Salvate il soldato Mattarella da chi vuole difenderlo a tutti i costi

Le scelte del presidente della Repubblica hanno scatenato un conflitto senza precedenti. Una lotta che vede combattere sedicenti difensori delle istituzioni contro chi si sente espropriato dell'investitura popolare. Ma il Colle, sede della concordia nazionale, non può diventare un campo di battaglia

Mattarella_Linkiesta

Vincenzo PINTO / AFP

29 Maggio Mag 2018 0730 29 maggio 2018 29 Maggio 2018 - 07:30

Una no fly zone per proteggere il Quirinale da se stesso, dai suoi nemici e peggio ancora dai sedicenti amici che altro non sono se non scalmanati sciacalli intenti a pasteggiare sulle più o meno legittime ragioni di Sergio Mattarella. Non vedo altra soluzione per disinnescare il più formidabile conflitto istituzionale nella storia del secondo dopoguerra: da una parte la rabbia imperiosa e un po’ scaltra dei populisti espropriati del diritto a farsi rappresentare al governo dal professor Paolo Savona; dall’altra una coorte di scalmanati parallelamente impegnati nel trasformare Mattarella in una specie di Vittorio Emanuele III incaricatosi di deporre i leader delle camicie gialloverdi – Benito Di Maio e Matteo Mussolini – prima ancora che marciassero su Roma. Con il risultato d’aver costretto quel bravo contabile di Carlo Cottarelli nei panni incandescenti del Maresciallo Badoglio, e con la belva indistinta della piazza rivoluzionaria già convocata per il 2 giugno a Roma, accompagnata dallo spettro tragicomico della messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica. Un mondo di pazzi, ma con una logica se possibile rigorosissima e spaventosa.

Mentre scrivo, non c’è ancora alcuna lista dei ministri che dovrebbero affiancare Cottarelli nell’impresa impervia di dare alla luce un governo nato per morire in culla, privo come sarà della maggioranza parlamentare necessaria. Nel frattempo si affastellano dubbi, rancori, sospetti e retropensieri sulla configurazione delle alleanze in vista delle nuove elezioni autunnali (così pare, ma chissà). Il buonsenso suggerisce al centrodestra di raggrumarsi nuovamente in un progetto politico a guida leghista, con la verosimile certezza di sbancare le urne a spese di una sinistra agonica e di un Movimento Cinque stelle fortemente indebolito dalle circostanze sfavorevoli. Ma il buonsenso ha molti volti e non sempre compatibili l’uno con l’altro: l’incrudelire della dialettica tra il popolo sovrano e le oligarchie finanziarie, la truculenta linea di faglia apertasi tra i gialloverdi e la confraternita quirinalizia, rischia di legittimare una campagna elettorale giocata per intero su due falsi scopi: 1) Europa sì vs Europa no; 2) un implicito referendum pro o contro il capo dello Stato. Sono, queste, trappole politiche e istituzionali piazzate lungo un crinale ripido dal quale potrebbe infine dirupare la tenuta della Res Publica, la concordia nazionale e la maestà delle istituzioni. Come ha cercato di spiegare ieri un immusonito Savona, la sua eventuale presenza al ministero del Tesoro di un governo populista non avrebbe ipso facto comportato alcun piano d’uscita dalla moneta unica. E’ lecito credergli ed è doveroso raccomandare ai suoi sostenitori, a coloro che ne stanno facendo l’effigie d’un riscatto a venire per il popolo irredento, di non cadere nella cisposa prospettiva di un conflitto da greco-tsiprioti fuori tempo massimo. Quanto poi al dossier Mattarella, il cuore del problema sta esattamente qui.

Il Colle di Quirino non è una prigione per aristocratici che compongono madrigali in attesa d’essere decollati, né la vasca da bagno per sanguinari giacobini ammaestrati da un comico genovese: è la sede manifesta della Concordia nazionale

Il sempre lucido Luigi Bisignani ha offerto ieri sul Tempo un saggio di limpida ragion di Stato. Tesi: se nella cerchia di Mattarella avesse potuto agire uno stratega come Gaetano Gifuni, anziché l’oscillante Ugo Zampetti, il presidente non sarebbe uscito così ammaccato dal braccio di ferro ingaggiato con Salvini e Di Maio. Traduzione maliziosa: quando il re sbaglia, deve rotolare (metafora, per carità) la testa di un subalterno, guai ad addossare a un’istituzione dalle prerogative semi regali la responsabilità oggettiva di un errore che può pregiudicarne la forza incoercibile. Perché dalle parti di Mattarella qualche errore s’è visto eccome, non ultimo il piglio ostinato con il quale – nell’arco di pochi minuti – ha contrapposto all’eroe populista Savona l’anti eroe di establishment Cottarelli. E’ un punto fondamentale colto con intuito sottile dal direttore di Formiche Roberto Arditti, non certo un fanatico sovranista, in un corsivo scritto domenica a caldo: “Probabilmente sul Colle più alto non c’è stata un’adeguata lettura degli eventi e delle mutate condizioni dell’azione politica al tempo di Twitter… lascia assai perplessi la scelta del prof. Cottarelli, perché finirebbe per ottenere il sostegno del solo Pd, con ovvie conseguenze sotto diversi profili. Persona degnissima, sia chiaro. Ma ben difficilmente in grado di reggere l’impatto di una campagna elettorale che finirebbe per rivolgersi anche contro di lui”. Sottoscrivo, con la preoccupazione che il voto di (s)fiducia sull’esecutivo Cottarelli, con un Cavaliere lealmente ambiguo e ambiguamente leale nei confronti di Lega e Fratelli d’Italia, possa tramutarsi in una sostanziale bocciatura del contegno quirinalizio e innescare una torsione in cui a diventare contendibile sarebbe addirittura la potestà del Quirinale, ridotto al rango di fortilizio espugnabile. E non già via impeachment, ma attraverso una messa in stato d’accusa sostanziale e sostanziata da una valanga di voti che potrebbero premiare un eventuale cartello elettorale gialloverde con bandiera tricolore di Giorgia Meloni.

La guerra civile a bassa intensità contro il Deep State, peraltro, trova un proprio senso ulteriore se si guarda ai cenciosi mestatori mediatici che oggi cercano di mobilitare improbabili folle di mattarelliani della prima ora, radunati sotto lo stendardo immaginario dell’hashtag #iostoconmattarella. Sono lo specchio riflesso della cattiva coscienza malmostosa che anima i loro nemici internettiani, in un folle contrappunto nel quale si fronteggiano gli inquilini del cesso pubblico delle élite che si vogliono responsabili (Twitter) e il cesso grande delle plebi scatenate (Facebook): una lotta impari dalla quale i democratici e i populisti assennati dovrebbero rifuggire, un girone infernale dal quale occorre salvare anzitutto Mattarella, trattato dagli uni come l’arbitro che ha fischiato un rigore favorevole e perciò divenuto degno della divisa dei rigoristi, e dagli altri come l’ostacolo che si frappone alla presa della Bastiglia. Con la non trascurabile differenza che il Colle di Quirino non è una prigione per aristocratici che compongono madrigali in attesa d’essere decollati, né la vasca da bagno per sanguinari giacobini ammaestrati da un comico genovese: è la sede manifesta della Concordia nazionale.

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