Col quoziente familiare le donne restano a casa

Col quoziente familiare le donne restano a casa

Cosè il quoziente familiare, quali sono i suoi effetti e chi lo vuole? In sintesi: è un modo di ridurre le tasse alle famiglie monoreddito o con tanti figli. Oltre a ridurre il gettito, il principale effetto è scoraggiare il lavoro femminile. Lo vogliono soprattutto i partiti che prendono tanti voti al Sud perché al Sud poche donne lavorano, per cui ci sono molte famiglie monoreddito.

Come funziona il quoziente. Semplificando, si pigliano tutti i redditi della famiglia e li si somma. Il totale viene diviso per un coefficiente che dipende dal numero di componenti della famiglia. La tassa sul reddito viene calcolata applicando l’aliquota sul reddito pro capite e moltiplicando poi per il coefficiente. Per capire meglio facciamo un esempio molto semplice. Consideriamo un sistema fiscale in cui vi sono solo due aliquote, il 25% fino a 20.000 euro e il 40% da 20.000 in poi; non vi sono detrazioni, deduzioni o altre complicazioni.

Consideriamo due famiglie, entrambe composte da un marito e da una moglie. Nella prima lavora solo il marito, che guadagna 40.000 euro. Nella seconda lavorano sia il marito sia la moglie, e ciascuno guadagna 20.000 euro. Il reddito guadagnato dalle due famiglie è quindi lo stesso. Le tasse pagate però sono differenti. La famiglia monoreddito paga un totale di 13.000 (ossia 0,25 x 20.000 + 0,4 x 20.000) mentre la famiglia in cui entrambi lavorano paga un totale di 10.000 (ossia 0,25 x 20.000). Quindi la famiglia monoreddito paga più tasse di una famiglia che guadagna lo stesso reddito ma diviso su due componenti. Questa situazione si presenta quando il sistema di imposizione è progressivo. Con il quoziente familiare invece, per la famiglia monoreddito si imputerebbe ai due coniugi un reddito di 20.000 euro ciascuno (40.000 diviso due). A quel punto, applicando le aliquote sopradette, ciascun coniuge pagherebbe 5.000 euro di tasse, per un totale di 10.000.  Per la famiglia con due redditi non ci sarebbe alcun cambio, per cui le tasse pagate dalle due famiglie sarebbero le stesse.

Con tassazione progressiva il quoziente familiare inevitabilmente riduce le entrate fiscali dello Stato. Di quanto? Dipende da come si attua, dato che ci sono molte varianti: che peso assegnare ai figli, se mantenere o meno certe deduzioni per familiari a carico etc. Uno studio del 2006 di Chiara Rapallini, docente all’Università di Firenze, stima la perdita di gettito intorno al 3%. Tale studio però si basa sulle aliquote Irpef di allora (cambiate nel 2007) e, soprattutto, fa l’ipotesi che vengano contestualmente eliminate le deduzioni per figli e coniugi a carico. È difficile credere che questo sia politicamente possibile, dato che condurrebbe di fatto a un aumento delle imposte per i redditi più bassi. Per vedere perché, si consideri una famiglia monoreddito nello scaglione più basso, e quindi soggetta a un’aliquota del 23%. Per tale famiglia l’applicazione del quoziente non porta ad alcuna riduzione, dato che l’aliquota resta comunque al 23%. Se al tempo stesso si eliminano le deduzioni per famigliari a carico la conseguenza è un aumento dell’imposta. In ogni caso le finanze dello Stato non sono tali da permettere una perdita di gettito del 3%; e, come detto, qualunque attuazione politicamente fattibile richiederebbe perdite di gettito più consistenti. Questa è la ragione per cui il quoziente familiare o non verrà approvato o verrà approvato in forma molto annacquata.

L’aspetto più interessante però non riguarda il calo delle entrate, ma la modificazione dell’incentivo a lavorare. Il meccanismo del quoziente familiare, a differenza di vari altri meccanismi di riduzione del carico fiscale, è abbastanza unico perché aumenta l’aliquota marginale per un buon numero di contribuenti.

Per capire come ciò funziona, torniamo alla nostra famiglia monoreddito. Immaginiamo che si presenti alla moglie l’opportunità di lavorare per 10.000 euro l’anno. Senza quoziente familiare, il reddito netto che si ottiene accettando il lavoro è di 7.500 euro, dato che l’aliquota rilevante è quella del 25%. Ma se viene introdotto il quoziente familiare le cose cambiano. Ora il reddito familiare totale è 50.000 euro. Applicando il quoziente, ogni membro della famiglia ha un reddito di 25.000 euro. Se fate i calcoli, vedete che la tassa pagata dalla famiglia aumenta di 4.000 euro. In altre parole, grazie al meccanismo del quoziente familiare la donna paga il 40% del reddito addizionale che genera, anziché il 25%. È chiaro che in tal modo si scoraggia ulteriormente l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro.

Questo è un problema molto grave nel nostro paese. I proponenti del quoziente familiare citano spesso il caso francese, paese dove il quoziente si applica. Ma c’è un’importante differenza tra Italia e Francia. L’Istat riporta che nel 2009 il tasso di occupazione (percentuale di persone che lavorano nella popolazione tra 15 e 64 anni) per uomini e donne in Francia è di 68,5% e 60,1% rispettivamente. In Italia invece il tasso di occupazione è 68,6% per gli uomini, praticamente uguale a quello francese, ma è un drammatico 46,4% per le donne. Questo significa che in Francia ci sono molte meno famiglie monoreddito che in Italia, per cui il quoziente familiare non riduce di molto il gettito complessivo. In Italia invece l’impatto sarebbe assai più forte.

E veniamo all’ultimo punto, chi vuole il quoziente familiare e perché. Qui dobbiamo guardare alla distribuzione regionale dell’occupazione femminile. Sempre l’Istat ci dice che nel Centro-Nord il tasso di occupazione per gli uomini è del 73,8% mentre per le donne è del 55,1%, una differenza del 18,7%. Nel Mezzogiorno invece i numeri sono 59% per gli uomini e un incredibile 30,6% per le donne, con una differenza del 28,4%. Conclusione: le famiglie monoreddito sono assai più numerose al Sud che al Nord. 

Diamo ora un’occhiata alla distribuzione territoriale del voto alle elezioni politiche del 2008. Le percentuali nel Nord, Centro e Sud furono per l’Udc rispettivamente 4,75%, 4,72% e 7,66%. Per il Pdl le percentuali furono 32,2%, 35,77% e 45,95%. È probabile che parte del consenso che il Pdl catturò al Sud vada ora a Fini, ma resta abbastanza vero che Udc e Pdl hanno un consenso più alto al Sud che al Nord. Logico attendersi che questi siano i due partiti che più fanno campagna per il quoziente.

Come già detto, è improbabile che il quoziente venga introdotto in qualunque forma sostanziale. I nostri politici non si possono permettere perdite di gettito, e dato che non vogliono tagliare la spesa pubblica riduzioni sostanziose delle tasse sono fuori discussione. Ma se finalmente si giungesse al punto in cui sia le spese sia le tasse vengono tagliate, a me pare abbastanza chiaro che a fronte dei drammatici dati italiani sull’occupazione delle donne la prima preoccupazione del legislatore dovrebbe essere quella di incentivare la partecipazione femminile alla forza lavoro. Il quoziente fa l’esatto contrario. 

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