A Venezia se ti chiami Segre il codice etico non vale

A Venezia se ti chiami Segre il codice etico non vale

Venezia. Quattro anni e non sentirli. A tanto ammonta la condanna inflitta l’11 febbraio scorso dalla Corte d’Appello di Milano a 13 imputati per concorso in bancarotta fraudolenta. La sentenza conferma nella sostanza quella di primo grado, emessa nel 2006, e riguarda il crac Trevitex, un’azienda tessile vicentina fallita nel 1995. La vicenda vide in prima battuta imputati decine di banchieri e professionisti. Assoluzioni e prescrizioni hanno ridotto il numero degli imputati, ma il processo è andato avanti, portando all’accertamento di alcuni fatti in due diversi gradi di giudizio.

Tra quanti si sono visti confermare la condanna, seppur con una lieve riduzione di pena, figura il nome di Giuliano Segre, banchiere di lungo corso e oggi presidente della Fondazione di Venezia, terminale storico della Cassa di Risparmio di Venezia, dai vertici della quale lo stesso Segre avrebbe commesso i reati per cui la Corte d’Appello ha confermato la condanna.

In laguna, e non solo, la notizia è passata sotto silenzio e Giuliano Segre, in Laguna e non solo, non è uno qualsiasi. Classe 1940, professore ordinario di Scienza delle finanze nella sua città, dai primi anni ’80 fa carriera nella Roma della politica e dell’alta amministrazione, lavorando nei gabinetti dei principali ministeri fino a diventare, nel bienno 1992-1993, consigliere economico del Presidente del Consiglio. Dal 1987, ininterrottamente, siede ai vertici della Fondazione Cassa di Risparmio di Venezia che oggi si chiama Fondazione di Venezia.

La Fondazione e il suo presidente, in città, sono tanto sovrapposti che a Venezia in molti, per brevità, la chiamano Fondazione Segre. Una sovrapposizione che questa nuova condanna potrebbe però mettere in discussione. Almeno, a prendere in mano lo statuto della Fondazione e a cercare cosa prescrivono, in questi casi, i requisiti di onorabilità e il codice etico dei quali l’Ente si è dotato. Gli articoli 20 e 21 della normativa interna, infatti, prevedono la sospensione dalle cariche sociali – a partire naturalmente da quella presidenziale – nel caso in cui si vedano violati i requisiti di onorabilità fissati dalla legge 161 del 1998, dedicata agli istituti bancari e presa a modello dall’Ente. Una condanna a quattro anni di reclusione per concorso in bancarotta fraudolenta integra sicuramente la fattispecie e infatti, ai sensi dello statuto in vigore, il professor Segre risulta sospeso. È lo stesso statuto, tuttavia, a indicare la possibile soluzione: la revoca della sospensione può essere deliberata dal primo «Consiglio Generale utile».

Una strada di cui Segre si avvalse già nel 2006, al tempo della condanna di primo grado, e che può percorrere anche stavolta. Il primo Consiglio utile, peraltro, è fissato per martedì 22 febbraio, e sarà chiamato quindi a valutare ancora una volta la situazione. La lunga durata dell’egemonia di Segre, da un lato, e le previsioni statutarie, dall’altro, sono in grado di garantire un forte ascendente del presidente sugli organi dell’Ente (6 su 14 vengono cooptati dal Consiglio stesso), e in città qualcuno si interroga – a bassa voce – su come andrà questa volta.

Di certo, resta nero su bianco una condanna per bancarotta per chi dirige da quasi un quarto di secolo uno dei principali centri di potere e relazioni in una città di quelle che rendono l’Italia il Belpaese. Nero su bianco, eppure passata sotto silenzio. 
E si diffonde la sensazione che, con un nuovo ricorso in Cassazione e spingendo il più in là possibile i tempi del processo, si potrebbe arrivare anche alla meta di tante strategie difensive, riuscendo a far prescrivere un reato confermato due volte dai tribunali che giudicano nel merito. Venezia e il ricordo di un’azienda come Trevitex, una di quelle che hanno fatto grande il nordest, meritano forse altro rispetto.