Veronica Raimo è noiosa (e la sua generazione ha perso). Leggete l’impeccabile Eliana Bouchard

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. Il libro della Raimo è facilmente dimenticabile. Meglio l'ultima opera di Eliana Bouchard: un romanzo di integrità e integrazione, senza sviolinate politiche o smargiassate sociologiche

Raimo Linkiesta
27 Aprile Apr 2018 0745 27 aprile 2018 27 Aprile 2018 - 07:45

Il bastone. Chi vorrebbe abitare in un paese dove non si può girare con il trolley perché il rollio delle rotelle è “molestia sonora” (“le nostre orecchie sono fatte per udire lo scalpiccio di un cerbiatto nel bosco”, sussurra demoniaco “l’elfo in un balloon”)? Chi vorrebbe abitare in un posto dove “non crescono gli alberi da frutta, l’estate dura a malapena un mese” e devoti giardinieri mettono “le ciliegie sopra gli alberi” per renderli più graziosi? Nessuno. A meno che amiate un martirio fatto di sadici sorrisi. Eppure, Il compagno e La compagna, in fuga da un fatale “Crollo” – cioè: crisi economica, collasso dell’uomo, crollo dei valori – che avvolge il resto del pianeta, decidono di trasferirsi proprio lì, a Miden, il nuovo Eden, il paese dove “vogliamo essere felici” e la felicità più che una possibilità è un obbligo sancito per imposizione statale. La compagna, a forza di scopare come un’amazzone – “le piaceva tenersi la gonna, le tette al vento con le collanine che le rimbalzavano da un capezzolo all’altro, i capelli scompigliati, si muoveva un sacco” – resta incinta del Compagno. Il compagno è un filosofo di latta, immigrato a Miden, insegna “in un’Accademia d’arte” e sa – ovvietà all’ennesima – che “farsi una storia con una studentessa non è mai una buona idea”. Eppure, gli viene la cattiva idea di farsi una storia con una studentessa: ha tiepide perversioni borghesi (s’immagina “le tette, il culo, le gambe” della tipa “quando scopavo con la mia compagna, quando le mettevo una mano sulla bocca per non sentirla gemere”), gli piace conservare in un cassetto le mutandine di lei, che rimandano, però, dopo mesi, “un odore osceno”. Quando la studentessa, un paio d’anni dopo le allegre scopate, denuncia il prof di violenza sessuale, per Il compagno e La compagna comincia una vita impossibile. A Miden, infatti, “una volta che si perdeva la rispettabilità, si perdeva anche la cittadinanza”, e poco importa che la studentessa – figlia di uno dei ‘padri fondatori’ della comunità – non sia stata realmente violata (“allora non lo sapevo. Ora lo so”, dice lei in perfetto stile #MeToo). Gran finale: Il compagno deve lasciare la città felice, mentre La compagna continua a vivere con la studentessa malmenata dal godimento. Ecco: l’ultima pagina, probabilmente, è quella più interessante di un romanzo, Miden, altamente improbabile. I problemi dell’ultimo libro di Veronica Raimo sono anzitutto formali: nel romanzo si alterna, per 200 pagine, la voce de La compagna a quella de Il compagno; pare una soporifera partita a tennis. Le scene di sesso sono sconfortanti (“Mi dava gli schiaffi sul culo, mi metteva in punizione. Mi sodomizzava con qualche oggetto pseudodidattico”); il linguaggio messo in bocca a lui e a lei è anonimo. La cosa più grave, però, è la scenografia e l’ideologia. La comunità di Miden, un po’ Amish un po’ Svizzera un poco nazi, è dettagliata per particolari marginali (“A Miden non esistono più diminutivi o vezzeggiativi… per impedire che le donne fossero apostrofate con un’aggettivazione manierata e svilente”; a Miden si incoraggia l’attività sportiva e c’è “la precisa intenzione di potenziare l’artigianato locale”), che convincono, forse, un lettore cretinetti (noi san Tommaso della lettura vorremmo vedere la mappa di Miden, la genealogia dei ‘fondatori’, il piccolo vocabolario della ‘neolingua’ di Miden; ma forse la Raimo non ha avuto voglia di faticare troppo). L’ideologia, poi (imporre la felicità è l’incipit del totalitarismo, dietro i candidi sorrisi irrompe il razzismo), è stata sviscerata fino all’avvilimento dalla letteratura (dico a caso: George Orwell, Aldous Huxley, Doris Lessing, J.G. Ballard, Anthony Burgess, il Philip Roth de La macchia umana) e dal cinema (ne dico due: Dogville di Lars von Trier e The Village di M. Night Shyamalan). Imitando lo stile altrui – la ‘quarta’ cita “le tonalità di Margaret Atwood e le ossessioni di J.M. Coetzee”, che spudorati – Veronica Raimo firma un romanzo compilativo, facilmente dimenticabile. Ma emblematico. Bisogna, infatti, cominciare a porsi una domanda. Cosa resta dei romanzi della ‘Generazione Raimo’, cioè di quegli autori che hanno tra i 40 e i 45 anni? Partiamo da un dato. La ‘nidiata’ precedente – che non ha generato un Thomas Mann, sia chiaro, ma neppure un Pavese o un Parise – ha seminato, comunque, libri ‘memorabili’ (non ho detto ‘belli’): Tutti giù per terra di Culicchia, Io non ho paura di Ammaniti, Stabat Mater di Scarpa, Superwoobinda di Nove, I quindicimila passi di Trevisan. Ci ricordiamo perfino di Fluo di Isabella Santacroce. E si parla di libri usciti dieci o venti anni fa. Di Veronica Raimo ricordiamo la firma sullo script di Bella addormentata (gira Bellocchio), di suo fratello Christian i cartelli alla trasmissione di Belpietro e le orazioni sul sistema scolastico italiano, di Federica Manzon (la più giovane) che è un editor presso case editrici di successo, di Marco Missiroli che insegna alla Scuola Holden. D’altronde, non sappiamo ripetere la trama de La ferocia, romanzo malauguratamente di maniera che ha vinto lo Strega nel 2015, ma apprezziamo il volenteroso, voluminoso impegno di Nicola Lagioia come direttore del Salone del Libro di Torino. Insomma, quelli della ‘Generazione Raimo’ hanno usato i libri come scalini: sono diventati gli influencer della cultura italiota attuale. Beati loro. Di loro, la letteratura può farne a meno.

Veronica Raimo, Miden, Mondadori 2018, pp.201, euro 18,50

La carota. Eliana Bouchard è una scrittrice discreta, che non appartiene a nessuna consorteria o club, che pensa soltanto a costruire libri delicatissimi e preziosi, come chi annota in inchiostro dorato epigrafi sul fianco di un santo. L’esordio fu fragoroso, nel 2007, con il romanzo storico Louise, ambientato nella Francia di Caterina de’ Medici, dando voce a Louise de Coligny, che nella ‘notte di san Bartolomeo’ perde padre e marito e diventerà la quarta moglie di Guglielmo I d’Orange, l’eroe dell’indipendenza dei Paesi Bassi. Libro di inarrivabile fragranza, Louise entrò nella cinquina del Campiello, nel 2008, quello vinto inopinatamente da Bendetta Cibrario con Rossovermiglio e che si ricorda per la sezione ‘Opera prima’ vinta da Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi. Fermezza nel concepimento della struttura narrativa e stile formalmente impeccabile sono caratteristiche della Bouchard che tornano, a distanza di cinque anni del romanzo precedente, La mia unica amica, nell’ultimo libro, La boutique. La boutique, appunto, è una wunderkammer di esistenze segrete e svelate, di ‘tipi’ apparentemente opposti – viene in mente la tipologia dei personaggi di Goethe – sconcertati dall’arrivo del sarto afghano Ibrahim. Già. Il romanzo è anche un libro di ‘integrazione’. Di integrità e di integrazione esistenziale, anzi tutto. Senza sviolinate politiche o smargiassate sociologiche, però, perché ciò che conta, sempre, è il gesto salutare della storia. Nel romanzo, scandito da capitoli dai titoli esemplari, che esplicitano una specie di sequela – “Coincidenze”, “Ritorno”, “Dormire”, “La costruzione”, “Spine e tessuti”, “Incendi”, Rovesci”… – c’è un pezzo che mi pare bellissimo, che illustra le briglie retoriche della Bouchard. È l’incipit del capitolo intitolato “Approdi”: “Quando Nina era stata informata del fatto che Kurt si era lasciato cadere da una finestra del grattacielo in cui lavorava, non aveva posto domande, semplicemente si era alzata dalla poltrona dalla quale dirigeva un’importante catena di alberghi, aveva indossato il breve soprabito e si era stretta al manico rigido della borsetta con entrambe le mani. Aveva camminato con piglio spedito per diversi chilometri per raggiungere l’appartamento scelto con Kurt e, arrivata a casa, aveva scritto una lettera in cui rassegnava le dimissioni. Spinta da un bisogno urgente di casualità aveva chiuso l’abitazione priva di divisori, era andata a dormire in un albergo scelto a caso, si era comperata degli abiti comodi eppure eleganti in un negozio qualsiasi... Infine si era accomodata nella poltrona di un parrucchiere dove aveva ridotto i ricci a una corona di virgole e punti interrogativi”. Il suicidio è narrato con una eleganza d’acciaio, senza scampo, è il delta di una scelta, la circoncisione di una svolta, culminata con la seduta dal parrucchiere, con i capelli che diventano “punti interrogativi”. Questa è la purezza.

Eliana Bouchard, La boutique, Bollati Boringhieri 2018, pp.296, euro 16,50

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