Cooperative di comunità, dove non arriva il welfare tradizionale arrivano i cittadini

Il progetto Welcom proposto dalla Fondazione Manodori promuove iniziative in cui tutti gli attori sociali, dai cittadini alle imprese, sono coinvolti per la prevenzione delle fragilità diffuse. È la formula delle cooperative di comunità, che in Italia hanno già una lunga storia

Appennino

(Flickr/fattidiscatti)

7 Aprile Apr 2018 0730 07 aprile 2018 7 Aprile 2018 - 07:30

Un nuovo welfare per una nuova società. Collettivo, generativo, e comunitario. All’interno di un’idea di comunità in cui tutti i cittadini si sentano coinvolti e responsabili nella gestione delle vulnerabilità diffuse. In questo quadro si muove il progetto Welcom proposto dalla Fondazione Manodori per promuovere iniziative di prevenzione e sostegno delle nuove fragilità che emergono ogni giorno nelle periferie della nostra società. Tutti gli attori sociali, dai cittadini alle imprese, dalle banche al terzo settore, sono coinvolti all’interno di iniziative alle quali la fondazione di Reggio Emilia ha destinato ben un milione di euro in tre anni, a partire dal 2017.

I bisogni sociali sono mutati, il lavoro non è più sinonimo di ricchezza, e anche le risposte da dare devono mutare. C’è una zona grigia di vulnerabilità alle quali il welfare tradizionale, quello top down dei servizi pubblici, fatica a dare risposte. La risposta allora si può trovare nelle cosiddette “cooperative di comunità”. Una formula già emersa dalla prima edizione del bando Welcom, dal quale sono venuti fuori i “cantieri di comunità” per la rigenerazione della zona Mirabello-Santa Croce di Reggio Emilia.

Il venir meno di un servizio o di una attività economica, dunque, fa aguzzare l’ingegno e sperimentare nuove forme di cooperazione. «Le cooperative di comunità sono cooperative costituite da imprese e abitanti di un territorio, in genere con dei problemi di impoverimento sociale ed economico, che intendono collettivamente intraprendere attività o allestire servizi che né il mercato né lo Stato riescono a garantire, al fine di migliorare la vivibilità economico-sociale di quella realtà», spiega Giovanni Teneggi, direttore di Confcooperative Reggio Emilia. «Sono cooperative nelle quali i soci, riunendosi, non attivano solo iniziative finalizzate alla mutualità cosiddetta interna, ma rispondono anche a interessi più generali della collettività».

Le cooperative di comunità sono cooperative costituite da imprese e abitanti di un territorio, in genere con dei problemi di impoverimento sociale ed economico, che intendono collettivamente intraprendere attività o allestire servizi che né il mercato né lo Stato riescono a garantire, al fine di migliorare la vivibilità economico-sociale di quella realtà

Giovanni Teneggi, direttore di Confcooperative Reggio Emilia

Gli esempi, da Nord a Sud, sono numerosi. La prima cooperativa di comunità risale ai primi anni Novanta. A Succiso, Reggio Emilia, 60 abitanti a mille metri di altezza sull’Appennino, davanti alla chiusura dell’unico bar del paese, gli abitanti si sono rimboccati le maniche con la creazione della cooperativa Valle dei Cavalieri. Prima hanno salvato il bar, poi hanno creato un’azienda agricola che oggi, 28 anni dopo, fattura 700mila euro e ha appena investito 1,5 milioni di euro.

Da qui è nata una contaminazione positiva, prima nelle aree montane, poi anche più in basso. Forme si cooperative di comunità sono state create per la gestione delle risorse collettive comuni di un paese: è accaduto ad esempio a Melpignano, Lecce, dove i cittadini hanno costituito una cooperativa per la produzione di energia elettrica e la gestione delle fontanelle dell’acqua. In questo caso il vuoto da colmare era quello della perdita delle aziende municipalizzate. In altri casi, come a Castel Del Giudice, in Molise, cittadini e comune hanno invece preso in gestione la residenza per anziani che la Regione non riusciva più a sostenere economicamente, e che oggi dà lavoro a gran parte del paese.

Ma ci sono anche cooperative sociali di inserimento lavorativo e assistenza che via via stanno scoprendo il radicamento comunitario, generando a loro cooperative di comunità. O ancora forme comunitarie che hanno portato alla rigenerazione urbana dei territori. Una su tutte è la cooperativa Viseras di Mamoiada (Nuoro), che per riaprire il tradizionale museo della maschera ha dovuto “riaprire” il paese offrendo ospitalità e attrazioni turistiche.

Esempi di resistenza sociale ed economica insieme. «Sono storie di sviluppo locale ed economia resiliente», dice Teneggi. «Un gruppo di abitanti, eventualmente insieme alle imprese ancora resistenti su quel territorio, si assume quindi la responsabilità di una iniziativa economica producendo attività e servizi, ed esprime un forte impatto comunitario a beneficio di tutti gli abitanti, soci o non soci». Il cittadino è al centro, non è più solo recipiente di servizi, ma co-produce welfare.

Un quadro normativo ad hoc per le cooperative di comunità non esiste. Ma molte Regioni si stanno attrezzando con leggi regionali. Lo hanno già fatto Puglia, Liguria, Abruzzo. E altre, dalla Basilicata alla Lombardia, ci stanno lavorando. I cittadini si attivano e partecipano al benessere della collettività. Ed è proprio a questo che punta un bando come Welcom della Fondazione Manodori. Dove non arriva il welfare tradizionale, arrivano le comunità.

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