A Davos tutti assieme a sbagliare le previsioni

A Davos tutti assieme a sbagliare le previsioni

Accade in molti Paesi, ma si hanno le statistiche complete solo per gli Stati Uniti. La crescita dell’economia degli ultimi anni ha avvantaggiato soprattutto i ricchi: due terzi della crescita del Pil statunitense sono andati al 1% più ricco della popolazione. Questi ricchissimi non sono sempre degli ereditieri. Accade che molti siano dei ricchi di prima generazione. Questi nuovi ricchi sono gli imprenditori soprattutto dei settori nuovi, i dirigenti d’azienda, i finanzieri. Agli inizi del secolo il reddito del 1% più ricco della popolazione degli Stati Uniti dipendeva per il 20% dal lavoro svolto, e quindi per il 80% da “rendite”. Oggi, invece, il reddito del 1% più ricco dipende per il 60% dal lavoro svolto. I conti li hanno fatti due economisti, Emmanuel Saez e Thomas Piketty. Una volta l’anno i ricchi e i potenti che non sono ereditieri si incontrano per conoscersi meglio e per scambiarsi le idee in un’amena località svizzera: Davos. Questa nuova élite è composta da persone molto istruite, e con un’esperienza e un’origine familiare che ormai si usa etichettare come «globale».

Queste persone hanno il difetto che accomuna quasi tutti quelli che hanno avuto successo: la sopravvalutazione dei propri meriti. L’enorme quantità di profitti è per molti la prova della bravura dei convenuti a Davos. Se sono stati capaci di guadagnare così tanto, ecco il segno che «ci sanno fare». Uno studio di una decina di anni fa della casa di ricerca inglese Independent Strategy mostrava come negli Stati Uniti l’enorme esplosione dei profitti negli anni Ottanta e Novanta fosse dovuta per un terzo alla discesa del costo del denaro, per un terzo alla discesa delle imposte, e per un terzo alle vicende interne delle imprese. E le cose non sembrano cambiate. Perciò, ben due terzi dei profitti erano frutto delle decisioni prese dall’universo politico: il taglio dei tassi di interesse e delle imposte. Attribuirsi il merito del cento per cento dei profitti è attribuirsi dei meriti che vanno oltre il proprio operato.

Che cosa possono mai dirsi i convenuti a Davos? Delle cose non molto diverse da quello che gli umani si raccontano in quasi tutte le riunioni di lavoro. Le opinioni estreme non sono espresse, per cui sono condivise solo quelle di «senso comune». Come racconta l’epistemologo Nassim Nicholas Taleb, se un agente della Cia fosse andato a dire che aveva saputo dell’attacco alle Due Torri, lo avrebbero preso per matto e alla lunga forse licenziato. Dopo l’evento, tutti a dire che non se lo aspettavano. Ed era vero! Gli eventi estremi – in gergo, «gli estremi della distribuzione di probabilità» – nelle riunioni non sono quasi mai presi in considerazione. Si prende in considerazione quanto si ritiene che avverrà con la massima probabilità. Ossia, che nulla di rilevante possa accadere. Le proprie opinioni di buon senso sono poi rafforzate dalla condivisione delle stesse da parte di altri. Se, oltretutto, si è potenti, e perciò si stimano molto la proprie opinioni, e si condividono le opinioni con altri potenti, le cui opinioni sono rilevanti perché sono dei potenti, ecco che ci si convince che si è nel giusto. Questo comportamento di mutuo rafforzamento delle convinzioni era velenosamente chiamato dall’economista Paul Krugman il «punto di vista di Davos».

Non meraviglia quindi che la capacità di fare previsioni dei convenuti a Davos sia assai modesta. Le previsioni sono giuste quando non accade nulla, e quando, invece, accade qualche cosa, tutti restano sorpresi. La crisi esplosa nel 2008 ha sorpreso i convenuti di Davos, che ancora nel 2007 celebravano il mondo – allora etichettato come quello della «grande moderazione» – del quale erano l’élite.

Allora perché andare a Davos? Chi scrive non è mai stato invitato, ma si immagina perché ci andrebbe, semmai lo fosse. Intanto, quasi tutti quelli che conosce direbbero che è una persona importante – il movente della vanità. Poi, perché incontrerebbe delle persone con cui sviluppare gli affari – il movente dell’interesse. Semmai fosse invitato, il costo esorbitante del convegno (dall’albergo all’abbigliamento da montagna da esibire) non sarebbe un problema. Chi scrive sarebbe ricco, e comunque pagherebbe l’azienda. Ha perciò senso andare a Davos, ma,  per le ragioni dette prima, non ha molto senso seguirne i lavori. Allora perché li si segue?

Un’ipotesi. L’idea – sfruttata da tempi immemorabili dai re usando gli astronomi che anticipavano loro le eclissi – è che i potenti ne sappiano di più, che sappiano scrutare il movimento delle cose meglio di tutti. Seguire Davos è allora un modo per saperne di più. Oppure, si potrebbe perfidamente aggiungere, se a Davos non dicono niente che non si sappia già, alla fine si condividono con i potenti le proprie idee da non-potenti e si è rassicurati. Edipo non risolto?
 

*Direttore di Economia@centroeinaudi.it

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