La Cina non vuole più smaltire le nostre plastiche (ed è una catastrofe)

La Cina pensa sempre più in verde. Accetta sempre meno di smaltire le plastiche occidentali, e mette in campo politiche green. Che fare? L’unica soluzione è accettare la sfida delle bioplastiche, come alcune aziende italiane stanno facendo

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8 Gennaio Gen 2018 1035 08 gennaio 2018 8 Gennaio 2018 - 10:35

“Life in plastic, is fantastic”, rotolava qualche anno fa il ritornello di una canzone pop. Ma la vita con o nella plastica non è così tanto fantastica, e ce ne stiamo accorgendo. Le montagne di plastica che inquinano i nostri mari, microplastiche e resti che contaminano preziose riserve d’acqua dolce e fanno strage di uccelli, pesci e cetacei sono davanti agli occhi di tutti, trasmesse in milioni di pixel che viaggiano su google, le tv e i social media.
Abbiamo tutti letto, sentito, discusso nei bar e alle stazioni di sacchetti bio-degradabili da supermercato. E del loro prezzo. Ci arriveremo. Però, facciamo un passo indietro. Lasciamo i 2 cent da pagare a Bordighera e andiamo a Pechino. In Cina. Direte voi, e che c’azzecca con i brevetti della Catia Bastioli?

Succede che dal 1 gennaio di quest’anno la Cina ha vietato l’importazione di 24 tipologie di materie prime secondarie destinate al riciclo. Proibite sono soprattutto le plastiche post-consumo, il PET delle bottiglie, i sacchetti, il PVC delle bottiglie di sciampo e detersivi, o per gli imballaggi alimentari, il PS delle posate usa e getta, e chi più ne ha, più ne metta. Nella lista c’è anche una tipologia di carta da macero, quella “non selezionata”, i rifiuti misti e appiccicosi, coi resti di cibo, per intenderci. Milioni di tonnellate di rifiuti o materiali che resteranno entro i confini della madrepatria (e in genere di tutti i paesi sviluppati dove le attività di recupero/riciclo hanno dato vita ad un comparto florido). Che ne facciamo? Se lo stanno già chiedendo gli inglesi che esportavano, fino all’anno scorso, il 65% dei propri rifiuti di plastica, gli irlandesi, che ne riciclavano in casa solo il 5% e persino gli efficienti tedeschi capaci di trattare solo la metà del totale dei rifiuti plastici (come materia prima secondaria o per la produzione energetica).

Insomma, una catastrofe – per non parlare dell’impatto che avrà sul prezzo delle materie prime seconde e quindi sulla convenienza economica delle attività di recupero come le conosciamo oggi. In parole povere, la decisione mette in crisi il sistema di gestione dei rifiuti e l’industria del riciclo a livello globale.

- COME SI È ARRIVATI FIN QUI?

Per vent’anni, la crescita cinese è stata alimentata anche con i rifiuti delle economie sviluppate. Per comprendere la dimensione del fenomeno, basta porre mente a qualche cifra: dal 1995 al 2016 le importazioni sono decuplicate passando dagli iniziali 4,5 milioni di tonnellate a ben 45 milioni nel 2016. In altre parole, più della metà delle esportazioni mondiali di rottami di rame e di carta da macero, ad esempio, e oltre la metà degli scarti di plastica sono destinate al mercato cinese. Quando nel 2002 ho cominciato a lavorare nel settore, le importazioni di carta da macero si attestavano intorno ai 20 milioni di tonnellate annue. L’anno scorso erano 27 milioni.

Secondo il BIR (Bureau of International Recycling), la principale associazione del settore a livello mondiale, nel 2017 la Cina ha importato 7,3 milioni di tonnellate di materie plastiche.

Se state chiedendovi quanto vale questa roba, rispondiamo. Il valore commerciale delle importazioni cinesi in materie prime da recupero (non chiamateli rifiuti, anche quando lo sono) ha superato nel 2017 i 18 miliardi di dollari.

- I CINESI STUFI DI ESSERE INQUINATI DALLE NOSTRE PLASTICHE

Chiaramente, se i cinesi avevano interesse ad importare, le aziende americane, europee e giapponesi si guardavano bene dal lamentarsi. Per decenni hanno sfruttato il differenziale di prezzo offerto dalla Cina per rimpinguare i propri margini. È la legge del mercato, certo. Domanda e offerta. Se non che, c’era anche qualche trucco. Succedeva a volte, e lo dico per esperienza diretta, che gli standard qualitativi dei “prodotti” (le tipologie di materiali omogenei selezionati secondo gli standard internazionali vigenti) destinati all’esportazione fossero carenti. Tanto, almeno all’inizio, i cinesi, così come gli indiani, o gli indonesiani non andavano troppo per il sottile. Oppure sono le stesse caratteristiche dei materiali a costituire un problema. Il PVC, ad esempio, rilascia diossina nell’ambiente. Il famigerato polistirene, che usiamo per i bicchieri del caffè da asporto o nei viaggi in aereo, riscaldato, rilascia il tossicissimo stirene. Opportuno condimento per i tanti salutisti della domenica a passeggio nel parco. Poi ci sono i materiali compositi, gli imballaggi poliaccopiati di carta, polietilene e alluminio, usati per i contenitori del latte, della panna, dei liquidi alimentari. E difficilissimi da riciclare.

E proprio questa della qualità, che in pratica si legge contaminazione, inquinamento, importazione di veri e propri rifiuti in dumping, anziché di materie prime secondarie, è una delle ragioni che hanno portato a questo bando. Una. Non l’unica. La decisione di proibire – è un primo passo? - l’importazione di alcune tipologie di materiali da recupero risponde infatti a diverse esigenze e ambizioni cinesi.

- AMBIENTALISMO ALLA CINESE

La questione ambientale è ormai riconosciuta come una delle minacce, se non la più grave, allo sviluppo e alla stabilità – economica e sociale – della Cina. Nel lungo discorso di Xi Jinping al XIX Congresso del Partito Comunista proprio la parola “ambiente” (生态) o suoi sinonimi, ricorreva ben 89 volte. “Economia”, per fare un confronto, è stata pronunciata “solo” 70 volte.

Una convinzione che sempre più informa la politica industriale del governo in settori chiave, e che è stata progressivamente recepita dalla legislazione ambientale a livello centrale e locale. Si assiste alla definizione progressiva di un corpus sempre più coerente ed integrato di norme, accanto al crescente coordinamento delle competenze “esecutive”, soprattutto in materia del monitoraggio, controllo e sanzione. A titolo di esempio, fino all’entrata in vigore degli amendamenti alla New Environmental Protection Law del 2014, il costo della “non-compliance” ambientale per le aziende responsabili di emissioni oltre soglia era significativamente più basso di quello del recepimento delle prescrizioni di legge (circa il 10%). Era “ovvio” che le aziende colte in fallo optassero così per il pagamento delle sanzioni, senza procedere agli interventi di adeguamento prescritti. L’articolo 59 della nuova legge risolveva il problema e stabiliva un sistema di sanzioni calcolate su base quotidiana fino all’effettiva cessazione delle emissioni oltre i limiti. Questo, era il quadro fino a pochi giorni fa. Poco prima di capodanno, infatti, il Congresso Nazionale dei Rappresentanti del Popolo (la camera legislativa della Repubblica Popolare) ha approvato la prima imposta ambientale del paese. Si tratta di una decisione storica: questa tassa sull’inquinamento è destinata a diventare la principale leva legislativa in materia ambientale, con impatto immediato e significativo su tutte le aziende che operano in Cina

Una seconda ragione è economica. Il governo intende sostenere e promuovere l’avvio e lo sviluppo di un’industria del riciclo nazionale. A cominciare dalla gestione dei rifiuti urbani. Tradotto in parole povere, aziende di raccolta e selezione dovranno nascere ed operare per chiudere un sistema di “economia circolare”. “Un vaste programme”, direbbe De Gaulle. Non l’unico, e certo non il più difficile della lunga marcia della pianificazione cinese.

D’altro canto, se la Repubblica Popolare produce oggi 525.000 tonnellate di spazzatura al giorno, secondo stime della Banca Mondiale, nel 2025 saranno 1,4 milioni. Di lavoro ce ne sarà abbastanza. Per fronteggiare la sfida la città di Pechino si appresta ad assumere, ad esempio, settantamila “educatori ambientali” che andranno porta a porta a spiegare come si fa la selezione dei rifiuti in casa. Un bel salto culturale per una popolazione non proprio educata alle belle maniere (prima di ridacchiare, prego pensare ai frigoriferi in strada da noi). Una terza questione, forse ancora più cruciale, è legata agli ambiziosi obiettivi di de-carbonizzazione dell’economia dichiarati - e ostinatamente perseguiti – da governo di Pechino.

- LA SFIDA DELLE BIOPLASTICHE

Oltre che importatore netto di scarti, la Cina è il principale produttore di materie plastiche (termoplastiche e poliuretani) del mondo, seguita dal nord America e dall’Europa. Diamo una rapida occhiata al mercato. La produzione totale nel 2015, per dare un’idea, si attestava sulle 269 milioni di tonnellate. Malgrado la crisi, il mercato è cresciuto in media dell’1,5% raggiungendo le 320 milioni di tonnellate nel 2017.

A titolo indicativo guardiamo ai dati della domanda in Europa. Delle 49 milioni di tonnellate (termoplastiche e poliuretani) consumate nell’EU a 28 nel 2015, circa il 40% era destinato al settore del packaging. A loro volta, erano gli imballaggi a raggiungere le percentuali più alta di riciclo a fine vita. Il 40% circa del totale dei rifiuti plastici viene impiegato per produrre energia (termovalorizzazione). D’altro canto, la plastica è petrolio; brucia bene. Un altro 30% finisce, in media, sotto terra. Questo con la sola, lodevole eccezione di quei nove paesi (immancabili gli scandinavi, la Germania, la Svizzera..) in cui è in vigore il divieto di destinarli in discarica. A ben vedere, un mercato florido e, secondo le organizzazioni dei produttori, tutto sommato di belle speranze.

Se è vero che la consapevolezza ambientale ha portato negli ultimi anni ad un atteggiamento sempre più critico dell’opinione pubblica e a un timido tentativo di limitare l’utilizzo delle plastiche, questo non si è ancora tradotto in un cambio di paradigma sul mercato. L’anno scorso, il mercato europeo dei materiali alternativi, le così dette bio-plastiche, rappresentava solo l’1% del totale di quello delle plastiche tradizionali. Le cose però potrebbero cambiare e, ancora una volta, le decisioni della Cina giocheranno, in un senso o nell’altro, un ruolo chiave nell’indirizzo della politica industriale a livello mondiale.

Una delle partite, forse la più importante, si sta giocando, guarda caso nei programmi per la ricerca e sviluppo di nuovi materiali bio-degradabili, capaci replicare le caratteristiche di versatilità e resistenza della plastica. Sono stata direttamente testimone dell’interesse di grandi imprese cinesi a collaborare con produttori europei per investire in questo settore e creare il più grande mercato delle bio-plastiche nel pianeta.

“Visti da Pechino”, commenta Corrado Clini che ha un’esperienza ventennale di collaborazione con la Cina nello sviluppo di tecnologie pulite, “i brevetti e le competenze di Novamont costituiscono un patrimonio italiano di grande valore e di grande interesse per l’economia cinese. Il governo italiano, invece di collocare i sacchetti bio-compostabili nella ‘corsia’ della tassazione indiretta avrebbe dovuto mettere in evidenza senza finti pudori l’interesse nazionale per la sperimentazione su larga scala dell’impiego del packaging Materbi di Novamont allo scopo di offrire un esempio replicabile in tutti i mercati mondiali. L’introduzione dell’obbligo dei sacchetti biodegradabili era ed è l’occasione per rendere visibile e comprensibile un esempio positivo dal punto di vista ambientale ed economico della Green Economy. E dovrebbe essere accompagnata da un’operazione trasparenza sul costo economico degli altri imballaggi di plastica non biodegradabili (buste, bottiglie, contenitori), che devono essere disincentivati per proteggere l’ambiente”.

E ancora: “Questo era stato peraltro l’obiettivo esplicito del mio impegno nel Governo e nel Parlamento per l’emanazione e l’approvazione del decreto legge n.2 del 2012 che ha avviato il percorso normativo italiano ed europeo per l’introduzione nel mercato delle plastiche biodegradabili e compostabili”. “La Cina”, continua Corrado Clini, “è anche il mercato oggi più direttamente interessato al recupero e riciclaggio delle plastiche così dette “eterogenee”, attualmente non riciclabili per mancanza di tecnologie adeguate, che vengono inviate in discarica o disperse nell’ambiente (basti pensare ai teli di plastica per la copertura dei suoli agricoli). Anche in questo caso le tecnologie e le competenze italiane possono offrire una risposta efficace”. Una piccola impresa italiana di Udine ha realizzato, e sta sperimentando in Italia, una tecnologia per il riciclaggio di queste plastiche, che rappresentano nel nostro paese oltre il 60% dei rifiuti plastici, con la produzione di manufatti impiegabili in molti settori economici.

“Questa tecnologia, premiata dal Presidente della Repubblica italiana come “campione” della Green Economy si sta affacciando sul mercato cinese con enormi prospettive di sviluppo” ricorda Corrado Clini. “ Questi piccoli campioni d’innovazione rappresentano soluzioni italiane per ridurre la dipendenza del pianeta dall’inquinamento della plastica. Un’occasione di sviluppo che il nostro paese non può lasciarsi sfuggire”. La strada del declino italiano è lastricata di occasioni perse. Che non sia la volta della chimica verde.

*Innovation manager, Amburgo

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