Lutto nel cinema

È morto il regista Ermanno Olmi

Malato da tempo. È morto ad Asiago, aveva 86 anni. Arriva al successo nel 1977 con “L’albero degli zoccoli”, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes. L’ultimo lavoro, nel 2014, è stato “Torneranno i prati”

Ermanno Olmi

Ermanno Olmi (DAMIEN MEYER / AFP)

7 Maggio Mag 2018 1055 07 maggio 2018 7 Maggio 2018 - 10:55

È morto ad Asiago il regista Ermanno Olmi. Aveva 86 anni, era nato il 24 luglio 1931 a Bergamo. Da tempo malato, venerdì era stato ricoverato per l’aggravarsi delle sue condizioni.

Regista autodidatta, arriva al successo nel 1977 con L’albero degli zoccoli, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes. L’ultimo lavoro, nel 2014, è stato Torneranno i prati: un film ambientato nelle trincee sull’Altopiano di Asiago durante la Prima guerra mondiale. È stato creatore di un linguaggio personale e grande sperimentatore.

Chi era Ermanno Olmi nel testo tratto da Cinquantamila.it di Giorgio Dell’arti:

• Bergamo 24 luglio 1931. Regista. «Alzando un po’ la cresta da giovane studentello cercavo di criticare la fede di mia nonna, portandola sul piano della razionalità. Lei mi ascoltava e a un certo momento mi diceva: “Adesso basta. Lasciami credere come ho sempre creduto”. Oggi quando preghiamo non appare il volto di Dio, ma una sorta di nebulosa. Ho la sensazione che Dio ha un grosso problema: non è riuscito a dividere il bene dal male. E per farci capire il suo tormento ci ha posto in queste condizioni. Allora chi prego, quando prego Dio? Prego qualcuno cui vorrei dare un volto, prego qualcosa che dovrebbe superare il limite della mia conoscenza tattile, della conoscenza che il mio sguardo ha del mondo. Noi nella preghiera dovremmo soprattutto condividere questo dolore di non riuscire a separare il bene dal male» (Simona Ravizza).
• Ultimo film Torneranno i prati (2014), sulla Prima guerra mondiale, girato di notte, d’inverno, «nelle trincee ricostruite sui monti sconvolti dalla Battaglia degli Altipiani del 1916-17, mica in uno studio riscaldato di Cinecittà con la macchinetta del caffè dietro la garitta (…) Loredana, la moglie, sospira incerta tra rassegnazione e orgoglio. Così è fatto, l’Ermanno. D’inverno! Di notte! Su e giù in groppa al gatto delle nevi!» (Gian Antonio Stella).
• Nel 2007 ha realizzato due documentari, uno su Kounellis intitolato Atto unico, e un altro, ancora dedicato al mondo dei contadini, intitolato Terra madre e realizzato all’interno dell’omonima iniziativa di Carlo Petrini. Nel 2009 Rupi del vino. In teatro ha diretto Teneke, di Fabio Vacchi.
• Nel 2008 premiato a Venezia col Leone d’oro alla carriera. Lo stesso anno l’editrice San Raffaele ha pubblicato Il sentimento della realtà, libro intervista a cura di Daniela Padoan. «Ogni volta che si comincia un film è come con Cristoforo Colombo: si parte per le Indie, se va bene si arriva alle Americhe. Altrimenti si va a fondo. È il cinema».
• Tra i suoi film: Il posto (David di Donatello per la regia, 1962), L’albero degli zoccoli (1978, Palma d’oro a Cannes, David miglior film; Nastro d’argento film e regia: la Federico Motta editore ne ha messo in vendita un’edizione restaurata in dvd allegata a un volume curato da Lorenzo Codelli), La leggenda del santo bevitore (1988, Leone d’oro a Venezia, David film, regista, montatore; Nastro per la regia), Il mestiere delle armi (2001, David per film, regista, sceneggiatore, produttore).
• «Intorno ai 5 anni, andai a vedere una recita di mio fratello all’oratorio della Bovisa. Da lì nacque la passione per il teatro. Durante l’estate i miei genitori mi mandavano nelle colonie della Edison, di cui mio padre era dipendente. Mi emozionavo davanti al palcoscenico e inventavo piccole storie» (Annachiara Sacchi).

Se dovessi definirmi, direi di essere stato sempre un uomo libero, un cinematografaro – come mi piace questa parola, com’è brutto dire cineasta – senza un impegno politico

Ermanno Olmi

• «Scomponendo e allentando tempi e ritmi, movimenti e sguardi, girando lui stesso come operatore molte delle sequenze dei suoi capolavori, ci ha costretto a fermarci – anche se soltanto da spettatori – sul massacro della civiltà rurale e contadina imposto dalla modernizzazione violenta del dopoguerra. E lo ha fatto in modo naturale: c’era la sua vita, c’erano i suoi valori, c’era il suo quadernino immaginario di ragazzino trasferito dalla campagna bergamasca alla Bovisa, il quartiere della sua adolescenza, nella scena finale dell’Albero degli Zoccoli» (Barbara Palombelli).
• «Mio padre Giambattista, ferroviere socialista, era stato esonerato dal fascismo e, dopo due anni di disoccupazione, fu assunto dalla Edison. A quei tempi si diceva: “Chi volta il culo a Milano, volta il culo al pane”, un detto che forse vale anche oggi e mi scuso, in dialetto è meno volgare. Arrivati in città, mi stupirono gli odori: il gas di cucina, il ferrigno sapore del tram, il grasso di macchina che sentivo addosso a mio padre. A quindici anni, entrai anche io alla Edison, come dipendente».
• «Mio padre morì quindici giorni dopo il bombardamento dell’edificio in cui lavorava. Allora non esistevano le possibilità scientifiche per verificarlo ma è probabile che la morte fu causata da un embolo dovuto al violento spostamento d’aria causato da una bomba».
• «Se dovessi definirmi, direi di essere stato sempre un uomo libero, un cinematografaro – come mi piace questa parola, com’è brutto dire cineasta – senza un impegno politico. L’accusa più ricorrente, contro di me, è sintetizzata in una critica: “Si nota il limite cattolico dell’autore”, dissero di un mio lavoro, tanti anni fa, mentre io non ho mai neppure sottoscritto il cattolicesimo. Sono soltanto un aspirante cristiano e penso che la migliore ideologia consista nel non essere schiavi dell’ideologia».
• «Il vero problema per noi registi è che ti senti libero di inventare, ma poi hai a che fare con i numeri, esigenze di costi, rischi del business, di cui sei responsabile. Il film costoso che fallisce è un problema di ordine morale, oltre a provocare danni al produttore. Il film che vorrei fare è quello dove posso fare quello che voglio e non costa niente. Parlavano tempo fa di uno scienziato che voleva trasferire il pensiero in immagini... Sarebbe il massimo».
• «I miei film io li scrivo sempre come fossero delle storie. Non ho mai fatto una sceneggiatura tradizionale, con le indicazioni delle riprese o degli obiettivi da usare. Io scrivo dei “raccontoni”, poi tiro delle linee per dividere le possibili scene e mi appunto delle idee: qui un piano lungo, qui magari un primo piano. Ma è solo sul set, con la macchina da presa al mio fianco, che decido come riprendere» (da un’intervista di Paolo Mereghetti).
• «Molti anni fa ho deciso di non fare più pubblicità. Se mi dici produco queste sedie, sono fatte al meglio delle mie possibilità, al costo onesto per un onesto compenso al mio lavoro, sono disposto a fare pubblicità informativa di una cosa buona. Chiaro che quando ti chiedono di ingannare il prossimo ti pagano di più» (a Paolo D’Agostini).
• Sua la prefazione alla nuova edizione de I quattro libri di lettura, di Lev Tolstoj (Isbn edizioni 2013): «Trai libri che io devo tenere sempre con me, ovunque vada, ci sono Tolstoj, i Vangeli e la Genesi. Ho bisogno di poter ricorrere a queste pagine in qualsiasi momento, è più forte di me» (Roberto Brunelli) [Rep 15/1/2014].

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