1040 30 ottobre 2017 30 Ottobre 2017 - 10:40
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La settimana alle nostre spalle ha visto la conferma di Ignazio Visco nell’incarico di Governatore della Banca d’Italia dopo un lungo braccio di ferro tra vari schieramenti più o meno favorevoli o più o meno contrari a tale decisione. Schieramenti in parte sinceri e in parte mossi da calcolo di convenienza o elettorale, come peraltro inevitabile in tutte le partite ad elevata posta politica in palio.

A bocce ferme possiamo dire che questa partita ha due grandi vincitori, che sono il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente della Bce Mario Draghi. Hanno voluto, sostenuto, accompagnato la conferma di Visco con lucida determinazione, mostrando mestiere, equilibrio e senso della posizione (istituzionale e politica).

C’è poi un “sopravvissuto”, che è il Primo Ministro Paolo Gentiloni, capace di gestire con eleganza e leggerezza una situazione potenzialmente esplosiva di conflitto tra le massime istituzioni della Repubblica e il partito di maggioranza relativa (che è anche il suo partito). E poi c’è Renzi, che esce certamente ammaccato dalla vicenda, mentre il Cavaliere si è tenuto saggiamente in disparte con Salvini e i Cinque Stelle che hanno invece scelto il loro classico repertorio da opposizione purchessia. Potremmo dunque dire che la storia finisce qui, anche perché non sarà certo la Commissione d’inchiesta sulle Banche a fare sfracelli, sia perché siamo alla fine della legislatura sia perché il Presidente Casini la condurrà con proverbiale saggezza verso esiti “gestibili”.

Però c’è un macigno che finisce per impedirci di affermare che tutto va bene, o che, al netto di qualche baruffa di Palazzo, siamo di fronte alla fisiologia del sistema. Un macigno così descrivibile: la politica richiede un certo tasso di ipocrisia, peraltro fisiologico nel complesso dell’umano agire, ma questo tasso non deve superare il limite ragionevole, perché quando accade tutto prende un gusto dolciastro, allappante, fastidioso.

Questa volta purtroppo è proprio andata così, un po’ su tutti i fronti. Si prenda Renzi, ad esempio. Dicono i suoi avversari: ha fatto tutto questo perché la vicenda di Banca Etruria lo tocca sul vivo. Può darsi, quella è l’origine di tutti i suoi problemi di rapporto con l’opinione pubblica. Guardiamo però un momento il lato “buono” del tema posto da Pd con quella improvvida mozione parlamentare, che dal punto di vista istituzionale è a tutti gli effetti un fallo da rigore con espulsione. E andiamo con la memoria a oltre dieci anni fa, cioè alla giornata del 20 dicembre 2005.

È il giorno delle dimissioni di Antonio Fazio da Governatore della Banca d’Italia, causate dal suo coinvolgimento in vicende giudiziarie. Alle nove del mattino Fazio entra per la l’ultima volta nel palazzo di via Nazionale nel pieno dei suoi poteri. Secondo la logica della rigida separazione dei ruoli, sventolata da tante anime belle in questi giorni, dovrebbe essere un giorno di silenzio assoluto quel 20 dicembre. E invece...

È il giorno delle dimissioni di Antonio Fazio da Governatore della Banca d’Italia, causate dal suo coinvolgimento in vicende giudiziarie. Alle nove del mattino Fazio entra per la l’ultima volta nel palazzo di via Nazionale nel pieno dei suoi poteri. Secondo la logica della rigida separazione dei ruoli, sventolata da tante anime belle in questi giorni, dovrebbe essere un giorno di silenzio assoluto quel 20 dicembre, scandito dai passaggi istituzionali previsti dalla legge, che nessun ruolo assegnano ai partiti.

Ecco invece cosa succede, con tanto di orari delle dichiarazioni. Alle 12.03 parla il capo del governo dell’epoca: «No, non ho ancora sentito Prodi. Sto sentendo prima i componenti della maggioranza». Così Silvio Berlusconi risponde ai cronisti che gli chiedono se abbia già avuto dei contatti con il leader dell'Unione per affrontare la vicenda Bankitalia dopo le dimissioni di Antonio Fazio. Pochi minuti dopo, alle 12:08, interviene il capogruppo alla Camera della Margherita (oggi Pd) Pierluigi Castagnetti: «La nomina del nuovo governatore deve avvenire in clima di coinvolgimento dell'opposizione. E noi ci attendiamo che il presidente del Consiglio assuma un'iniziativa con i leader dell'opposizione». Alle 12:49 interviene Vannino Chiti, coordinatore della segreteria dei Ds (oggi Pd): «Il successore di Antonio Fazio deve essere nominato sulla base delle attuali norme e qualsiasi forzatura del governo con un decreto legge 'sarebbe un fatto grave. Abbiamo bisogno di una nomina immediata, di altro profilo, che restituisca credibilità alla Banca d'Italia e che raccolga una grande convergenza». Sono invece le 15:03 quando interviene Fausto Bertinotti, leader del Partito per la Rifondazione Comunista: «Fazio doveva dimettersi da tempo. Però meglio tardi che mai. Da troppo tempo il Governatore avrebbe dovuto fare un atto unilaterale di dimissioni, liberando il campo da una situazione che ormai era diventata chiaramente di delegittimazione dell'istituto stesso».

Potremmo continuare, ma ci fermiamo qui. Alla faccia di quelli che ci hanno detto che la politica non deve mettere becco nelle vicende della Banca d’Italia.

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