Il problema della scuola non è la cattedra sul predellino, ma il nuovo governo che non la nomina mai

Non è di autorità e grigiore ciò di cui la scuola italiana ha bisogno per rinascere, ma di buone pratiche da disseminare e attenzione politica: il premier Conte non la nomina mai. È un pessimo inizio

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6 Giugno Giu 2018 0750 06 giugno 2018 6 Giugno 2018 - 07:50

Ho dovuto rileggerlo tre volte, in prima pagina del Corriere ieri mattina, il pezzo di Ernesto Galli Della Loggia con le raccomandazioni al nuovo ministro dell’Istruzione. Alla fine ho deciso di prenderlo sul serio e di smetterla di pensare che fosse solo la parodia di una circolare degli anni ’30 riesumata dall’Istituto Luce. Lo prendo sul serio perché non puoi permetterti di scherzare dalla prima pagina del Corriere, soprattutto quando hai un governo con cui c’è poco da scherzare in generale.

Tra le dieci raccomandazioni di Della Loggia ci sono il ripristino dell’alzata in piedi quando il prof entra in classe, il divieto di uso degli smartphone, le gite scolastiche esclusivamente su suolo patrio, ma soprattutto la dotazione di una predella ad ogni aula. Di quel mattone di legno sotto alla scrivania Della Loggia fa il simbolo della restaurazione della vera autorità in classe, lo strumento chiave per recuperare la progressiva perdita di autorevolezza dei docenti agli occhi degli studenti.

Sorvolo sul costo di una simile misura: Francesco Luccisano si è divertito a fare un conto spannometrico cercando su internet quanto costi una predella, moltiplicando per il numero di classi, e ipotizzando pure un bello sconto visto il volume complessivo dell’acquisto, ed è arrivato a poco meno di una novantina di milioni di euro. Sorvolo perché il punto centrale è un altro. Davvero pensiamo che nel 2018 il senso di rispetto e appartenenza ad una comunità si possa insegnare in questo modo?

Quello che sappiamo è che il mondo che tanti ragazzi vivono ogni giorno fuori dalla scuola viaggia ad una velocità molto più elevata di quella a cui incede la loro crescita individuale; che spesso gli studenti ricevono più stimoli fuori che dentro la classe; o che sempre meno di rado trovano più risposte su uno smartphone che parlando con un docente poco invogliato o preparato.
La scuola italiana ha bisogno di un investimento massiccio nella formazione dei suoi insegnanti.

Perché non è questione di “aggiornamento” sulle materie, ma di trasferire ad un intero corpo di insegnanti strumenti e metodi didattici nuovi; e di assicurarci che la tecnologia intesa come strumento resti al suo posto e non strabordi, ma anche che venga integrata appieno nell’insegnamento per aumentare la capacità di apprendimento e lo sviluppo dello spirito critico degli studenti. Così come serve trovare una risposta definitiva sul reclutamento, e quindi sui meccanismi di selezione, dei nuovi insegnanti: attraverso concorsi selettivi che premino – acclarata la conoscenza della materia, come si sarebbe detto un tempo – la conoscenza dell’inglese, la familiarità con strumenti digitali che possono essere messi a servizio della didattica, e l’aver fatto esperienze fuori dall’Italia.

Tutto questo potrà farlo il Governo a cui in queste ore dobbiamo votare la fiducia? No. Senza riserve. Non c’è neanche bisogno di aspettare e vedere. Perché – nella migliore delle ipotesi – non accadrà proprio un bel niente. Nemmeno una parola sulla scuola, infatti, ha detto ieri il portavoce di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il prof Giuseppe Conte, nel suo discorso chilometrico al Parlamento. Né si legge alcunché di significativo nel capitolo sulla scuola del cosiddetto contratto di governo

Abbiamo bisogno di insegnanti che aiutino i ragazzi a visualizzare il mondo, ad anticipare i cambiamenti, a capire di che passione e talento ciascuno di loro dispone, moltiplicando il numero di esperienze che fanno (e non solo le ore che passano sui libri).
Per fortuna la scuola italiana è già piena di docenti così: su di loro bisogna investire perché si sviluppino anche processi di apprendimento tra pari e in pochi anni non restino una minoranza illuminata – e anche frustrata, nel vedere che il loro lavoro ha un impatto comunque limitato – ma diventino il più potente meccanismo per riattivare l’ascensore sociale che da troppi anni si è rotto nel Paese.

Tutto questo potrà farlo il Governo a cui in queste ore dobbiamo votare la fiducia? No. Senza riserve. Non c’è neanche bisogno di aspettare e vedere. Perché – nella migliore delle ipotesi – non accadrà proprio un bel niente. Nemmeno una parola sulla scuola, infatti, ha detto ieri il portavoce di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il prof Giuseppe Conte, nel suo discorso chilometrico al Parlamento. Né si legge alcunché di significativo nel capitolo sulla scuola del cosiddetto contratto di governo. Se non che continueranno a trattare la scuola partendo dalle esigenze dei docenti-lavoratori invece che da quelle dei ragazzi – perché mentre i primi scioperano e votano, gli altri al massimo subiranno danni che si manifesteranno solo quando sarà troppo tardi – e quindi mettendo ancora una volta le esigenze delle corporazioni davanti a quelle dell’istruzione. O che interverranno sull’alternanza scuola-lavoro, rimettendo in discussione questa rivoluzione culturale solo perché non sempre ha funzionato come avrebbe dovuto; invece che facendo lo sforzo di capire come si trasforma davvero un’amministrazione pubblica per fare sì che sia capace di accompagnare misure complesse che richiedono attenzione alle singole persone e non solo ai vari pezzi di una procedura.

Non promette bene un Governo che non pensa alle prossime generazioni, né promette meglio il principale quotidiano del Paese, che invece di offrire opinioni di avanguardia sul futuro della scuola propone pezzi che invocano ordine e disciplina, autarchia educativa, e in definitiva invitano alla edificazione immateriale di luoghi tristi e cupi dove spegnere il cervello invece che accenderlo; dove lo scopo ultimo appare obbedire invece che inventare.

* deputato della Repubblica e segretario di Movimenta

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