Non lo dice nessuno, ma i Bitcoin inquinano il pianeta

Nonostante sia una moneta virtuale, la sua produzione è molto costosa: estrarre Bitcoin richiede sempre più energia elettrica (più di quella utilizzata ogni anno da 159 Stati). Con un conseguente impatto sull’ambiente

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JUSTIN TALLIS / AFP

27 Novembre Nov 2017 0810 27 novembre 2017 27 Novembre 2017 - 08:10
WebSim News

In tanti si chiedono se i Bitcoin, a lungo andare, si riveleranno una bolla o no. Nessuno si chiede quale impatto abbia, sull’ambiente, produrli. È un punto importante ma sempre dimenticato: i bitcoin, come se fossero un minerale, vanno “estratti” dalla rete. Questo significa che, per sbloccarli, va individuato un codice specifico attraverso una serie operazioni informatiche molto complessa. Per eseguirle, ormai, un computer da solo non basta: ne servono tantissimi, coordinati tra loro (le bitcoin farm) che lavorino giorno e notte. Come è ovvio, per funzionare hanno bisogno di tanta elettricità. Ecco: e quanto inquina tutto questo?

Tanto, tantissimo. Secondo questo rapporto, in tutto il mondo, in un anno, i Bitcoin consumerebbero 29,5 TWh, cioè – per chi non avesse dimestichezza con queste misure – circa 29.500.000.000.000 Wh. È lo 0,13% del consumo elettrico totale. Un’inezia? Tutt’altro. Il Bitcoin consuma, da solo, più energia di 159 Paesi del mondo. Più della Nigeria, che non è proprio un angolino. Più dell’Irlanda. Se fosse uno Stato, il Bitcoin sarebbe al 61esimo posto per consumo di elettricità, quello ora occupato dal Marocco.

Certo, l’elettricità – come altre cose nel mondo – non è distribuita in modo uniforme tra Stati. La Cina, che è il più grande consumatore globale, fa fuori ogni anno 5.920.000.000.000 chilowattora. Al suo confronto, il consumo fatto dal Bitcoin in tutto il mondo sarebbe un modesto 0,49%. Un po’ meglio con gli Usa, che consumano 3.913.000.000.000 chilowattora in un anno, e il Bitcoin sarebbe lo 0,74%. L’Italia consuma 291.000.000.000 chilowattora, e l’intero Bitcoin globale costituirebbe, del suo consumo, il 9.98%.

Altro discorso con Stati più piccoli. Il Bitcoin consuma l’equivalente di metà dell’energia utilizzata dalla Svizzera. O il 90% di quella impiegata dalla Danimarca. O il 16% di più rispetto al Bahrein e all’Irlanda. Il 21% più della Nigeria, il doppio della Slovenia, il triplo del Congo, dieci volte tanto la Giamaica, 20 volte tanto il Mali, 100 volte le Maldive, e 143mila volte la Striscia di Gaza. Non poco.

E quanto costa? Tanto. Secondo una media globale, ogni anno estrarre Bitcoin costa 1.5 miliardi di dollari. Una cifra calcolata assumendo che la gran parte dell’attività si svolga in Paesi dove l’elettricità costi poco (ed è un’assunzione corretta). Ma vale la pena? Sembra di sì. Il Bitcoin estratto nell’ultimo anno vale, nella sua totalità, 7.2 miliardi di dollari. E questo rende tutto l’affare conveniente. Almeno fino a quando non scoppia (se scoppia) la bolla.

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