Bric, l’Italia insegue anche nelle economie emergenti

Bric, l’Italia insegue anche nelle economie emergenti

L’emergere dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina) sulla scena economica, finanziaria e politica internazionale non è un fenomeno passeggero. La crisi globale e l’imporsi come foro principale della governance globale del G20, in cui i Bric e altre economie emergenti fanno sentire la propria voce, lo dimostrano. Da neologismo utilizzato per commercializzare le analisi di una banca americana, sia pur influente come Goldman Sachs, i Bric sono diventati un’entità politica, i cui leader s’incontrano annualmente per un vertice, spesso e volentieri per criticare proprio l’America. 

I Bric sono diventati, soprattutto,  la dinamo che fa avanzare l’economia mondiale (un terzo della crescita nel biennio 2009-10). Chi è stato escluso – per esempio Messico e Sudafrica – se ne lamenta, perché molte strategie d’investimento e allocazioni di portafoglio sono mirate proprio ai Bric. Cercando di fare concorrenza a Jim O’Neill, la cui carriera ha fatto un passo in avanti spettacolare grazie ai Bric (lui ha inventato il termine nel 2001 nella relazione curata per Goldman Sachs), altri hanno proposto nuovi acronimi, da Bricsam a Basic, da Briic a Briicksstam. Quest’ultimo a onor del vero, lo conosce per il momento solo chi scrive, ma non è per niente malvagio, visto che mette insieme tutte le economie emergenti del G20 (Brasile, Russia, India, Indonesia, Cina, Corea, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Argentina e Messico). O’Neill stesso, pur rifiutandosi di modificare la sua creatura, ha proposto di affiancare ai Bric i Mikt (Messico, Indonesia, Corea e Turchia) – per venir corretto da un lettore del Financial Times che con indubbio senso del marketing ha suggerito Stim (South Korea, Turkey, Indonesia, Mexico), che richiama lo stimolo di cui l’economia mondiale ha tanto bisogno.

Anche per l’Italia l’area Bric è sempre più importante. Sul fronte delle relazioni commerciali, con tutte e quattro le nazioni l’interscambio è in forte crescita dal 2000 e solo la crisi globale ne ha frenato l’espansione. Nel 2009 i Bric hanno assorbito il 6,4% delle esportazioni italiane (rispetto a 5,3% nel 2006), mentre hanno fornito al nostro Paese il 12,4% delle importazioni (contro 10,8% nel 2006). Complessivamente ai Bric corrisponde il 9,4% del commercio italiano con l’estero. Se si guarda ai nostri principali partner commerciali, è meno che per la Germania (11,1%) ma più che per la Francia (8,6%). Le relazioni sono particolarmente intense con Cina e Russia, importanti fornitori di beni del settore manifatturiero e primario, che rappresentano rispettivamente il 4,4% e il 3,2% dell’interscambio nazionale. In questo caso sia Germania sia Francia mostrano incidenza maggiore per l’intercambio con la Cina (6,2% e 4,6%) e inferiore per quello con la Russia (3,1 e 2,3%).

Come per le rivali negli altri grandi Paesi industrializzati, anche per le multinazionali italiane, pur in numero inferiore e generalmente più piccole, l’area Bric è rapidamente diventata di grande importanza nel quadro delle strategie di sviluppo. Dal 2001 al 2009, in tutti i Bric si è rafforzata la presenza del numero di filiali, con una crescita (+44%) quasi doppia dell’espansione italiana nel mondo (+23%). All’aumento del numero di imprese nei Bric è corrisposto un ampliamento moderato degli addetti (+23%), a fronte di un raddoppio del fatturato, passato da 18 a 36 miliardi di euro. Certo gli altri non sono stati con le mani e le valigie in mano e in tre Bric l’Italia non figura tra i principali Paesi investitori. È per esempio dodicesima in India, addirittura al 19° posto in Cina. Tanto che, mentre le 1030 filiali italiane in Cina hanno realizzato un fatturato di poco più di 5 miliardi di euro, per le 1800 filiali francesi il dato (oltretutto del 2006) è di 20 miliardi. Anche in Brasile, dove l’Italia è decima, gli investimenti diretti sono modesti rispetto all’intensità dei flussi commerciali, così come all’affinità linguistica e istituzionale tra i due Paesi. In generale questo sottodimensionamento è dovuto al numero ridotto di grandi imprese italiane – confermando anche in questo caso particolare l’affermazione di Fulvio Coltorti secondo cui la vera anomalia italiana non è la prevalenza delle piccole e medie imprese, ma l’assenza delle grandi.

Ma pesa anche il fatto che in Italia si sa ancora abbastanza poco di questi Paesi, e ancora meno dei Bric nel loro complesso. Certo non siamo gli unici: lo stesso Jim O’Neill riconosceva nel 2001 che la sua conoscenza delle economie emergenti era sostanzialmente limitata. Ma che la maggior parte dei testi disponibili in libreria su questi Paesi e sulle loro economie siano traduzioni dal francese e dall’inglese la dice lunga. Cosi come il fatto che siano pochissime le pubblicazioni di istituzioni italiane nei principali area studies journals – dove paradossalmente sono invece tutt’altro che rari gli articoli sui diversi Bric pubblicati da autori italiani, basati però all’estero. Per imparare il cinese, ci sono nove Istituti Confucio in Italia, meno che in Francia (17) o Regno Unito (15). Gli studenti brasiliani in Italia sono un terzo rispetto a quelli in Francia. I rapporti politici bilaterali, a parte una fase più intensa nel 2006-08, sono anch’essi modesti e negli ultimi dieci anni le visite di capi del governo italiani nei Bric sono state molto più rare che per i leader degli altri paesi del G7. Anche le interazioni tra grandi capitalisti sono poche: a parte Ratan Tata in Fiat, non c’è nessun dirigente Bric nei consigli d’amministrazione delle società del MIB30, ed eccetto Franco Bernabè (amministratore di Petrochina), nessun manager italiano è amministratore di grandi società Bric.

Sia pur diversi tra di loro, tutti i Bric sono immersi in pieno in un processo di transizione verso la modernità, non solo economica ma anche politica e sociale, e molteplici sono gli elementi che non possono essere trascurati nell’esplorarne l’immensa potenzialità. Indubbiamente la globalizzazione, intesa come combinazione di commercio internazionale e progresso tecnologico e di cui i Bric sono espressione emblematica, apre opportunità per molti e rende vulnerabili altri, nel Nord e nel Sud del mondo. Essa impone soprattutto un continuo adattamento delle istituzioni e delle politiche, chiamando tutti noi a scelte importanti senza cadere preda delle facili sirene del protezionismo e della xenofobia. Conoscere le dinamiche emergenti dell’economia mondiale dovrebbe perciò costituire il miglior antidoto contro il declino.

*Senior economist presso l’Ocse