Migranti, il nuovo trattato di Dublino sarà più giusto solo con i Paesi membri

Cancellato il criterio del “primo accesso”, si istituisce il principio del “legame reale” con un Paese per ridistribuire meglio la quota di richiedenti asilo. Ma le negoziazioni europee sono ancora da portare a termine. Tutto può ancora cambiare

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ARIS MESSINIS / AFP

16 Novembre Nov 2017 1135 16 novembre 2017 16 Novembre 2017 - 11:35

Dopo anni di incertezze, dopo le pressioni dei Paesi membri come l’Italia, le richieste della Commissione e le tragedie in mare, il Trattato di Dublino, forse, cambia. Il testo, votato ad ampia maggioranza alla commissione libertà civili del Parlamento Europeo (qui), ha superato l’ostacolo della plenaria (con 390 voti a favore e 175 contrari: sul punto non tutto il Ppe o non tutti i Socialisti sono stati uniti), vinto le opposizioni presentate dai Visegrad e si prepara a diventare la base negoziale degli incontri con il Consiglio. Tocca agli Stati, adesso, che pure non hanno ancora presentato una proposta comune, dire la loro. La decisione finale (se ci sarà) comunque, non arriverà prima di sei mesi.

Il nuovo regolamento fa saltare il criterio del “primo accesso”, quello per cui il Paese d’arrivo diventa, in automatico, responsabile dei richiedenti asilo. È un modo per venire incontro alle difficoltà incontrate da Italia e Grecia e, in generale, dagli altri Paesi di confine. Viene privilegiato piuttosto, nella risistemazione del richiedente asilo, il principio del “legame reale” che intrattiene con uno Stato: può essere la presenza di un suo familiare, gli studi passati o il fatto di averci già vissuto in precedenza. Il principio base, oltre a quello di ridurre i movimenti secondari (cioè illegali) dei migranti tra Paesi, è di snellire le procedure e di rendere meno sproporzionata la quota di richiedenti asilo per gli Stati. Chi si dovesse rifiutare andrà incontro a sanzioni, in particolare al taglio dei fondi strutturali (e questa misura è pensata per confrontarsi con l’opposizione dei Paesi Visegrad).

Per ridistribuire i richiedenti asilo viene privilegiato il principio del “legame reale” che intrattiene con uno Stato

«Abbiamo rivoluzionato Dublino», ha dichiarato in una colorita conferenza stampa (qui il video) l’eurodeputato Alessandra Mussolini, relatore ombra per il Ppe. «Non è un ritocco, ma un vero e proprio intervento maxillo-facciale». Metafore chirurgiche a parte, il testo è il risultato di un complesso lavoro di mediazione tra posizioni non sempre concilianti. D’accordo con lei è anche Elly Schlein, eurodeputata di Possibile e relatore ombra per S&D, mentre alcune note critiche sono sollevate da parte di Laura Ferrari, eurodeputato dei Cinque Stelle e relatore ombra per il gruppo Efdd. I problemi, secondo lei, si trovano nei dettagli.

Non basta aver tolto il principio del “primo accesso”, sostiene: il testo contiene misure comunque sfavorevoli per i Paesi di confine come l’Italia. Secondo la risoluzione saranno sempre loro a doversi occupare del processo di registrazione e dei controlli di sicurezza. Impronte digitali, controlli incrociati, verifica dei documenti.

Non solo. È previsto l’inserimento di un meccanismo di filtro per stabilire, a una prima visione, quale applicante abbia davvero i requisiti per ricevere la protezione internazionale. In altre parole, una misura per distinguere i migranti economici dai richiedenti asilo. Questa procedura è detta prima facie examination, effettuerà una prima selezione e e sarà sempre a carico del primo Paese di ingresso, anche se – si premurano di ricordare – sarà più veloce e fluida di quelle in campo adesso. Il migrante dovrà dimostrare in questa occasione di rientrare nei criteri per ottenere l’asilo. Solo a quel punto, allora, sarà trasferito nel Paese europeo con cui ha un “legame reale”, che processerà la sua domanda. Oppure, nel caso non abbia legami con nessuno, sarà mandato in un Paese a sua scelta, preso tra i quattro che, in quel momento, risulteranno avere la quota più bassa.

Il Paese di ingresso dovrà occuparsi delle procedure di registrazione e di selezione: è la prima facie examination, un filtro iniziale per stabilire chi, con ogni probabilità avrà i requisiti per ottenere la protezione internazionale e chi no

E se il migrante non rientrasse nei requisiti per l’asilo? O se, peggio ancora, venisse identificato come individuo pericoloso? A quel punto dovrà essere rimpatriato. E non sarà semplice, ricorda sempre Ferrara. Molti Paesi si rifiutano di stabilire accordi di reimpatrio e l’Europa sulla questione non prevede accordi univoci che, sono, invece, lasciati ai singoli Stati. Per coprire i costi di queste operazioni, però, sono previsti fondi dall’Europa.

Tante idee, nuove politiche, tentativi di risolvere problemi enormi e tragici, insomma. Al momento, però, tutto è ancora fermo allo stato negoziale. La commissione, ottenuto il mandato dal Parlamento, aspetta le mosse del Consiglio. È possibile che il testo finale, al termine delle trattative, sarà diverso. Ma in che modo e in che misura lo deciderà soltanto il braccio di ferro tra gli Stati.

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