Ecco perché siamo sempre più sensibili, ma sempre meno tolleranti e maniaci del controllo

Così desiderosi di difendere la vittima, rischiamo di condannare chiunque. Come lo psichiatra Bessel van der Kolk. È stato licenziato in seguito alle denunce del suo staff per maltrattamento. Ma molti colleghi lo avevano difeso, definendolo solo un po' scorbutico

Bessel Vander Kolk Linkiesta
21 Maggio Mag 2018 0700 21 maggio 2018 21 Maggio 2018 - 07:00

Il nome Bessel van der Kolk probabilmente non dirà molto ai lettori, eppure la sua storia ci dice qualcosa su quello che ci sta accadendo negli ultimi anni. Van der Kolk è uno psichiatra di Boston noto per le sue ricerche nel campo del disturbo post-traumatico da stress sin dagli anni '70. Da decenni il suo lavoro scientifico è fondamentale per capire gli effetti del trauma sulla vita delle persone. Il suo libro più importante, il successo di vendite The Body Keeps the Score, descrive come il cervello sia modellato dalle esperienze traumatiche e come tale conoscenza possa essere integrata nelle pratiche psicoterapeutiche di guarigione. Il libro è stato pubblicato anche in italiano col titolo Il corpo accusa il colpo. E anche tra noi è stato un successo di vendite.

In seguito alle ricerche di Van der Kolk la consapevolezza e la conoscenza delle conseguenze delle esperienze traumatiche sul benessere psichico si sono enormemente ampliate. Non solo il cervello, ma perfino il corpo sono rimodellati radicalmente dal trauma. Le ricerche di Van der Kolk sull’istinto di sopravvivenza spiegano come le persone traumatizzate sperimentino un’ansia e una rabbia intollerabili, come sia degradata la loro capacità di provare benessere e come sia accentuata quella di percepirlo violentissimamente nella carne del proprio corpo.

Tutto questo è scienza, scienza molto rigorosa e confermata. Tuttavia è anche cultura, ed è anche grande cultura. Una cultura che ci permea sempre di più, rendendoci sensibili al trauma, nostro e altrui. Malgrado alcune notizie sembrino dirci il contrario, la nostra è un’età altruistica ed empatica, desiderosa di comprendere la sofferenza degli altri, soprattutto dei deboli. Ben prima delle ricerche di Van der Kolk, nelle religioni e in letteratura, si era propensi a comprendere le ragioni della vittima e del debole. Concepire la vittima come un traumatizzato è il coronamento scientifico di una sensibilità che nasce con i bambini trascurati e maltrattati di Dickens o ancora prima, fino a risalire al trauma della crocifissione o a quel che volete.

In questi giorni uno sfortunato accidente ha colpito Van der Kolk nel luogo che dirige, il Trauma Center del Justice Resource Institute (JRI) di Boston, una organizzazione senza scopo di lucro che fornisce servizi di salute mentale agli svantaggiati. Il 7 marzo il Boston Globe ha riportato che il JRI ha licenziato Van der Kolk in seguito alle denunce per maltrattamento e bullismo da lui perpetrate ad alcuni operatori del suo staff. Le riflessioni che un simile evento possono ispirare sono a mezza strada tra la nobile pietà, l’umana preoccupazione, l’infantile curiosità per finire con il piacere proibito della schadenfreude, la gioia per le disgrazie altrui.

La nostra è un’età altruistica ed empatica, desiderosa di comprendere la sofferenza degli altri, soprattutto dei deboli

La pietà la proviamo prendendo atto che nemmeno le persone più consapevoli della traumaticità del comportamento umano violento -e chi dovrebbe essere più consapevole di Van der Kolk?- sembrano essere in grado di non cadere in quel peccato originale. La preoccupazione ci colpisce di fronte al timore opposto, il timore di una possibile caccia alle streghe che ormai rischia di non risparmiare più nessuno, timore che nasce quando leggiamo l’elenco molto lungo di colleghi di lavoro che hanno dichiarato innocente Van der Kolk. Stiamo diventando una società così desiderosa di difendere la vittima da accettare il rischio di condannare eccessivamente qualunque comportamento meno che appropriato? Dal quel che si capisce, Van der Kolk sembra essere colpevole di un’eccessiva propensione alla rabbia. Un tempo lo si sarebbe definito un tipo scorbutico. Se è così, gli aspetti penali delle sue sfuriate saranno probabilmente futili e si sgonfieranno; intanto però è stato licenziato dal JRI, o almeno così pare.

E si finisce con la shadenfreude. Perché è vero che se l’asticella dei comportamenti accettabili si è innalzata il merito –o la colpa- è anche delle trentennali ricerche scientifiche di Van der Kolk, le quali si fanno non solo scienza ma anche cultura e costume morale. Se siamo tutti più sensibili al minimo sgarro è un bene per il vivere civile e la buona educazione. Al tempo stesso però molti (e molte, è proprio il caso di usare anche il femminile più che mai) di noi sono un po’ infastiditi (e infastidite) e preoccupati (e preoccupate) da un ideale che sembra sempre più difficile da rispettare e che rischia di imbalsamare i rapporti umani in una impersonale buona educazione.

E fosse solo questo, passi; ma se si aggiunge il rischio di essere denunciati il malumore aumenta e i rapporti umani s’improntano sempre più a una estrema prudenza e a un soffocante controllo reciproco. La conseguenza è che il giorno in cui questi fastidi finiscono per colpire Van der Kolk, a suo modo uno degli apostoli di questa nuova grande sensibilità all’offesa, per un attimo e solo per un attimo proviamo il guilty pleasure di vedere il prete sul
pulpito colto con le mani nel sacco del peccato. Dopodiché torniamo rapidamente a ricomporci, decisi (e decise) ancora più di prima a comportarci sempre meglio, sempre più educatamente. Sempre più perfettamente.

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