Matteo Messina Denaro, ritratto del boss invisibile (e dei suoi incredibili pizzini)

Ha fama di playboy esuberante. È appassionato d’arte e archeologia oltre che di automobili e abbigliamento di lusso. Nel libro “L’Invisibile” di Giacomo Di Girolamo il ritratto del boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro

Matteo Messina Denaro
22 Aprile Apr 2018 0730 22 aprile 2018 22 Aprile 2018 - 07:30

Come i bigliettini dei Baci

Così gli investigatori definiscono ufficialmente i pizzini: «Si tratta di bigliettini arrotolati, sigillati con il nastro adesivo, in cui si fa ricorso a nomi in codice per indicare i mittenti, i destinatari e i terzi oggetto della trattazione epistolare e che vengono consegnati brevi manu da una catena, più o meno lunga, di soggetti di comprovata fiducia, definiti dallo stesso Messina Denaro “tramiti”».

L’esempio più prossimo ai pizzini che mi viene in mente è quello delle frasi romantiche dei Baci Perugina, col loro singolare cartiglio infilato tra la stagnola e il cioccolato. Il pizzino è una promessa. Sembra una frase da Bacio, ma è proprio così: il pizzino è una promessa. Viaggia attraverso postini attentissimi, segue una catena che solo la fedeltà alla causa può garantire. È un sistema, Matteo, che ti permette di tenere le redini dell’organizzazione in piena sicurezza, sia all’interno (nessuno dei postini sa nulla, a parte a chi deve consegnare il pizzino), sia all’esterno, dato che spesso utilizzate codici e note a margine.

I postini si passano la staffetta in aperta campagna come in ascensore, tra una comunicazione e l’altra passano mesi. E non è tutto. Per maggiore sicurezza il contenuto di alcuni pizzini, quelli più delicati, rimanda ad altri pizzini ancora, in un gioco di nessi e allusioni che ancora oggi è un rebus per gli investigatori. Per esempio, Matteo, tu non lo dici, non vuoi dire a Provenzano o ad altri boss il nome di un politico a te vicino. Allora fai riferimento a «un’altra via», un altro pizzino, in un altro canale e con un altro codice.

Nella galassia Gutenberg del nostro tempo i pizzini sono la vittoria della carta sulla tecnologia. Come nel gioco della morra cinese: carta batte silicio. I pizzini riducono al minimo gli incontri personali più rischiosi, e durante la latitanza consentono di mantenere stabili contatti con le famiglie e gli uomini d’onore delle diverse province della Sicilia. A differenza delle comunicazioni telefoniche e delle e-mail, non sono intercettabili se non fisicamente; sono di dimensioni tali da renderli facilmente occultabili e, anche per questo, non possono essere seguiti in tutti i numerosi e intricati passaggi che li portano all’anello finale della catena e al tuo covo. Sono confezionati in modo tale da renderne impossibile la lettura da parte dello stesso tramite, perché non è possibile aprirli senza romperne la confezione; contengono nomi in codice non prontamente identificabili tanto dalle forze dell’ordine quanto, talvolta, dagli stessi tramiti. Cosa c’è di meglio?

Quello davvero famoso per i pizzini è Bernardo Provenzano. Il boss di Corleone è riconosciuto come l’inventore del genere. Sui suoi scritti tutti hanno detto di tutto. Ma in pochi sanno che tu hai ulteriormente perfezionato il sistema, rendendolo ancora più impenetrabile, aggiungendo alla normale prassi di smistamento dei pizzini due regole ferree.

Prima regola: non si lascia traccia dei biglietti; il pizzino si legge e si brucia. Quasi come in Mission: Impossible. Tu lo raccomandi: «Le lettere non vanno strappate ma vanno bruciate». Per maggiore sicurezza non scrivi direttamente tu, ma ti servi di qualcuno che raccoglie il tuo pensiero e lo mette su carta al tuo posto: un amanuense, uno scriba, che trascrive in bella copia e buona grafia il tuo pensiero. E per ogni destinatario hai uno scriba diverso, in modo che chi riceve la lettera o il pizzino possa riconoscere la grafia e associarla a te. Altro corollario della prima regola: durante il prelievo e la consegna dei pizzini i cellulari vanno tenuti spenti, per non essere rintracciabili o localizzabili.

Seconda regola: le occasioni di invio e ricezione dei pizzini vanno ridotte al minimo essenziale. Provenzano aveva una lunghissima catena di postini in andirivieni quotidiano dai suoi covi. Troppo traffico. Tu cambi le regole: i tuoi interlocutori non devono cercare i postini, ma sono i postini a cercare loro per chiarire come e quando devono consegnare le lettere. Nessun altro deve muoversi.

La raccolta dei pizzini avviene una volta ogni quattro mesi, in date rigidamente prestabilite. In questo modo non hai bisogno di uscire allo scoperto per dettare modi e tempi di raccolta sempre diversi.

Uno degli aspetti affascinanti della tua criptica latitanza è la possibilità di cambiare nome quando vuoi, di avere non solo documenti e passaporti falsi, ma di firmarti come ti piace a seconda dell’interlocutore e dell’umore, oppure di appropriarti dell’identità di qualcuno dei tuoi fedeli servitori

Svetonio

A ribattezzarlo così, sei stato tu: Antonio Vaccarino, il pezzo grosso della politica piccola di Castelvetrano, diventa «Svetonio». Tu e l’ex sindaco della tua città intrattenete una corrispondenza intensa, serrata.

Gaio Svetonio Tranquillo è stato uno degli storici di epoca romana; visse nel i secolo dopo Cristo. È considerato l’inventore del genere biografico. Per te, invece, scegli con Vaccarino il nome «Alessio». Lo fai anche con Provenzano.

Uno degli aspetti affascinanti della tua criptica latitanza è la possibilità di cambiare nome quando vuoi, di avere non solo documenti e passaporti falsi, ma di firmarti come ti piace a seconda dell’interlocutore e dell’umore, oppure di appropriarti dell’identità di qualcuno dei tuoi fedeli servitori. È una cosa che tutti vorremmo provare, almeno una volta nella vita. Essere per un giorno un Attilio anziché un Francesco, un Martino anziché un Nicola e vedere di nascosto l’effetto che fa; capire se vale davvero il detto latino nomen omen, se si può giocare con altri diminutivi. Mia madre, per esempio, voleva chiamarmi Gian Giacomo. Fu mio padre a impedirglielo, a levare quel «Gian»: ne sarebbe derivato un diminutivo, Giangi, e una mollezza di carattere secondo lui pressoché inevitabile.

Io non so quale sarebbe stata la mia vita da Giangi. Tu, invece, costruisci tutte le vite che vuoi, in base al soprannome del momento (Diabolik, u Sicco, Ogghiu, u Longo) o del nome che inventi tu per l’occasione, come un vestito di sartoria. Per esempio, in alcuni casi ti sei firmato Emanuele, che in ebraico significa «Dio è con noi». Sei un esperto di eteronimi. Quasi come uno dei più grandi scrittori del Novecento, Fernando Pessoa, che non a caso scriveva «Il poeta è un fingitore».

Anche il latitante è un fingitore. Per Vaccarino, in quella giungla fitta che presto diventa la vostra corrispondenza, decidi così: lui è Svetonio, e tu sei Alessio.

Tu non vuoi che altri sappiano chi è Svetonio e soprattutto non vuoi che altri risalgano a te da queste lettere. Quello che non sai è che, in realtà, con te Vaccarino gioca a fare la spia, perché è in combutta con i servizi segreti per tenderti una trappola. Questa volta, dunque, la preda sei tu. Le tue lettere finiscono in mano agli analisti del Sisde, che le leggono e le rileggono, le smontano e le ricompongono con la speranza di riuscire a rispondere all’unica, antica e grande domanda: dove sei, Messina Denaro Matteo?

Antonio Vaccarino è un personaggio davvero strano. Su di lui ci sono centinaia di storie e migliaia di aneddoti: ne abbiamo già citati alcuni. È citato in decine di atti giudiziari e interminabili fascicoli processuali. Forse, per capire chi è Vaccarino, basterebbe un solo dato: è nato a Corleone nel 1945, ma vive a Castelvetrano. Unisce con il suo percorso due città che sono state il brodo primordiale della cultura mafiosa in Sicilia negli ultimi sessant’anni. Nella tua città è stato insegnante di lettere, consigliere comunale ininterrottamente per quasi vent’anni, assessore e poi sindaco, dal maggio 1982 al settembre 1983, nonché presidente della Usl. È proprietario dell’unico cinema di Castelvetrano. Ha una grande passione per l’esoterismo e, soprattutto, una solida amicizia con tuo padre e tuo fratello.

Con te Vaccarino ha avuto sempre un feeling particolare. Il tuo primo ricordo risale a quando eri bambino, avevi dodici anni e tante voglie in corpo. Eri al bancone di un negozio, volevi un giocattolo che costava 500 lire. Vaccarino era vicino alla cassa e pagò lui. La prima volta in cui ti sei sentito importante, riconosciuto.

Nel maggio 1992 Vaccarino viene fatto arrestare dal giudice Paolo Borsellino. In particolare, il pentito Vincenzo Calcara lo indica addirittura come il capomafia di Castelvetrano. «Il giuramento per entrare nella famiglia con il rito dello spillo e dell’immaginetta sacra che brucia sul palmo della mano» racconta il pentito «lo feci davanti al sindaco, che divenne così il mio padrino». Il collaboratore di giustizia accusa inoltre Vaccarino dell’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari (13 agosto 1980) e di aver gestito traffici di droga tra Germania, Turchia, Lazio, Piemonte e Sicilia.

Sempre Calcara aggiunge, nel suo memoriale: «Antonio Vaccarino era ufficialmente massone del Grande Oriente. E siccome aveva interesse che anch’io ne facessi parte, mi ha preparato per l’iniziazione e doveva essere lui il mio garante. Sono venuto a conoscenza del Rito scozzese, della Grande Luce, della Regola, dei Gradi di Gran Segretario, Gran Maestro, Trentesimo Grado, Trentaduesimo Grado, ecc… mi ha insegnato come riconoscere un fratello e come salutarlo, quando gli stringi la mano o lo baci!».

Vaccarino viene condannato a sei anni e mezzo di carcere per narcotraffico, ma è assolto in appello dall’accusa di associazione mafiosa e dagli altri gravi capi d’imputazione. Quando esce, nel 2001, comincia a collaborare con i servizi segreti. Prende carta e penna e inizia a scriverti. Evidentemente, sa come farlo.

Vaccarino conosce bene tutta la tua famiglia, perché è stato vicepresidente della Società cooperativa agricola mediterranea, di cui erano soci sia tuo padre che tuo cognato. Tuo fratello è stato suo ex alunno. E siccome dopo aver scontato la prima condanna era stato anche licenziato dalla banca, Vaccarino si era offerto di trovargli un impiego e una sistemazione tramite le sue conoscenze politiche. I due cominciano dunque a parlarsi e a vedersi. E Vaccarino comincia a tessere la sua tela per arrivare a te. Dopo poco tempo fa bingo, e avvisa gli «007»: il contatto c’è, e lui diventa padrino di Alessio.

Ecco cosa dice al pubblico ministero che lo interrogherà su questa vicenda qualche anno più tardi: «Salvatore Messina Denaro mi aveva chiesto in che misura io potessi aiutarlo per cercare di avere un inserimento, dato che non aveva più l’impiego in banca… e proposi questa cosa». «Questa cosa» è il do ut des di Vaccarino: io ti aiuto, tu mi metti in contatto con tuo fratello, perché ho un affare per lui. Continua Vaccarino: «Per verità, da questo fatto credo che siano passati due, tre mesi; è arrivato il primo pizzino nel quale io divenivo padrino, addirittura, di questo Alessio. Il pizzino era tutto avvolto, piccolo piccolo e incerottato con il nastro adesivo. Allora telefono al Sisde: bingo!».

Cosa c’è nel primo pizzino? Innanzitutto, convenevoli. Poi, Matteo, metti subito in chiaro le cose. È il 1° ottobre 2004. «Non amo parlare di me stesso e poi oramai è da anni che sono gli altri a parlare di me… credo, mio malgrado, di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto… ma va bene così… sono un fatalista. So di avere vissuto da uomo vero e tanto mi basta.» Il riferimento è a un tuo (e mio) amico immaginario: Benjamin Malaussène, protagonista di una serie di romanzi dello scrittore francese Daniel Pennac. Malaussène di mestiere fa il capro espiatorio: «Lei ha un vizio raro, Malaussène: compatisce» gli dice il suo capo ufficio. Una vocazione che mette in atto involontariamente alla perfezione, perché per ogni crimine su cui la polizia si trovi a indagare, è sempre lui il principale accusato, anche se ingiustamente.

E tu, Matteo, ti ritieni un capro espiatorio, appunto. Sempre nella prima lettera spieghi a Vaccarino come funziona la corrispondenza:

Lei mi deve mandare la sua lettera con le risposte tramite la stessa persona con cui riceverà questa mia, la lettera la chiude a bigliettino e all’esterno del biglietto scriva «Alessio», poi io le risponderò con lo stesso sistema. Lei mi deve mandare la sua lettera entro e non oltre il 20 dicembre 2004, la può anche consegnare il 19 ma non passi il 20 perché se no non mi arriva più. Lei la mia lettera di risposta non la riceverà subito, dati i tempi e dato che sono tutti addosso a me, capirà che devo agire con cautela, quindi i contatti sono un po’ distanziati nel tempo, ma comunque anche con un po’ di ritardo riceverà la mia. Tutte le persone che hanno contatto con me hanno dei nomi convenzionali, il suo è Svetonio, ciò la preserverà da rischi inutili, ad esempio il nostro tramite quando riceve un biglietto «Svetonio» sa che lo deve portare a lei, evitando così che io ogni volta gli spieghi a chi lo deve portare, quindi mi vorrà scusare se le ho cambiato nome…

Lo ha fatto anche Gesù con il discepolo Simone: «Tu sei Pietro… e su questa pietra edificherò la mia chiesa». E rinacque san Pietro. Gesù si limitava a questo, con i discepoli. Tu aggiungi altro, soprattutto le tue regole sui pizzini, le precauzioni per evitare che lo scambio epistolare abbia rovinose conseguenze per la tua latitanza. Chiaramente, l’ordine di non tradire il segreto verrà disatteso da Vaccarino. Tu però non lo sai. Lui non è san Pietro, tu non sei Gesù. Il gallo canterà più di tre volte, ma tu non lo sentirai. Nessun «riferimento personale», raccomandi a Vaccarino, che invece, sornione, mira al tuo tallone d’Achille, la nostalgia per la tua famiglia. Anche perché chi è più astuto di un politico che si ritiene un letterato, nato e cresciuto sull’asse Corleone-Castelvetrano? E allora eccolo a scrivere di tuo padre, «un eccezionale genitore; ritengo che abbia fatto della sua vita l’esaltazione dell’equilibrio». E ti scende giù, Matteo, il primo lacrimone. Il 1° febbraio 2005 gli scrivi per ringraziarlo: «La lontananza può mortificare la quotidianità del vivere, ma mai può offuscare i sentimenti, anzi li rafforza quando sono onesti e sinceri come i nostri. Non ho parole per ringraziarla degli elogi a quel faro e alla mia persona, ne sono lusingato e onorato perché provengono da lei».

Ti circuisce bene: dal familiare passa al generale, dal personale al politico. E tu ti sbilanci. Gli scrivi che per te Berlusconi è un venditore di fumo. Tieni ad aggiornarlo sulle tue letture non banali e sulle tue profonde considerazioni su Dio, la morte, la giustizia e i massimi sistemi.

Svetonio-Vaccarino: «Registro il travaglio interiore di un uomo che ha raggiunto livelli tanto elevati quanto non programmati, che dirige con ferma bacchetta la capacità dei singoli maestri. Voglia Iddio che Tu debba misurarti con artisti di talento».

Tu:

Parlando dei miei mancati studi si è toccato un punto dolente; veda, io qualche rimpianto nella mia vita ce l’ho, il non avere studiato è uno di essi, è stato uno dei più grandi errori della mia vita, la mia rabbia maggiore è che ero un bravo studente, solo che mi sono distratto con altro, se potessi ritornare indietro conseguirei la laurea senza margine di dubbio, non dico ciò perché avrei voluto un altro tipo di vita, no, io sono soddisfatto della vita che ho avuto e la rifarei, vorrei la laurea solo per me stesso e non per altro. Oggi mi ritrovo ad avere letto davvero tanto. Ed essendo la lettura il mio passatempo preferito, a livello culturale mi definisco un buono a nulla (visto che non ho le basi) che se ne intende un po’ di tutto.

E ancora: «Oggi le confido una cosa: veda, io non conosco mia figlia, non l’ho mai vista, il destino ha voluto così. Come posso sperare una nuvola di favola?».

Nel frattempo Vaccarino ti getta un’esca, un affare succoso: la possibilità di aprire un’area di servizio presso il tratto dell’autostrada A29 che passa da Castelvetrano. Ti promette appoggi politici e imprenditori amici. Tu, troppo buono, gli dici che si può fare e da gran signore gli lasci decidere la tua percentuale. La corrispondenza si interrompe nel giugno 2006. Arrestano un altro tuo amico di penna, Provenzano, e scopri amaramente dai telegiornali che Binnu, in realtà, ha conservato tutta la tua corrispondenza. Insomma, la polizia ha perquisito il covo e ha trovato tutti i pizzini che gli hai inviato. Tutti. Ci rimani malissimo e avvisi Vaccarino che in quei pizzini si parla anche di lui. Nome in codice: Vac. Stia attento, Svetonio:

La informo che nelle mie lettere che hanno trovato a lui si parla anche di lei e le spiego come sono andati i fatti. Io e lui siamo sempre stati in contatto, però non c’era mai stato da parte mia il motivo di parlare di lei con lui, non ce n’era proprio motivo. A un tratto, circa due anni fa, lei cominciò a parlare con suo cugino di alcune cose, poi il cugino trasmetteva a lui i discorsi che avevate e lui li comunicava a me, infatti a un tratto lui cominciò a parlare di lei, dicendomi, tra l’altro, che lei mi cercava. […] Lui parlava di lei usando le prime tre lettere del suo cognome; io, dal canto mio, non potevo cambiare questa sigla da lui scritta perché non mi avrebbe più compreso, visto anche le limitazioni che aveva nello scrivere; così io risposi a lui sulle argomentazioni da lui dettemi usando la stessa sigla che lui aveva inventato per lei. Risposi in tale modo per due o tre volte, non di più, non riesco a essere preciso, comunque sono due o tre volte; dopo di ciò, non piacendomi questa sigla che lui usava per lei, io, di testa mia cambiai la sigla, rischiai di non essere capito da lui ma lo feci lo stesso; lui però mi capì anche perché i discorsi lo riportavano a lei e, quindi, da quel momento si usò la sigla da me modificata. Capirà da sé che ci sono persone, a me vicine e care, che ora sono nei guai, compreso lei, e mi creda sono imbestialito anche se mantengo la calma… L’unica soluzione è rompere subito i nostri contatti: non ci sentiremo più, almeno non per ora; ora, lei già sarà attenzionato da loro con cimici, telecamere e pedinamenti quindi si faccia una vita alla luce del sole. Io sto azzardando a mandarle questa mia, ma non posso fare altrimenti, la devo informare di come sono messe le cose, ne va della mia onestà ed affettuosità nei suoi confronti, oltre che della mia lealtà.

Da questo momento non ci sentiamo più, vediamo gli sviluppi e poi ci ricontattiamo, nel frattempo faccia una vita trasparente in tutto perché veda che è sotto la loro attenzione e la controlleranno continuamente per un bel po’.

Ma Vaccarino fa il doppio gioco, e tutte le informazioni che gli hai passato sono finite nelle mani della magistratura e usate per arrestare alcuni tuoi amici e protettori. Ironia della sorte, Vaccarino non è stato nemmeno indagato, perché ha agito «per ragion di Stato».

E ancora più ironico è che a nessun agente dei servizi segreti sia venuto in mente di fare il proprio lavoro e pedinare i postini fino al tuo covo. Troppo rischioso? Tu sei il quinto ricercato al mondo per ordine di importanza, il delfino del capo dei capi, un pacco di stragi sulle spalle e bla bla bla e loro che fanno? Leggono. Io non sono un esperto in nanotecnologie, tuttavia penso che al Sisde si sarebbero potuti impegnare un po’ di più.

Non passa molto dall’arresto di Provenzano che qualcuno ti rivela il doppio gioco di Vaccarino. È un’esca dei servizi segreti. Ci sei rimasto male, malissimo. Hai suicidato Alessio.

E hai spedito una lettera a Vaccarino. Neanche un pizzino. Una lettera. Regolarmente affrancata. Arrivata a destinazione il 15 novembre 2007. Una busta con nome, cognome, indirizzo e codice di avviamento postale. Dentro la busta, un foglio: «Ha buttato la sua famiglia in un inferno… la sua illustre persona fa già parte del mio testamento… in mia mancanza verrà qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti». Firmato: M. Messina Denaro. In persona.

«È un morto che cammina», dice di Vaccarino uno dei tuoi fedelissimi. Lui cerca di difendersi: «Non volevo farlo arrestare, volevo solo convincerlo a costituirsi». E ancora: «Aveva la possibilità di farsi conoscere in maniera diversa. Se, come lui scrive, è stato perseguitato ingiustamente, solo consegnandosi potrebbe dimostrare che le accuse nei suoi confronti sono false».

Fino al 1996 non sono documentati rapporti di alcun tipo tra te e Provenzano, insomma, ma poi nasce una bella storia. D’amore filiale e di rispetto. A partire dal 2000 cominciate a scrivervi ininterrottamente. Tu, con Provenzano, usi sempre il «lei» e ti firmi Alessio: «Il suo caro nipote Alessio». Le vostre lettere d’amore sono zeppe di codici cifrati, estorsioni da compiere e considerazioni su ciò che accade in Sicilia

Delusione Provenzano

Negli anni novanta, dopo l’arresto di Riina, Provenzano è il boss numero uno di Cosa Nostra. E ti evita, Matteo. Primo, perché ti considera troppo violento. Secondo, perché non ti ritiene alla sua altezza. Terzo, perché Provenzano è convinto che vuoi farlo fuori.

Gli raccontano di quanto sei arrembante, intraprendente e ansioso di far carriera. Oltretutto fai parte di quell’ala stragista di Cosa Nostra che non ha mai convinto Provenzano. Quindi u zi Binnu s’immagina il vostro incontro: «Matteo sono, piacere zi Binnu…». Bang! E lo fai secco. È Vincenzo Sinacori ad aver dichiarato agli inquirenti che non apprezzavi la leadership di Provenzano: «Una volta voleva addirittura ucciderlo per uno sgarbo. Ecco perché il vecchio evitava di incontrarlo. Pensava che avrebbe potuto ucciderlo». E ha confermato: «Fino al 1996, anno del mio arresto, non c’era alcun rapporto tra i due».

E invece, poco a poco, cominciate a fiutarvi, a mandarvi segnali. Tu vai spesso a Bagheria. Lì hai parenti, amici e un’amante, la sorella di una segretaria dell’ingegnere Michele Aiello (proprio il prestanome di Provenzano). Poi ci sono i Guttadauro, i tuoi parenti di città, che ci mettono una buona parola. Per di più ci sono alcuni beni che amministrate in comune: cose che non si possono sempre decidere per intermediari o delegare ad altri.

Fino al 1996 non sono documentati rapporti di alcun tipo tra te e Provenzano, insomma, ma poi nasce una bella storia. D’amore filiale e di rispetto. A partire dal 2000 cominciate a scrivervi ininterrottamente. Tu, con Provenzano, usi sempre il «lei» e ti firmi Alessio: «Il suo caro nipote Alessio». Le vostre lettere d’amore sono zeppe di codici cifrati, estorsioni da compiere e considerazioni su ciò che accade in Sicilia. Hai adottato un padre per corrispondenza, Matteo. Gli chiedi consigli su molti affari, ti confidi e t’informi sul suo stato di salute.

Nel febbraio 2005 un blitz sgomina la famiglia mafiosa di Villabate, molto vicina a Provenzano. Ti preoccupi per lui. Ti eri appena scambiato gli auguri con Binnu e invece il nuovo anno comincia con tanti dispiaceri: «Carissimo mio, spero tanto di trovarla bene in salute così come le dico di me. Le comunico che ho ricevuto tutti i suoi, compresi gli auguri per le festività e la ringrazio tanto. Mi spiace tanto per quello che è successo e spero che lei sia al sicuro e in buone mani. Dopo tutto ciò credo che i nostri contatti si siano interrotti, in caso contrario questa mia la terrà in custodia 121, aspettando che lei mi contatti, anche se penso che dopo quello che è successo anche 121 è in bilico. Io purtroppo non ho altre strade per trovare lei, posso solo aspettare che sia lei a farsi sentire quando potrà».

«121» è il nome in codice di Filippo Guttadauro, tuo cognato. È lui il tramite fra te e Provenzano. Deve consegnare i pizzini, senza aprirli né tantomeno leggerli. Peccato. Leggerebbe di quando scrivi a Binnu di essere «sempre a sua disposizione», oppure di tutte le volte in cui dichiari: «Di tutto quello che faccio, metà è per lei». Provenzano è un amante famelico: «Io ho sempre una via che è la vostra, sono nato in questo modo e morirò in questo modo. È una certezza ciò. Ora mi affido completamente nelle sue mani e nelle sue decisioni. Tutto ciò che lei deciderà io l’accetterò senza problemi e senza creare problemi, questa per me è l’onestà».

Il vostro carteggio è «barocco e retorico come solo i mafiosi sanno essere […]. Una pietra miliare, un impareggiabile campione della filosofia di Cosa Nostra e dell’approccio con cui i boss si avvicinano alla politica, alle istituzioni, alle amicizie». Ti sei fatto adottare a distanza.

Sul più bello, Provenzano viene arrestato, l’11 aprile 2006, dopo una latitanza durata quasi mezzo secolo. Nel suo ultimo covo, a Montagna dei Cavalli, vengono trovati pizzini e lettere che porteranno agli arresti di altri nomi eccellenti di Cosa Nostra. E che toccano anche te, Matteo, che di Binnu u Tratturi sei uno degli allievi prediletti.

Tu, come tutti, gli scrivevi per «chiedere una cortesia»: problemi in famiglia, posti di lavoro, imprese da aiutare, altre da bloccare. Lui ti aiutava come poteva.

Ti ricordi il caso della Sud Pesca? L’azienda di Aspra, frazione di Bagheria, che si occupava della lavorazione di prodotti ittici, all’inizio di luglio 2003 decide di cambiare vettore e si affida per i trasporti a un’altra ditta, la ConSud-Tir. Solo che quest’ultima aumenta di molto i prezzi. A te, che hai a cuore le sorti dell’impresa, la cosa non va giù. E scrivi quattro pagine fitte fitte a Bernardo Provenzano. È il 25 maggio 2004, concludi così: «La prego di farmi la cortesia di sistemarmi questa cosa».

La lettera arriva a destinazione. Provenzano si interessa alla faccenda e il 30 settembre 2004 già gli rispondi per ringraziarlo: «Per la questione dei trasporti si è risolto tutto per come mi ha detto lei. Ora colgo l’occasione per ringraziarla tanto pure io, quindi il discorso è chiuso, di nuovo tante grazie».1

In un’altra occasione sono le sagge parole e l’intermediazione del fantasma di Corleone a evitare una guerra di mafia tra te e quelli di Agrigento, per una questione di forniture non pagate da alcuni supermercati Despar del paese di Ribera (gestiti da persone del clan Capizzi-Falsone) al tuo compaesano Giuseppe Grigoli. Non solo non vogliono pagare il debito, pretendono anche il pizzo. Tu tieni la contabilità di Grigoli, spieghi a Provenzano che vi devono un sacco di soldi. Il boss agrigentino Giuseppe Falsone snobba i tuoi conteggi. Il 30 settembre 2004 ti arrabbi e scrivi a Provenzano una proposta che Falsone e Benedetto Capizzi non possono rifiutare:

Io spero che loro accettino la mia proposta che è tutta a favore loro tra l’altro, perchè gli paghiamo il pizzo e il debito lo togliamo tutto dal pizzo, in cambio chiediamo solo che loro devono fare finta che questi punti vendita non esistano da loro, cioè vogliamo essere lasciati in pace nelle nostre cose. Se loro accettano mi faccia sapere la cifra di pizzo che ha deciso per ogni punto vendita e poi mi deve dare un contatto con Ag [Giuseppe Falsone]; preferirei che sia la persona che parla con lei, così io mando il mio paesano [Giuseppe Grigoli] da lui e possono fare i conti tra loro di tutto il tempo che ci vuole per l’estinzione del debito tramite il pizzo. Se non può essere la persona che parla con lei va bene anche qualcun altro, l’importante che sia il Cpz [Benedetto Capizzi]. Per concludere: questa è la mia ultima proposta, se Ag non l’accetta io non avrò più niente da dire né da discutere, lei capirà che dopo la mia proposta in cui è chiaro che ci stiamo perdendo tutto, ma proprio tutto, se loro non l’accettano vorrà dire che loro cercano proprio me e vogliono qualcosa da me, in questo caso sarà lei a decidere cosa io debbo fare. Grazie all’intercessione risolvete la situazione con uno sconticino sulle due fatture non pagate.

Provenzano ti rispettava perché avevi chiaro in mente qual era il tuo dovere. Ti aveva visto crescere killer sanguinario alla corte di Totò Riina e conquistarti i gradi sul campo. Ora sei diventato un giovane devoto: «Io mi rivolgo a lei come garante di tutti e di tutto, quindi i suoi contatti sono gli unici che a me stanno bene, cioè di altri non riconosco a nessuno, chi è amico suo è e sarà amico mio, chi non è amico suo non solo non è amico mio ma sarà un nemico mio, e su questo non c’è alcun dubbio… La ringrazio per adoperarsi per l’armonia, la pace e per tutti noi».

E poi c’è l’affare Ciancimino. Vito, il padre, è stato una creatura di Provenzano. Sindaco di Palermo, ma soprattutto potentissimo assessore ai lavori pubblici, condannato per mafia, protagonista del famigerato «sacco» edilizio della città. Provenzano e Ciancimino hanno un rapporto profondissimo. Si conoscono sin da quando erano ragazzini e si sono dati forza e potere vicendevolmente per costruire le loro carriere. Durante la latitanza, Provenzano era di casa da Ciancimino, dove secondo suo figlio Massimo tutti lo conoscevano come l’«ingegnere Lo Verde».

Solo che tu Vito Ciancimino non l’hai mai potuto vedere, come tutti i politici: «I politici, quelli, non fanno niente per niente». E men che meno suo figlio Massimo, che una volta, scrivi in un pizzino, si è intascato una tangente destinata a te. Pardon, alle famiglie dei carcerati. Si trattava della «messa a posto» di una ditta subappaltatrice impegnata in lavori di metanizzazione nella zona di Alcamo.

Il fatto ti innervosisce, ma fai il superiore. L’argomento è sepolto, come lo sarebbe stato Massimo Ciancimino se assassinarlo non ti avesse creato problemi nei rapporti con Provenzano. Avevi pensato di ucciderlo, e quando nel 2003 Provenzano riapre il discorso, finalmente puoi sfogarti: «L’impresa in effetti i 250 milioni li uscì, solo che a noi non ci arrivarono mai perché se li rubò uno dei figli del suo paesano morto, questo figlio sta a Roma. Questo figlio del suo paesano morto sa di aver rubato soldi non suoi e di sicuro si è divertito a Roma visto che abita là, quello che non sa è che quei soldi erano destinati a famiglie di detenuti che hanno bisogno, ma comunque ritengo il discorso chiuso, se la vede lui con la sua coscienza».

Massimo Ciancimino la pensa diversamente, sulla vicenda: «Io non ho conosciuto direttamente Matteo Messina Denaro, ma ricordo che quella volta mio padre non ne ebbe un giudizio positivo. Anzi. Mi disse: se già il padre era un cretino, figuriamoci il figlio. Se vuole i soldi, che venga a prenderseli a Roma, da me. Era questo l’atteggiamento di mio padre».

Lo so cosa pensi di Massimo Ciancimino. È rimasto un «minchione», così come lo chiamava suo padre, e a cinquant’anni campa ancora di rendita, parla attraverso le parole di suo padre e con le quattro cose che si ricorda cerca di minacciare questo o quell’altro. I genitori ti mettono al mondo, poi ci vogliono i maestri. Lui aveva in casa dei grandi maestri e, invece d’imparare, pensava a gestire night club e ad aprire negozi di divani. Tu te lo sei conquistato il rispetto; stavi sempre un passo indietro, muto. Vai e ammazza: ok. Metti una bomba: ok.

Con Provenzano rinnovi la tua fedeltà al clan dei corleonesi. Quando, nel 1993, arrestano Totò Riina, c’è stato il rischio che restassi sotto shock come un marine di ritorno dall’Iraq. In un pizzino comunichi a Provenzano: «ttr mi ha scritto è tutto bene». È Totò Riina, che ti benedice dall’alto del 41 bis.

Nel covo di Provenzano, dunque, la polizia trova 168 pizzini, le copie delle sue lettere fatte con la carta carbone e un po’ di corrispondenza ricevuta e archiviata. I suoi scritti diventano un caso letterario, un pezzo di moderna storia criminale in presa diretta. Le minute di lettere e biglietti sono ricche di preziosi insegnamenti: «Ti prego di essere calmo e retto, corretto e coerente, sappi sfruttare l’esperienza delle sofferenze sofferte, non screditare tutto quello che ti dicono e nemmeno credere a tutto quello che ti dicono, cerca sempre la verità prima di parlare e ricordati che non basta mai avere una sola prova per affrontare un ragionamento, per essere certi in un ragionamento occorrono tre prove e correttezza e coerenza».

E ancora: «Ricordati che sbagliare è umano, basta dirlo e si chiarisce». Oppure: «Bisogna impegnarsi per portare a termine gli studi magari con qualche sacrificio: la laurea sarà meglio dell’eredità di un feudo».

Non sembra neanche che a scriverli sia stato un boss: in gioventù si è guadagnato il soprannome di u Tratturi, perché dove passava non rimaneva in piedi nemmeno un filo d’erba. Con grande sorpresa la polizia trova anche i pizzini di risposta, che evidentemente Provenzano non bruciava, venendo meno, proprio lui, al comandamento di distruggere la corrispondenza di Cosa Nostra. Molti pizzini sono tuoi. Una cosa che non ti va giù, come abbiamo già ricordato. La delusione si mangia la rabbia, come emerge ancora dalle parole scritte a Vaccarino: «Hanno trovato delle lettere, in particolare delle mie pare che ne facesse collezione. Non so perchè ha agito così e non trovo alcuna motivazione a ciò e, se qualora motivazione ci fosse, non sarebbe giustificabile. […] Tutto mi potevo immaginare ma non questo menefreghismo da parte di una persona esperta, comunque non vado oltre perchè potrei sbagliare a parlare e, per abitudine, non parlo mai alle spalle di qualcuno. Solo a lui potrei dire cosa penso se lo avessi davanti e, dopo di ciò, la mia amicizia con lui finirebbe; oggi posso solo dire che se la vede con la sua coscienza se ne ha, per tutto il danno che ha provocato in modo gratuito e cinico ad amici che non lo meritavano: chiudo qua che è meglio!».

Invii i tuoi messaggi solo in periodi ben precisi: a cavallo tra gennaio e febbraio, maggio e giugno, settembre e ottobre. I pizzini arrivano a destinazione a non più di un mese dalla spedizione. Successivamente, vengono raccolti quelli di risposta, che ti sono recapitati dopo altri trenta giorni

C’è un tempo

«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo». C’è un tempo per ogni cosa, ci insegna il libro di Qoelet, nell’Antico Testamento.

Anche per i tuoi pizzini, Matteo, c’è un tempo.

Invii i tuoi messaggi solo in periodi ben precisi: a cavallo tra gennaio e febbraio, maggio e giugno, settembre e ottobre. I pizzini arrivano a destinazione a non più di un mese dalla spedizione. Successivamente, vengono raccolti quelli di risposta, che ti sono recapitati dopo altri trenta giorni. Quindi, se tu scrivi un messaggio a Tizio in febbraio, Tizio lo leggerà a marzo; in aprile ti arriverà la risposta e tu a maggio risponderai; Tizio a giugno leggerà la tua risposta.

È un lunario.

Siccome Tizio non è il solo a scriverti, tutta questa corrispondenza di ammiratori e fan va gestita anche da un punto di vista logistico. Vanno cioè create le stazioni di posta e organizzate le staffette con tempi certi e in luoghi sicuri. Nel tempo avete utilizzato come centri di smistamento casolari e supermercati, oleifici e vecchie rimesse.

Qualche anno fa, a Partanna, fu scoperta una sorta di ufficio postale tutto per te. A fare da centro di raccolta era un supermercato. I pizzini, una volta letti, venivano stracciati e gettati nella fognatura. Gli investigatori, però, avevano fatto in modo che nella fognatura ci restassero: così li raccoglievano, li ricomponevano con pazienza e ne scoprivano via via il contenuto. In uno di essi scrivevi una raccomandazione ai tuoi: «Non parlate né dentro casa né nelle macchine. Parlate all’aperto e attenti a ciò che dite nei colloqui in carcere, sennò ci fottono a tutti, non facciamo i leggeri».

L’imprenditore Giovanni Risalvato, tra gli arrestati di Golem 2, operazione di polizia con cui nel 2010 sono stati fermati cinquanta tuoi fiancheggiatori, viene intercettato mentre si irrita perché una consegna di pizzini non è avvenuta nei tempi dovuti: «Perché io domani mattina li do a chi li devo dare… e quello domani mattina quando viene non è che gli posso dire: “Aspetta che devo raccogliere le cose”… perché ci sono tutte cose precise da rispettare: giornata, orario! Tutte cose puntate, precise… a millesimo di grammo! Lì non si può cugghiuniari!».

Non si può sbagliare neanche con le dimensioni e l’imballaggio: i pizzini hanno una loro geometria da origami. Ecco come li preparavano Giovanni Scimonelli e Filippo Mangione, due impiegati del tuo ufficio spedizioni:

Mangione: «Perché glieli devi mettere lì?».

Scimonelli: «Glielo mettiamo… più piccolo che si può!».

Mangione: «Il biglietto! E quelli… di fuori!».

Scimonelli: «Questi adesso li chiudiamo così! Lo hai capito? Per dritto! Però basta così, altrimenti agghiummuniamu [avvolgiamo] tutto lì in mezzo!».

Mangione: «Fai un pizzinu per questi e poi gli altri di fuori!».

Scimonelli: «Questo… e questo allora! Ah?».

Mangione: «Che è?».

Scimonelli: «Si dovrebbe tagliare così!».

Mangione: «Perché? Li vuoi mettere tutti lì?».

Scimonelli: «Tutti lì li dobbiamo mettere. Che hai taglierino qua?».

Mangione: «È troppo grosso… guarda quant’è! Meglio di così non si può fare… viene male».

Scimonelli: «Non ci fa niente! No… Fili’… forse di nuovo si deve fare».

Mangione: «Fogli di giornali ci vogliono… per essere consistenti».

Scimonelli: «Mettici lo scotch qua!».

Et voilà, strappo di scotch.

Lo scrittore trapanese Salvatore Mugno, da buon «trafficante di carte», come lui stesso si definisce, ci ha scritto un libro, sui tuoi pizzini, esaminando le tue lettere a Svetonio sotto molti punti di vista. Per esempio, la punteggiatura: per Mugno è «puntuale e funzionale».

Armato di matita rossa e blu da insegnante pignolo, Mugno sottolinea poi i tuoi svarioni, le tue frasi non corrette. Nota anche che le lettere a Svetonio, rispetto a quelle indirizzate a Provenzano, pur essendo contemporanee, hanno differenze di non poco conto, perché quelle per il boss sono più trasandate e grossolane, il lessico è più semplice e sono più frequenti gli errori ortografici. Queste differenze generano più di un sospetto. Vuoi vedere che alla fine si tratta non solo di destinatari diversi, ma anche di autori diversi? D’altronde ci sono di mezzo i servizi segreti e tutto è possibile: «Insospettiscono la prosa aulica e le citazioni, da Pennac ad Amado. Come appaiono arditi gli attacchi a Provenzano per il vezzo di conservare i pizzini».

C’è anche chi cerca di analizzare la grafia dei pizzini, incurante del fatto che, probabilmente, non è la tua. È Amalia Patrizia Panebianco, «Grafologa e perito grafico su base grafologica» recita il suo biglietto da visita. Pur non sapendo se a scrivere i pizzini sei tu o un segretario, azzarda: «Una scrittura piccola, stilizzata, rapida, progressiva, senza inutili tentennamenti, né esagerazioni, che testimonia una discreta abilità grafo-motoria e che ricomprende scelte lessicali, a volte, forbite. L’intelligenza è acuta e creativa, il pensiero concentrato».

Dalla disposizione del testo sul foglio, rileva inoltre che: «Il nero prevale nettamente sul bianco, invadendo con ordine il foglio e non lasciando spazi superflui: una rappresentazione dell’inquietudine di chi vive il suo ambiente da prigioniero e “controlla” la sensazione di disagio che ne deriva».

Ti descrive come un uomo dai nervi saldi, pur nell’estrema difficoltà del tuo status, ma con possibili, incontrollati scatti d’ira.

Ancora: «La condotta ferma, la rapidità del gesto grafico, un andamento progressivo del tracciato, testimoniano una marcata sicurezza di sé, la necessità di agire, la fiducia nelle proprie energie, ma, per converso, gli improvvisi ispessimenti del tratto manifestano una sottostante aggressività, una sotterranea tensione che può sfociare in reazioni inattese». Dallo studio grafologico risulterebbe confermata anche la tua capacità di tenere a freno i sentimenti e il tuo spiccato gusto per i piaceri della vita: «L’affettività, infatti, è controllata, gli ovali sono molto piccoli e spesso ammaccati (laddove non sono del tutto evitati, come la «Q» quadrata), anche se la qualità del tratto, tra il nutrito e il pastoso, insieme a una forma curata, rivela un approccio sensoriale alla vita che gli fa apprezzare, in modo concreto, le cose belle che lo circondano».

Citi dunque Pennac, Matteo, nei tuoi scambi epistolari firmati Alessio con l’ex sindaco di Castelvetrano Vaccarino, alias Svetonio. Citi lo scrittore francese Daniel Pennac, e ti lamenti di essere diventato tuo malgrado «il Malaussène di tutti e di tutto», immedesimandoti nel personaggio da lui inventato

A proposito di Pennac

Citi dunque Pennac, Matteo, nei tuoi scambi epistolari firmati Alessio con l’ex sindaco di Castelvetrano Vaccarino, alias Svetonio. Citi lo scrittore francese Daniel Pennac, e ti lamenti di essere diventato tuo malgrado «il Malaussène di tutti e di tutto», immedesimandoti nel personaggio da lui inventato.

Nelle tue corrispondenze con Svetonio ricordi anche l’Eneide, ragioni su Toni Negri, citi Jorge Amado: «Non c’è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica».

Stando così le cose, verrebbe da dire che non c’è stato boss di mafia più colto. O meglio, boss latitante più colto.

Infatti, colti, quelli rinchiusi da anni nella dannazione del 41 bis, lo sono già da tempo. A parte Totò Riina, che rivendica con orgoglio di essere un «seconda elementare», tutti i mafiosi condannati al carcere duro sono diventati negli anni formidabili lettori. In generale, quando mi capita di entrare nelle carceri per parlare dei miei libri, trovo lettori ferratissimi, critici, capaci di accostamenti e di riferimenti per me impensabili.

Riina a parte, Bernardo Provenzano e gli altri della sua generazione avevano un modesto bagaglio di letture: la Bibbia, innanzitutto, Il Padrino di Mario Puzo, ovvio, e I Beati Paoli, neanche a dirlo. Ma quel canone, chiamiamolo così, oggi non esiste più. Ci sono boss che leggono tutto Sciascia, o i grandi romanzieri russi, Dostoevskij in testa. Leggere è una delle poche cose che possono fare liberamente. E lo fanno.

Giuseppe Grassonelli, killer di mafia rinchiuso nel supercarcere dell’Asinara subito dopo le stragi del 1992, racconta che nella sua cella, sulla brandina in ferro, trovò una copia di Guerra e pace. Provò a leggerla. Una, due righe. Poi si fermò. Era semianalfabeta, non capiva nulla. Ricominciò. Una, due, tre righe. Ancora niente. E allora riprovò. Una pagina, un vocabolario per le parole che non conosceva. Finì che lo lesse tutto. «E alla fine» racconta «scoppiai in un pianto a dirotto». Pochi anni fa si è laureato con 110 e lode in Lettere e filosofia.

Gaspare Spatuzza era talmente efferato, quando era un killer, da essere ricordato da un pentito come capace di mangiare un panino al prosciutto mentre era intento a rimestare un cadavere in un fusto d’acido: «Con una mano mangiava e con l’altra arriminava». Nella sua biblioteca, adesso, ci sono Delitto e castigo, La coscienza di Zeno, volumi di filosofia e di fisica quantistica.

Una vera e propria rivoluzione culturale, o forse, anche in questo caso, qualcosa di antico. Luciano Liggio, il boss capostipite dei corleonesi, una volta disse ai magistrati che lo interrogavano: «Ho letto di tutto, storia, filosofia, pedagogia. I classici. Ho letto Dickens e Croce». E sfottendoli, ha concluso: «Ma quello che ammiro di più è Socrate, uno che come me non ha mai scritto niente».

Di certo ti piacerebbe, Matteo: avere la poltrona scura, la scrivania color mogano. Una libreria da comporre a piacere, i quadri degli artisti che ami alle pareti. Un fermacarte e un mappamondo sul tavolo. E già che ci siamo: vassoio con caraffa, bicchieri lucenti, penna stilografica per gli appunti, mazzi di fiori freschi. Una leggera aria condizionata. Il cellulare silenzioso. E invece sono piaceri che non hai. E in fondo, se ti prenderanno, avrai tutta una cultura da farti, in galera.

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