In Sicilia l’immondizia è Cosa Loro

In Sicilia l’immondizia è Cosa Loro

C’è l’ombra di Cosa Nostra sulla crisi dei rifiuti della Sicilia. La gestione dell’immondizia, come è accaduto in Campania per la camorra, potrebbe diventare la nuova frontiera del business della mafia. A lanciare l’allarme, qualche giorno fa da Palermo, Gaetano Pecorella, presidente della Bicamerale di inchiesta ecomafie. Presentando la relazione territoriale approvata dalla Commissione il 20 ottobre scorso, il parlamentare del Pdl ha consegnato dati inquietanti, che lasciano intendere come tutt’altro che occasionale l’interesse della criminalità per l’affare rifiuti.

Nei fatti, in Sicilia non esiste un ciclo dei rifiuti, la raccolta differenziata è al 6–7 percento, mancano gli impianti, i controlli amministrativi non sempre efficaci e «il settore si caratterizza perché esso stesso organizzato per delinquere». Porte spalancate a Cosa Nostra, che ha tentato di mettere le mani sulla gestione dei quattro termovalorizzatori, per controllare così tutte le fasi della gestione dell’immondizia. Nella quale, comunque, alcune famiglie mafiose sono presenti da anni, per lo più attraverso ditte colluse.

A Palermo, per esempio, a intermittenza sommersa da cumuli di immondizia, a lavare i cassonetti era un’impresa legata al boss Salvatore Lo Piccolo. Non si conoscono i criteri della scelta, né si sa da quanto tempo la ditta ha avuto in affidamento il servizio, ma «la circostanza non può di certo essere considerato un elemento privo di significato», ha detto Pecorella.

In realtà, di circostanze del genere, nelle centotrenta pagine della relazione, passando in rassegna le criticità della gestione dei rifiuti, i casi eclatanti e le inchieste della magistratura nelle nove province dell’isola, se ne incontrano parecchie. La Commissione parla di “tre livelli di condizionamento mafioso”: imposizione del pizzo alle ditte; controllo, diretto o indiretto, delle attività del comparto fino ad arrivare alla gestione invasiva dell’intero settore.

Nelle province di Palermo, Trapani e Agrigento, l’interessamento di Cosa Nostra è fondato su riscontri certi, ma, in base a ciò che emerge dalla relazione, è probabile che, anche nelle zone in cui mancano prove sicure della sua ingerenza, la mafia possa aver deciso di non lasciarsi scappare l’affare, possibile fonte di profitti illeciti a fronte di costi di investimento irrisori. Una denuncia della Regione ha sottratto a Cosa Nostra l’affare dei quattro termovalorizzatori, sul quale indagano le Dda di Palermo e Catania.

Il 14 aprile 2010 il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo evidenziava in Commissione: «l’impossibilità di attuare il piano di gestione dei rifiuti, che era basato su quattro inceneritori». Dal fallimento del piano rifiuti del 2002 al caso degli inceneritori attraverso il dissesto finanziario e l’ipertrofia da assunzioni degli Ato (Ambiti territoriali ottimali) e lo scandalo della discarica di Bellolampo, la Bicamerale fotografa una situazione disastrosa. Provincia per provincia. 

Palermo. Il grosso affare della mafia nel settore dei rifiuti, in provincia di Palermo, si manifesta, non tanto nel controllo diretto della discarica, pubblica, di Bellolampo, quanto nella gestione e nel controllo di tutte le attività inerenti sversatoio e settore dei rifiuti: movimento terra, forniture di mezzi e attrezzature e subappalti. La discarica, che accoglie un terzo dei rifiuti della regione ed è in via di esaurimento, è una bomba ecologica. Ancora da quantificare il percolato da smaltire: la stima, approssimata per difetto, è di 100.000 metri cubi. E’ possibile che il liquido tossico abbia inquinato le falde acquifere della zona; le acque del torrente Celona sono contaminate da alluminio, rame, zinco, ammoniaca e metalli vari. Il percolato viene smaltito a Vibo Valentia, in Calabria. Le ditte che gestiscono il servizio sono sempre le stesse. Di qui, per scongiurare il rischio che possano essere collegate a Cosa nostra, l’invito della Commissione ecomafie ad approfondire le questioni connesse allo smaltimento del percolato, comprese le imprese che se occupano.

Certi sono i legami con la criminalità organizzata di molti dipendenti del Coinres, il consorzio intercomunale rifiuti, energia, servizi – costituito nel 2002 dai comuni dell’ATO Palermo 4 con la Provincia – che utilizza mezzi della società Ambiental snc, amministrata da Antonino D’Acquisto, in rapporto diretto con Gioacchino Mineo, “noto mafioso di Bagheria”. Accertata la presenza delle cosche anche nello smaltimento dei rifiuti ospedalieri.

Trapani. La Direzione distrettuale antimafia ha dimostrato come sin dal 1996 a controllare lo smaltimento dei rifiuti nel capoluogo e a gestire l’impianto comunale di riciclaggio dell’immondizia fosse la famiglia mafiosa di Trapani capeggiata da Vincenzo Virgo, che si era insinuata nelle imprese attraverso prestanome. Per gestire l’impianto di riciclaggio si serviva della cooperativa “Lex”, attiva anche in provincia di Catania e legata ai gruppi mafiosi di Nitto Santapaola, che si era aggiudicata l’appalto in maniera irregolare. Nel 1998 la Lex è fallita, ma i Virgo non hanno abbandonato l’affare. Nel 2000, un’altra indagine della Dda ha accertato che il clan, attraverso l’affiliato Leonardo Coppola, condizionava gli appalti pubblici per affidare i servizi a ditte “amiche”. Sempre ai Virgo sono riconducibili gli incendi e i danni perpetrati ai danni degli automezzi della Trapani Servizi srl dal 2001, anno in cui la società mista ha iniziato ad occuparsi di trasporto dei rifiuti e gestione della discarica nella provincia di Trapani.

Agrigento. Le cosche hanno guadagnato dai rifiuti imponendo il pizzo alle ditte, mentre la discarica di Campobello di Licata è stata al centro degli interessi del boss agrigentino Giuseppe Falzone, latitante per molti anni. La Dda di Palermo, sulla base delle testimonianze dei pentiti Giuseppe Sardino e Maurizio Di Gati, delle intercettazioni e di documenti rinvenuti firmati dal capoclan, hanno appurato che Falzone avrebbe intascato circa 50.000 euro l’anno come canone per l’utilizzo dello sversatoio direttamente dal Comune di Campobello.

Caltanissetta. Gli appalti per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sono stati assegnati a ditte messe poi sotto pressione dalla mafia. Dal processo “Munda mundis”, in fase dibattimentale, è emerso che alcuni imprenditori hanno pagato fino a 18.000 euro di pizzo al mese, 9.000 a Cosa nostra e 9.000 alla stidda, altra organizzazione criminale particolarmente radicata nella Sicilia meridionale.

Enna. Emblematica è la vicenda della spa Sicilia Ambiente, che nel 2005 ha acquistato il ramo relativo a raccolta e smaltimento rifiuti dell’azienda della Altecoen (Alternativa ecologica ennese) spa, nota per le infiltrazioni mafiose, e l’anno dopo si è accaparrata senza gara la gestione dei rifiuti e della discarica per conto dell’ATO EnnaEuno. I dipendenti, da 101 del 2004, sono diventati prima 343 e poi, nel 2006, 745. Di qui le difficoltà economiche e l’indebitamento dell’ATO e la lievitazione dei costi del servizio. Scrive la bicamerale sulle ecomafie: «Se le indagini giudiziarie hanno riguardato esclusivamente gli aspetti clientelari delle assunzioni, è indubbio che nella vicenda possa essersi inserita la criminalità organizzata».

Messina. Nel messinese l’affare rifiuti è gestito da una triade criminale: cosa nostra catanese, cosa nostra palermitana e ’ndrangheta calabrese. L’intesa si è realizzata sulla società mista Messinambiente spa, di cui è socio privato la Altecoen srl, controllata dalla mafia catanese guidata da Nitto Santapaola. Buona parte dei tanti dipendenti assunti a Messina da quest’ultima società proveniva dal rione Giostra, controllato dal boss Luigi Galli, pluricondannato per associazione mafiosa e detenuto in regime di carcere duro.

Secondo alcuni pentiti sarebbe stata la mafia messinese, in un incontro precedente l’aggiudicazione dell’appalto, a chiedere ai clan catanesi l’impiego di persone proprie nella ditta, che l’aveva spuntata su Lex, anch’essa collegata a Nitto Santapaola, e Termomeccanica spa, sponsorizzata da Angelo Siino. Sulla discarica di Mazzarà Sant’Andrea, che serve gran parte della provincia, si sarebbero concentrati gli interessi della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto e di gran parte della famiglia criminale di Mazzarà. In questo caso, la mafia è riuscita a farsi subappaltare i lavori.

Catania. L’interesse della mafia per la gestione dei rifiuti nel catanese è provato sin dagli anni ’90. Giorgio Benfatto, la cui moglie era titolare di una ditta attiva nel settore dei rifiuti, fu ucciso da Sebastiano Sciuto, della famiglia mafiosa Santapaola – Ercolano, proprio per il controllo del settore sul territorio. Successivamente, diversi pentiti hanno parlato della presenza dei Santapaola – Ercolano nel settore. Oggi la criminalità organizzata è interessata soprattutto alla raccolta dei rifiuti urbani. Nel 2006, la squadra mobile di Catania appurò che Biagio Sciuto, della cosca Sciuto-Tigna, utilizzasse un’autovettura appartenente alla cooperativa “La mimosa” che, con altre due cooperative, gestiva l’appalto dello spazzamento del centro storico di Catania.
Ragusa. In provincia di Ragusa la mafia non sembra particolarmente infiltrata nella gestione dei rifiuti, eccezion fatta per l’area di Vittoria, controllata da cosa nostra e stidda, attive nella vicina Gela.

Molti dei dipendenti dell’azienda municipalizzata (AMIU) che raccoglie e smaltisce i rifiuti per conto del Comune di Vittoria risultano condannati per reati di varia natura o parenti di indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Di qui l’ipotesi che possa esservi un collegamento con le famiglie malavitose attraverso assunzioni di comodo.

Siracusa. Mafiosi della famiglia Trigila, attraverso ditte di movimento terra a loro riconducibili, hanno manifestato interesse a costruire o ristrutturare alcune discariche localizzate a sud della provincia. Molte imprese della zona, originariamente impegnate nel settore delle autodemolizioni, improvvisamente hanno cominciato a chiedere le autorizzazioni per il recupero dei rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata. Le ditte che hanno ottenuto la conversione appaiono legate alla famiglia Nardo di Lentini, guidata dal boss Sebastiano Nardo, marito di una cugina di Nitto Santapaola e attualmente in carcere.

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