Editoriale

Perché nasce Linkiesta, quotidiano senza carta

Negli Stati Uniti della crisi dei giornali si discute al Congresso, da noi si fa spallucce o si spaccia la conversione al web per uno scontro direttore-redazione, come accaduto a Il Sole 24 Ore con Gianni Riotta e al Corriere della Sera con Ferruccio de Bortoli. La verità è che dal 2000 a oggi le copie vendute sono diminuite del 32 per cento. Per il Censis, il 34,5 per cento degli italiani legge un quotidiano tre volte la settimana. In nove anni il prezzo medio di vendita di un modulo di pubblicità si è dimezzato, da 42,29 a 21,05 euro. 
Noi crediamo che un nuovo modello di business sia possibile

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I quotidiani e un pc

Può esistere un giornale senza carta? Un giornale che accumuli profitti, che paghi buoni stipendi, che garantisca la professionalità e la completezza assicurata da decenni dai giornali cartacei? Questa domanda circola nel mondo della carta stampata fin dalla metà degli anni Novanta, quando il ciclone internet cominciò a soffiare sul mondo dell’informazione. Per anni la maggioranza dei giornalisti italiani ha reagito a questa domanda con ironica sufficienza, come se si trattasse di un interrogativo retorico, che solo quei buontemponi degli americani, con la loro mania delle tecnologie, potevano porre. E mentre negli Stati Uniti la crisi dei giornali assumeva lo status del problema nazionale, e se ne discuteva al Congresso come si fa quando è in ballo il futuro della democrazia, qui da noi poco o niente è accaduto, e ancora oggi molti giornalisti continuano a snobbare l’attività online.
Eppure da discutere ce ne sarebbe parecchio perché i giornali navigano in acque pericolose. L’ultimo a essere stato investito dalla tempesta è Il Sole 24 Ore, dove l’assemblea dei giornalisti ha indetto tre giorni di sciopero per bloccare la transizione al formato tabloid, grande riforma voluta con forza dal direttore Gianni Riotta e osteggiata dalla redazione. Riotta ha visto la sua poltrona traballare e alla fine ha rinunciato al progetto che a suo parere avrebbe dato respiro ai conti in rosso del giornale. Dalle poche cronache pubblicate è sembrata una vicenda personale tra un direttore e la sua redazione. Esattamente come era capitato a ottobre, quando i giornalisti del Corriere della Sera avevano indetto due giornate di sciopero contro il direttore Ferruccio de Bortoli.

E invece c’è molto altro. I giornalisti sono in subbuglio perché le loro testate hanno l’acqua alla gola. Dal 2001 a oggi Il Sole 24 ore ha perso oltre 142 mila copie, cioè il 35,7% delle vendite. La Stampa di Torino e Il Messaggero di Roma hanno lasciato per strada rispettivamente il 25,8% e il 33,6% delle vendite. Il Corriere e la Repubblica hanno fatto appena meglio: il quotidiano di via Solferino ha lasciato sul campo il 23,5% delle copie (141 mila), il giornale di Ezio Mauro il 26,9% (141 mila). E l’emorragia continua inesorabile, anno dopo anno.
Spesso i giornalisti incolpano di questa catastrofe la cecità di editori poco illuminati che non investono, di direttori troppo legati alla catena della proprietà che non lasciano sufficiente autonomia ai giornalisti. Accuse talvolta giustificate, ma insufficienti a spiegare il crollo del sistema della carta stampata che nel suo insieme, dal 2000 a oggi, ha visto crollare le copie vendute del 32 per cento, da circa sei milioni a poco più di quattro milioni (4.067.843, calcolando i 57 quotidiani censiti da Ads).

In realtà, se si pensa al giornale come supporto indispensabile per una società civile informata, è necessario togliere da questi quattro milioni di copie quelle vendute dai tre grandi quotidiani sportivi (La Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport e Tuttosport) il cui ruolo, pur rilevante, ha ben poco a che spartire con i destini della democrazia. Compiendo questa sottrazione restano tre milioni 461 mila copie, una miseria che ogni anno si va assottigliando per effetto dell’inarrestabile scossone che i nuovi media stanno portando alla carta stampata.
E infatti il Censis, in un Rapporto pubblicato un anno fa, definisce «marginale il ruolo della carta stampata nel processo di formazione dell’opinione pubblica nel nostro Paese». Dice il Censis che tra il 2007 e il 2009 il numero di italiani che leggono un quotidiano almeno tre volte la settimana è passato da 51,1 a 34,5. In soli due anni gli italiani che «avevano un contatto stabile con i quotidiani», per usare la definizione usata dall’istituto di ricerca, sono passati dalla metà a un terzo, e questa percentuale comprende anche coloro che leggono solo quotidiani sportivi.

Nella pubblicità le cose non vanno meglio. Secondo l’Istituto di ricerca Carlo Lombardi, dal 2000 al 2009 il prezzo medio di vendita di un modulo di pubblicità si è dimezzato, da 42,29 a 21,05 euro. Dopo un crollo del 23% nel 2009, dovuto alla crisi economica, nei primi dieci mesi del 2010 il fatturato pubblicitario dei quotidiani è sceso dell’1,5%, in controtendenza rispetto ad altri settori che sono cresciuti: la tv del 6,3%, la radio del 10,2%, internet del 17,7%. È il segno che il peso della carta stampata nell’opinione pubblica e nell’economia sta scemando. Non c’è un solo indice che deponga a favore dei giornali tradizionali, compresa l’età dei lettori, che aumenta in modo inesorabile.
La transizione a internet appare dunque ineluttabile, in Italia come all’estero, perché anche nel nostro Paese stanno avanzando le stesse tendenze che altrove hanno cominciato a manifestarsi fin dall’inizio dello scorso decennio. Da molti anni negli Stati Uniti ci si domanda come sia possibile superare questa pericolosa fase di passaggio, con i giornali cartacei che continuano a perdere peso senza che un nuovo modello di business si sia imposto nel mondo del web. Per questo nasce Linkiesta. Per dimostrare che il nostro Paese è maturo per consolidare nuove esperienze innovative, basate non solo sulle ultime tecnologie della comunicazione, ma anche su un modello di proprietà che si ispira alla public company.

Naturalmente in questo nuovo giornale terremo aperto un punto di osservazione sull’evoluzione dei media, cercando di rispondere agli interrogativi più spinosi di questa difficile transizione. Come sta evolvendo la proprietà dei media in questa situazione di cambiamento? Come cambiano i rapporti di forza su internet? Che ruolo può avere il mercato pubblicitario in questa fase di transizione? Ad alcune di queste domande cominciamo a rispondere oggi. Ma è solo l’inizio.

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Commenti

Vedo che diversi vengono da Il Riformista..poveri noi! Ma in un benedetto editoriale si deve scrivere cosa questo giornale online si propone di raccontare.
E si può sapere chi la finanzia questa iniziativa: solo la pubblicità online (una utopia) o un imprenditore?

Per favore non ottimizzate la versione digitale solo per l' Ipad ma pensate anche a quelli che hanno dei generici ed economici tablet.

Grazie

Intanto auguri per l'iniziativa, che personalmente reputo di alto livello e soprattutto al passo con il diffondersi di nuovi modi di fare informazione. Saluti, Paolo

Il vostro modello di business, cari ragazzi che ci state mettendo l'anima, è, invece, proprio insostenibile. Ma fate bene a provarci, se riuscite a farvi pagare l'esperienza dai ricconi che avete imbarcato con voi...

Ben arrivati nell'arena della stampa italiana!
Spero che sappiate mantenere le promesse insite nel nome della vostra testata (che richiama la parola inchiesta).

Ogni nuova voce che si aggiunge è bun segno.Auguri

e ora sono due... un po' meno frescura

Quello che mi interessa è sapere se sarete indipendenti, chi sono i vostri editori, chi vi paga, se sarete capaci di fare inchieste e pubblicare notizie anche contro gli interessi dei vostri editori se è il caso. Se sarete in grado di dire apertamente che in Italia quella dei giornalisti è una corporazione gelosissima dei suoi privilegi come e forse più di tante altre altre (avvocati, notai, magistrati, docenti universitari ecc) e che gli albi non servono a nulla se non a cristallizzare la mediocrità che regna nella carta stampata ed ora anche online salvo rare eccezioni. Se sarete di fare reportage interessanti e mai banali come se ne leggono su carta stampa e su internet. Se riuscirete a parlare di politica estera seriamente e approfonditamente come nessuno fa in Italia anzichè occuparsi del periodo di astinenza tra una velina e il calciatore. Buona fortuna.

Non è che ci ritorviamo l'ennesimo foglio produttore di idelogia acritica pro globalizzazione finanziaria e dei mercati? Comunque sia buon lavoro.

avete pensato al sito in inglese? vi serve un collaboratore per metterlo on line? sarebbe bello se cominciassero ad apparire articoli di recensione de LINKIESTA anche sulla stampa estera, la barriera linguistica va abbattuta al più presto. Good morning and... good luck!

L'anonimo del 31 gennaio 22:37 sono io.
Frank57

Ho cercato in lungo e in largo: su tanti articoli, la parola Berlusconi e' citata una volta sola. Che gioia. Che frescura.

Ottima riflessione, che parte dai numeri e non dimentica come un giornalismo indipendente e d'inchiesta sia fondamentale per una democrazia sana.
Avete tutto il mio sostegno e incoraggiamento.
Bravi!
Dario

In bocca al lupo per questa nuova iniziativa.
Saranno pure crollate le vendite dei quotidiani, ma senza non riuscirei a starci. Da cinque al giorno, sono sceso a tre (mancanza di tempo ed altro). Riesco ad integrarli con il web, ma il punto più rilevante è la possibilità di archiviare i ritagli cartacei, di manipolarli, di sottolinearli quasi ad impadronirsene. Un feticismo che il web, quando s'imporrà come formato unico, potrà spazzare via. Per adesso e fin quando potrò va bene così.

non smetterò di leggere i cartacei a costo di stamparmeli da solo.
però al momento servono solo a farmi torcere le budella per l'assenza di notizie e la stupidità
dunque l'informazione passerà da qui

buon lavoro a tutti
daniele,milano

Si', è vero, ritengo che il futuro dell'informazione sia collocato su 2 fronti: quello dei canali televisivi 24 ore su 24 e quello mediato da internet. Che lo si voglia o meno la carta stampata diverrà un prodotto di "nicchia". Ne consegue che tutte le sperimentazioni di giornalismo "on line", "on demand", ecc., sono processi potremo dire, ineluttabili e corretti. Attualmente la fase è speimentale ma è proprio attraverso tale fase che si giungera' a "format" informativi di qualità. Come per ogni impresa, soprattutto innovativa, uno dei problemi principali soni i finanziamenti. Non mi occupo di gestione economica di imprese pertanto posso solo auspicare che si trovino i giusti sponsor affinche' possa coesistere un'informazione libera con i mezzi per sostenerla.

Grandi! Continuate così: già da sola, la presenza del grande Bruno Perini alla rassegna stampa riempie il cuore: le voci libere e professionali possono ancora esprimersi!
In bocca al lupo,
Sergio

Un grandissimo in bocca al lupo ragazzi! E un in bocca al lupo doppio a max.

Tanti auguri per la vostra iniziativa

Ottima iniziativa!!
In bocca al lupo!

Augurissimi x nuovi trionfi!

sempre bene che spirini venti nuovi!
in bocca al lupo!

sempre bene se spirano venti nuovi!! in bocca al pulo!!

In bocca al lupo!
Vi seguirò molto da vicino... ;-)

In bocca al lupo. Iniziativa bella e coraggiosa. Magari ogni tanto vi mando qualche corrispondenza dal Tropical di San Prospero sul Secchia...

Queste novità mi riempiono di gioia.
In bocca al lupo di cuore.
The Times They Are a-Changin’
:-)

Mi associo... in culo alla balena! ;)

L'avvio di nuove iniziative, soprattutto se portatrici di idee innovative, è sempre una bella notizia. In bocca al lupo!

Inauguro i commenti. In bocca al lupo.

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