E anche in Europa il calcio si scopre un brutto business

E anche in Europa il calcio si scopre un brutto business

La grande sbornia che nella seconda metà degli anni Novanta aveva fatto girare la testa ai club britannici e a quelli di mezza Europa è in via di smaltimento. Il fixing dei gol sta per essere annullato. Il nuovo schema vincente è il delisting. Vediamo perché. 
Le nausee da ottovolante raccontate da Linkiesta cui sono stati costretti negli ultimi mesi i piccoli azionisti della Roma erano state ampiamente previste pure dell’Antitrust (Indagine conoscitiva sul calcio italiano, 2006): «Vi sono svantaggi correlati proprio alla volatilità del titolo, posto che i ricavi societari sono eccessivamente concentrati sulle entrate da diritti televisivi. In tale contesto, l’andamento del titolo rischia di essere particolarmente correlato ai soli risultati sportivi conseguiti dalla squadra della società quotata. Una scarsa patrimonializzazione e ricavi poco differenziati, incidendo negativamente sull’andamento del titolo, possono poi condurre a un rischio di attacchi speculativi e scalate azionarie. Va infatti sottolineato come i titoli delle società di calcio sono spesso considerati dal mercato e dagli analisti come titoli puramente speculativi, ossia da non detenere al fine di beneficiare di una distribuzione di dividendi, ma sui quali “scommettere” per operazioni sulle oscillazioni dei prezzi». Facile e inascoltata profezia.

Come soluzione, l’Antitrust proponeva non l’inammissibilità della quotazione ma «una più solida patrimonializzazione e una maggiore differenziazione e stabilizzazione delle entrate». Facile a dirsi. Praticamente impossibile da realizzarsi. Soprattutto la stabilizzazione delle entrate, considerato quanto incidano sui fatturati dei club la partecipazione o meno a competizioni come la Champions League, per non parlare dei meccanismi di promozione e retrocessione (una società che scende alla A alla B vede crollare dell’80% i suoi ricavi). Meno utopistiche sarebbero maggiore patrimonializzazione e diversificazione delle entrate. Se non fossimo in Italia. E’ noto il problema irrisolto della proprietà pubblica (comunale) degli impianti sportivi e dell’assoluta mancanza di stadi di proprietà dei club, a differenza di quel che accade in buona parte del resto d’Europa e in particolare in Inghilterra. Così come sono noti i ritardi delle società italiane nel realizzare politiche di marketing e merchandising in grado di affrancarle dalla tirannia dei diritti televisivi. E tuttavia l’impossibilità di un matrimonio felice fra Borsa e pallone non è caratteristica solo italiana, ma è testimoniata anche dalla marcia indietro della maggior parte dei club britannici, a suo tempo trainanti anche in questo settore.
Alla fine degli Anni ’90 erano 26 le società calcistiche britanniche quotate in Borsa.

Ne sono rimaste solo sei, due delle quali, Arsenal e Glasgow Rangers, non fanno parte del London Stock Exchange, ma sono inserite nel Market Plus, un mercato particolare, con quotazioni non quotidiane, riservato a grandi compagnie che hanno deciso di collocare solo parte delle quote societarie. Le altre quattro sono Celtic Glasgow (oggi 0,43 sterline il valore di un’azione; 2,80 la quota d’ingresso), Millwall (oggi 7,34; 10 sterline il valore di ogni azione consolidata assegnata nell’ottobre scorso a ogni possessore di 100.000 ordinarie scese a quota 0,01 dopo un ingesso a 0,20), Tottenham (0,62 oggi; 1 sterlina al collocamento) e Watford (0,08 oggi; 0,45 la quota d’ingresso). Negli ultimi anni il delisting è stato insomma pressoché generalizzato, nonostante lì gli stadi siano di proprietà e nonostante fossero stati quotate non solo le squadre di calcio, ma tutte le attività e le proprietà correlate. Alcuni esempi: il Chelsea aveva portato in Borsa l’intero villaggio di Stamford Bridge, messo a patrimonio, e i vari servizi offerti, fra i quali il canale tematico televisivo; il Watford ha collocato la Watford Leisure, con tutte le attività del club, comprese le società controllate che operano nel settore del tempo libero. La principale differenze fra le società italiane e quelle inglesi, a proposito dell’ingresso in Borsa, sta però nel fatto che almeno i club britannici hanno utilizzato i capitali reperiti sui mercati finanziari non per comprare o pagare di più i calciatori, ma per ristrutturare se non addirittura ricostruire gli stadi di proprietà.

Attualmente in Europa restano quotati in Borsa, oltre ai sei club britannici ricordati e ai tre italiani (Juventus, Lazio e Roma), cinque danesi (Aalborg, Arhus, Brondby, Copenaghen, attraverso la Parken Sport & Entertainment, e Silkeborg), un olandese (Ajax Amsterdam), uno svedese (Aik Stoccolma), quattro turchi (Besiktas, Fenerbahce, Galatasaray e Trabzonspor), tre portoghesi (Benfica, Porto e Sporting Lisbona), un tedesco (Borussia Dortmund) e un francese (Olympique Lione). Proprio la quotazione del Lione, la più recente, 2007, fece storcere più di un naso in Francia. Uno studio pubblicato in occasione del collocamento dell’Olympique metteva in rilievo come il fixing ha un andamento schizofrenico per tutte le società, pure per quelle che hanno patrimonializzazione e bilanci invidiabili. Anche perché va considerato che lo stadio è sì un bene tangibile, ma particolare, in quanto sostanzialmente inalienabile: non è un edificio normale che puoi vendere a valore di mercato quando vuoi, ma un sito dove si disputano partite di calcio, il che esclude perciò tutti i potenziali compratori che non dispongono di una squadra di calcio da farvi giocare.

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