La guerra in casaLa vulnerabilità di Mosca può rendere Putin ancora più pericoloso

I raid ucraini stanno dimostrando che il territorio russo non è inviolabile. Secondo diversi analisti, la risposta del Cremlino potrebbe essere una nuova escalation militare, una repressione più dura e un’intensificazione della guerra ibrida contro l’Occidente

AP/Lapresse

Mosca si è scoperta ancora una volta vulnerabile. All’inizio della settimana, nella notte tra lunedì e martedì, la capitale russa ha subito un nuovo attacco di droni ucraini e il sindaco Sergei Sobayanin ha detto che la difesa aerea ha abbattuto più di sessanta droni. Non ha menzionato alcun ferito nel suo comunicato. Martedì mattina, l’autorità federale russa per l’aviazione civile ha imposto delle restrizioni di emergenza nei principali aeroporti che servono Mosca, adducendo motivi di sicurezza aerea. Durante tutto il mese di giugno, la Russia è stata colpita più volte sul suo territorio. È la risposta di Kyjiv all’invasione su vasta scala, entrata nel suo quinto anno.

Dal 2022 il Cremlino ha venduto ai russi una finzione, raccontando la guerra come un elemento lontano, quasi astratto. Un conflitto combattuto da persone distanti, limitato alle regioni di confine o ai territori occupati, mentre il resto del Paese poteva continuare a vivere quasi normalmente. Le recenti incursioni ucraine hanno incrinato questa narrazione. I droni non hanno soltanto colpito aeroporti militari, basi aeree e infrastrutture energetiche: hanno portato la guerra dentro la Russia, rendendo evidente che il territorio della Federazione non è davvero al sicuro.

Il danno materiale è importante, ma probabilmente non è nemmeno quello più significativo. «Ora sembra che nessun luogo in Russia sia davvero sicuro», scrive Foreign Policy, osservando come gli attacchi abbiano trasformato un conflitto percepito come distante in una minaccia quotidiana. Raffinerie incendiate, aeroporti chiusi, voli cancellati, blackout temporanei e continui allarmi hanno iniziato a modificare la percezione della guerra anche tra quei cittadini che fino a oggi l’avevano vissuta quasi esclusivamente attraverso la televisione di Stato. È una crepa ancora lontana dal trasformarsi in una crisi politica, ma sufficiente per iniziare a chiedersi come reagirà adesso la Russia. O meglio, cosa deciderà di fare Vladimir Putin.

Dopo ogni attacco significativo sul territorio russo, il Cremlino ha cercato di minimizzare l’accaduto, insistendo sul fatto che le operazioni ucraine «non cambiano la situazione sul fronte». Allo stesso tempo, però, ha ordinato di accelerare la produzione di sistemi di difesa aerea e di rafforzare la protezione delle infrastrutture strategiche. Dietro questa comunicazione dai due volti si nasconde quella che in gergo viene definita drowning man syndrome, la sindrome dell’uomo che sta affogando: chi si trova con le spalle al muro, scrive Foreign Policy, raramente reagisce riducendo il livello dello scontro. Più spesso prova ad allargarlo, trascinando altri attori nel conflitto o aumentando il costo imposto agli avversari. Per questo motivo le difficoltà della Russia in questa fase potrebbero tradursi, in un futuro non lontano, in una nuova escalation comandata da Putin.

Ma alzare il livello dello scontro, per la Russia, non è così semplice. Mosca continua ad avere una superiorità convenzionale rispetto all’Ucraina e può intensificare bombardamenti e attacchi missilistici, come ha già fatto più volte. Eppure, molti osservatori dubitano che una semplice escalation sul fronte basti a risolvere il problema emerso con gli attacchi dei droni, cioè la vulnerabilità del territorio russo.

Per questo la Russia potrebbe essere più interessata ad aumentare il costo del conflitto per Kyjiv, e anche per i suoi alleati occidentali. Foreign Policy ipotizza ad esempio un’intensificazione della guerra ibrida contro l’Europa, fatta di sabotaggi, cyberattacchi, operazioni clandestine contro infrastrutture critiche, e accompagnata da una nuova stagione di minacce nucleari e da un innalzamento generale della tensione. Con l’obiettivo di convincere quelli che considera i suoi avversari che sostenere l’Ucraina sta diventando troppo costoso.

C’è poi una seconda partita, probabilmente ancora più delicata. Ogni sistema autoritario si fonda su un equilibrio implicito tra consenso e controllo, e quello costruito da Vladimir Putin negli ultimi venticinque anni non fa eccezione. Per molto tempo il Cremlino ha chiesto ai cittadini di rinunciare a una grossa parte della partecipazione politica – praticamente tutto, considerando che la politica, intesa come in Occidente, in Russia non esiste – in cambio di una promessa di stabilità, crescita economica e soprattutto sicurezza.

Ora gli attacchi dell’Ucraina stanno minando alla base questo pilastro della Federazione. L’economista Alexandra Prokopenko del Carnegie Russia Eurasia Center ha scritto sul Financial Times che «l’incapacità dello Stato di proteggere la popolazione sta minando le fondamenta del contratto sociale» su cui si è retto il putinismo.

Questo non significa che Putin sia oggi in pericolo. Anzi, secondo Prokopenko la guerra ha reso l’élite russa ancora più dipendente dal Cremlino. Le sanzioni occidentali, l’isolamento internazionale e la progressiva militarizzazione dell’economia hanno ridotto gli spazi di autonomia di imprenditori, tecnocrati e funzionari. Chi fino a pochi anni fa poteva immaginare un’alternativa oggi ha molti meno margini di manovra. È proprio questa chiusura del sistema che rende improbabile una sfida aperta al presidente russo.

Più plausibile è invece un’altra conseguenza: una nuova stretta interna. Nella storia del putinismo, ogni fallimento percepito è stato seguito da una ricerca di responsabilità all’interno dell’apparato statale. Non è escluso che anche questa volta il Cremlino risponda aumentando il controllo sui servizi di sicurezza, rafforzando la censura o chiedendo conto ai vertici militari delle falle nella difesa del territorio. Sarebbe una risposta coerente con la logica che ha accompagnato tutta la guerra, cioè trasformare un problema operativo in una questione di disciplina e fedeltà politica.

Oltre al rischio di escalation e alla tenuta interna del regime, c’è un terza variabile di cui tener conto per provare a intuire le prossime mosse del regime di Putin. È la diplomazia, a cominciare dal rapporto con la Cina. Qui è bene evitare semplificazioni. Non ci sono segnali che Pechino stia prendendo le distanze da Mosca, né che Xi Jinping abbia intenzione di rivedere una partnership costruita negli ultimi anni proprio in funzione antiamericana. Ma è altrettanto vero che una Russia più vulnerabile e costretta a rincorrere l’escalation cambia inevitabilmente anche i calcoli dei suoi alleati.

Un’analisi dell’International Centre for Defence and Security (Icds) riporta che la relazione tra Russia e Cina non è mai stata una vera alleanza militare, bensì una convergenza strategica fondata su interessi comuni. È quella relazione sottile di cui parlava anche la saggista Anne Applebaum nel suo libro “Autocrazie S.p.A.”. In questo momento Pechino ha tutto l’interesse a evitare una sconfitta russa, che altererebbe gli equilibri geopolitici a favore degli Stati Uniti. Ma non ha nemmeno interesse a vedere il Cremlino trascinato in una spirale incontrollata di escalation, dalla quale potrebbero derivare nuove sanzioni, maggiore instabilità economica o perfino un confronto diretto con la Nato. Per Xi Jinping, insomma, il partner ideale resta una Russia sufficientemente forte da fare da contrappeso all’Occidente, ma anche abbastanza prevedibile da non trasformarsi in un fattore di rischio.

È anche per questo che, almeno finora, la diplomazia cinese continua a mantenere il registro abituale: sostegno politico a Mosca, critica alle forniture occidentali all’Ucraina e inviti generici alla ripresa del dialogo. Più che scegliere tra Putin e Kyjiv, Pechino sembra voler evitare che la guerra entri in una fase ancora più imprevedibile.

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