Storia Minima150 anni d’Italia «senza aver fatto gli italiani»

150 anni d’Italia «senza aver fatto gli italiani»

La discussione sulla festa del 17 marzo, è istruttiva.
Prima di tutto il punto della situazione. Il 20 gennaio scorso viene annunciato che il prossimo 17 marzo, ricorrenza del 150° del voto parlamentare che sancisce la nascita del Regno d’Italia, è festa nazionale. Interviene dapprima il presidente di Confindustria, che sostiene che sarebbe meglio lavorare anziché varare un giorno di festa (il 17 marzo sarà un giovedì) che, di fatto, spinge a un ponte collettivo. Poi la Lega nord, propone, di ripensarci e di non mandare il paese a casa. Poi Alois Durnwalder, Presidente della Provincia autonoma di Bolzano, il quale ha sostenuto che i 150 anni «per noi ricordano la separazione dalla nostra madrepatria austriaca». Poi è intervenuto il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini a dire che è bene fare un giorno di pubblica riflessione nelle scuole (soprattutto dando un programma di cosa fare e cosa leggere che ricorda le circolari ministeriali dell’Italia di due regimi fa). Infine, l’area ex An per la quale la festa non si tocca, anzi, secondo quanto scritto dal ministro Meloni, potrebbe sostituire il 25 aprile come festa di tutti. Questo se ci fermiamo a ieri sera.

Questo ventaglio di posizioni e di dichiarazioni indica una cosa sola: il nostro vuoto culturale e politico. Un Paese che, nell’ordine: non riesce a conciliarsi con la sua storia; non riesce a comporre una ragione del suo presente; non ha una voglia di futuro. Considerati uno per uno ciascuna di queste persone ha dei motivi anche fondati per discutere sul senso del 17 marzo. Ma soprattutto ognuno deve ribadire la centralità di sé in un sistema politico che ormai a stento si riconosce in qualche cosa che superi la propria persona. Marcegaglia pensa che senza di lei questo Paese non esisterebbe più. La Lega si è scocciata di difendere una ricorrenza che nella sua propaganda ha sempre criticato (in ogni caso il gioco di melina fa parte della trattativa per portare a casa un’ombra di federalismo che possa essere sbandierato sul prato di Pontida, nebbia permettendo).

Gli altoatesini rivendicano una purezza che pur nella storia di umiliazioni subite all’indomani del 1918, non ha storto il naso rispetto ai molti soldi derivati dalla legislazione speciale per l’Alto Adige (compresi quelli contrattati due mesi fa per averne ancora dal Governo attualmente in carica). La Gelmini doveva dire di esistere. Gli ex An hanno il problema di avere un’identità dell’orgoglio della nazione, senza lasciarselo scippare da La Destra di Storace, oppure da Fli che per avere un’identità, domenica prossima, come già a Mirabello in settembre, per staccarsi da La Russa, Gasparri & Co, dovrà costruire un ponte con ciò che era prima del 1994.
In tutto questo non c’è un’idea di far parte di una collettività. E non c’è perché nessuno sente che il progetto a cui è chiamato di essere parte segni un vantaggio né materiale, né culturale per lui. La dimostrazione più patente del fallimento del 150° è qui.

Il 150° doveva e voleva essere un momento di bilancio, la sintesi di una storia, il proposito di un progetto. È in nome di questo dato che ciascuno, a prescindere dalla propria appartenenza politica o del proprio schieramento ideologico, riconosce una data nella storia nazionale. La gente non va in piazza per vedere l’assalto alla Bastiglia, pensando che questa volta andrà diversamente. Ci va perché non sarebbe nessuno, e non avrebbe un’identità, senza quell’evento. Non solo: quella data ha il valore di stabilire una linea di confine tra un prima e un poi avendo chiaro che la situazione di prima non avrebbe segnato sviluppo.
Ciascuna realtà nazionale si regge sul fatto che vive la sua data fondativa come opportunità di miglioramento e non come identità ideologica. Opportunità di miglioramento significa sapere che le sfide che devono affrontare e superare chiedono un concorso di forze dove contano sia i poli di eccellenza che le sacche di arretratezza e che un sistema politico non è solo una delle due: è nella composizione nella reciproca funzionalità di entrambi. 

Nessuna realtà statale e sovra regionale è fatta di tasselli tutti eguali. Questo spiega perché non si dia conflitto tra destra e sinistra, tra unitari o federalisti in altri contesti nazionali sul momento fondativo. Noi non ci siamo riusciti, nemmeno questa volta. E a questo punto è legittimo chiedersi se ci verrà data un’altra chance. E, soprattutto, se ne vale la pena. 

*Storico