Le Pmi partite per la Cina hanno lasciato il cuore a casa

Le Pmi partite per la Cina hanno lasciato il cuore a casa

Cuneo, Aosta, Imola, Treviso, Castelfidardo. Anche la piccola impresa, perno e bandiera del sistema produttivo italiano, gioca la sua partita nel mercato globale, cercando opportunità di crescita in Cina. Alla stessa stregua delle grandi multinazionali. Lati oscuri compresi. E forse non ha più senso parlare concorrenza sleale del Dragone, un gigante industriale le cui esigenze sono spesso così impellenti da non tenere in considerazione in alcun modo i diritti umani. Anche senza arrivare agli estremi della Foxconn – fabbrica-città da 420mila addetti che produce componenti elettronici per colossi come Apple, Motorola e Sony, tristemente nota per i suicidi degli operati indotti alla disperazione da condizioni di lavoro disumane – le aziende italiane non sempre brillano per fair play. E ciò nonostante l’Italia sia un paese membro dell’Ocse, fatto per cui le sue imprese dovrebbero rispettare gli standard fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

A portare lo sguardo dentro le reali condizioni di vita degli operai cinesi alle dipendenze di realtà industriali italiane è una ricerca realizzata fra maggio 2009 e agosto 2010, da un ente indipendente di Shenzhen, The Institute of Contemporary Observation (Ico), in collaborazione con l’Istituto sindacale per la cooperazione allo Sviluppo, organizzazione non governativa che fa capo alla Cisl, su iniziativa della Fim, il sindacato dei metalmeccanici della Cisl. 

«L’indagine mostra come i salari siano significativamente bassi  – si legge nel rapporto – Delle 16 aziende prese in considerazione, in almeno tre i salari sono inferiori al salario minimo stabilito per quell’area, mentre il pagamento degli straordinari non avviene secondo quanto stabilito dalla legge sul lavoro della Repubblica popolare cinese. Inoltre cinque aziende non acquistano l’assicurazione sociale come prescritto dai governi locali». Salari bassi, una media di 200 euro contro 1200 euro di un operaio di Mirafiori, penalità pecuniarie in caso di infrazioni, orari eccessivamente lunghi (in sette imprese del campioni si lavora anche più di 60 ore a settimana), condizioni di sicurezza deboli e libertà di associazione sindacale non riconosciuti: il cahier de doléances è lungo. Nel Guandong capita spesso che i lavoratori non sappiano «se nella fabbrica è presente un sindacato, tantomeno che cos’è un sindacato». Tutt’al più esiste una cassetta per i reclami. I ricercatori dell’Ico hanno intervistato 279 lavoratori impiegati in 16 fabbriche di proprietà o di emanazione italiana situate in sei città cinesi: Canton, Shenzhen, Dongguan, Foshan, Huizhou e Jiangmen. Sono nomi simbolo della provincia del Guandong, 24mila chilometri di superficie per 42 milioni di abitanti. Uno dei più estesi distretti manifatturieri del mondo, dove dopo la crisi del 2008 la situazione è tornata alla normalità: nell’ultimo anno hanno aperto i battenti 100mila fabbriche, l’80% delle quali orientate all’esportazione. Di seguito un breve focus su alcuni degli stabilimenti oggetto dell’indagine, e le risposte che Linkiesta ha ricevuto da alcune imprese. Il quadro che emerge presenta luci e ombre e differenze a volte notevoli fra impresa e impresa.

De’ Longhi
Alla TriCom di Qingxi, Dongguan, filiale del gruppo trevigiano degli elettrodomestici De’ Longhi, «ogni settimana i lavoratori devono fare 28 ore di straordinario, per un orario complessivo di 68 ore», rilevano i ricercatori Ico che fra il 25 agosto 2009 e il 14 maggio 2010, hanno intervistato sette lavoratrici, cinque lavoratori e due guardiani. Gli operai in media lavorano 3-4 ore di straordinario al giorno, in genere a partire da un quarto d’ora dopo il termine del turno ordinario (otto ore), mentre sabato e domenica può accadere di lavorare sino a 8 ore di straordinario. Il salario mensile è adeguato al minimo legale del distretto di Dongguan (920 yuan), ma viene pagato il 25 del mese successivo, «cosa che i lavoratori vedono come una forma di trattenuta sotto mentite spoglie». A queste rilevazioni della Ico, la De Longhi, interpellata da Linkiesta, ha risposto che le ore lavorate al mese ammontano a 200, straordinari compresi, che vuol dire una media di 50 a settimana contro le 68 evidenziate dal rapporto Fim-Cisl/Ico. Dal rapporto, peraltro, emerge anche una conduzione della fabbrica piuttosto elastica. «Una lavoratrice originaria del Jiangxi ha affermato che, a parte i controllori e i lavoratori addetti alla produzione dei componenti, i dipendenti nelle altre posizioni possono abbandonare il posto di lavoro senza autorizzazione e a volte se ne vanno per mezza giornata senza che nessuno se ne accorga. Un sorvegliante ha detto che durante l’orario di lavoro non sono poche le lavoratrici che escono per degli acquisti (…) I dirigenti della fabbrica in genere fanno finta di non accorgersene». Quasi tutte le persone intervistate hanno affermato che alla Tricom anche se si guadagna poco, quantomeno si è liberi, visto che nessuno si occupa di controllare il personale. Nello stesso tempo «i dipendenti ritengono che i manager di alto livello della fabbrica non si preoccupano assolutamente per le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti comuni». Secondo i ricercatori la fabbrica fornisce uniformi, guanti e mascherine, tuttavia, mancando una vigilanza al riguardo, «nessun lavoratore indossa rigidamente gli strumenti protettivi», che per di più in alcuni reparti sono inadeguati a garantire sicurezza.

Sacmi
La Sacmi Machinery Co. è il terzo impianto che il gruppo Sacmi, storica cooperativa di Imola attiva nella costruzione di macchinari per la produzione di piastrelle e bottiglie di plastica (fatturato vicino a un miliardo di euro), ha costruito in Cina e impiega più 300 addetti specializzati nella città di Foshan. «In base alle informazioni raccolte (intervistando 13 lavoratori addetti alle linee di produzione e due impiegate, ndr) nelle fabbriche ogni settimana si lavora al massimo per sei giorni, per un totale di 26 giorni al mese; l’orario di lavoro da dalle 8 alle 12 e dalle 13.30 alle 17.30, con un’ora e mezza per il pranzo. Nel periodo della consegna delle merci, dal lunedì al venerdì si fanno due ore di straordinario alla sera», si legge nel rapporto. A fronte di un salario minimo legale, che nella città di Foshan è di 770 yuan al mese, il salario dei dipendenti si aggira intorno a 1200-1500 yuan al mese (142 euro), inclusi gli straordinari. «I dipendenti hanno affermato che ai nuovi assunti non viene fornito alcun addestramento sulla salute e sulla sicurezza sul posto di lavoro», e guardando all’interno dell’officina i ricercatori hanno visto che «alcuni lavoratori stavano usando la fiamma ossidrica senza occhiali e guanti protettivi». La Sacmi Machinery offre comunque copertura previdenziale in modo conforme a quanto previsto dalla legge e mette a disposizione alloggi gratuiti (a 30 chilometri) e un pasto gratis (due in caso di straordinari serali). Nessun commento sul rapporto è stato fornito dall’azienda, che ha anzi diffidato Linkiesta dalla pubblicazione della ricerca. 

Somacis
Nello stabilimento Dongguan del Somacis Graphic Pcb (fatturato superiore a 50 milioni di euro), filiale in joint venture con l’inglese Glock, si producono circuiti stampati ad elevato contenuto tecnologico. I dipendenti cinesi del gruppo, che ha la sua sede centrale a Castelfidardo, sono più di 300, prevalentemente uomini, e sembrano piuttosto contenti: «In base a quanto dicono i lavoratori dei dintorni, la fabbrica della Somacis è la migliore della zona rispetto a welfare e salari». Si lavora cinque giorni alla settimana, per lo più su due turni di 10 ore. Il salario medio è di 1500 yuan, mentre i lavoratori addetti alla produzione ne guadagnano circa 2mila. Salute e sicurezza sono garantiti da analisi mediche continuative e attrezzature protettive, l’azienda fornisce assicurazione sanitaria, alloggi gratuiti e un rimborso di 370 yuan al mese per il vitto. Interpellata da Linkiesta, i vertici della Somacis hanno confermato che il salario minimo è di 1500 yuan e che si lavora fino a un massimo 40 ore settimanali più straordinari adeguatamente retribuiti (contro le 50 ore segnalate dalla ricerca Ico). A livello di welfare aziendale, è prevista la possibilità di accedere ad un fondo per l’acquisto di una casa.

Cogne Steel
Nemmeno alla Cogne Steel-made Products, con quartier generale a Aosta (ha chiuso il 2009 con una perdita di 45mila euro) è garantito il riposo settimanale, ma almeno il servizio mensa e l’alloggio sono gratuiti. Secondo i ricercatori, nell’aprile del 2010 sono state effettuate 150 ore di straordinario no stop, per 30 giorni. Così facendo, il salario base, 800 yuan mensili, può salire fino a 1800 con gli straordinari, salvo che non scattino delle multe (50 yuan per infrazione) in caso di prodotti difettosi o di rifiuto di fare gli straordinari. Multe che, per inciso, sono vietate dai regolamenti emanati dal ministero del Lavoro cinese. Secondo l’azienda, comunque, i turni sono tre nell’arco delle 24 ore, mentre i salari, a causa della vicenda Foxconn, sono stati rivalutati a 1250 yuan al mese. «L’ambiente delle officine non è proprio ideale, l’azienda non organizza alcun training per i nuovi dipendenti», tanto che spesso gli strumenti protettivi forniti non vengono indossati. A fronte di un contributo di 60 yuan mensili, l’azienda paga l’assicurazione contro gli infortuni, quella sanitaria e il fondo pensione. Dal quartier generale della Cogne i vertici inoltre, viene sottolineato che esiste la possibilità di siglare accordi individuali nel caso di incidente o malattie gravi, a copertura delle spese mediche, e gli straordinari non sono obbligatori, ma concordati con i capiturno di volta in volta.

Bottero Glass
I 100 addetti della Bottero Glass Industry (133 milioni di fatturato), emanazione della medesima società cuneese da mezzo secolo leader nel settore dei macchinari per la lavorazione del vetro, stanno decisamente meglio della media: il salario base è di 1700 yuan (il minimo legale è di 700), ma esiste una «politica delle multe», anche se, al giorno della rilevazione, nessun lavoratore ne ha mai ricevuta una. La Glass Industry ha contestato le cifre fornite dal rapporto e, a specifica domanda sulle condizioni salariali dei dipendenti dello stabilmento di Foshan, ha risposto che lo scorso gennaio è stato pagato uno stipendio medio di 3200 yuan (360 euro).

Zobele
Tuttavia, c’è qualcuno che ha provato ad alzare la testa. Tre anni fa, 2mila dipendenti della fabbrica di proprietà della Zobele, prima azienda al mondo a ricevere l’ok dalle autorità americane a vendere insetticidi elettrici nel 1981, hanno indetto uno sciopero spontaneo, cogliendo di sorpresa i vertici dell’impresa fondata ottant’anni fa a Trento da Enrico Zobele. A qualcosa è servito. Ogni mese la fabbrica garantisce mezza giornata di ferie retribuite e 5 giorni l’anno di vacanza, più vitto, alloggio, 2 yuan giornalieri di rimborso per la mensa e, rispettivamente, 8 e 11 yuan all’ora per gli straordinari durante la settimana e nel fine settimana. Il sistema produttivo è organizzato su due turni (uno diurno 8-17, con due ore di pausa pranzo e altre due di straordinario; e uno notturno dalle 20 alle 8). Tuttavia, il «fatto che i lavoratori con un salario base sia di 1000 yuan possano arrivano a guadagnare anche oltre 2.000 yuan lordi al mese dimostra che gli orari di lavoro in questa azienda sono piuttosto lunghi». Contattata da Linkiesta, la Zobele spiega che, per i 2300 dipendenti e i 500 lavoratori interinali, gli stipendi variano dai 1320 ai 2160 yuan al mese, mentre i turni sono di 10 ore con riposo settimanale garantito. In ogni caso, specifica l’impresa trentina, le retribuzioni statali nella zona di Shenzhen sono di circa 1100 yuan al mese (123 euro). L’impresa nordestina, inoltre, ammette che, recentemente, ha avuto difficoltà nel reperire la manodopera, a causa dell’elevato turnover all’interno delle provincie cinesi. Passata la crisi, insomma, i lavoratori cercano di avvicinarsi a casa, lasciando i grandi agglomerati, dove le maggiorazioni salariali difficilmente compensano un costo della vita più alto.

ST Microelectronics
La ST Shenzhen Microelectronics è una joint venture fra la multinazionale franco-italiana Stm, che è il più grande produttore europeo di semiconduttori, e il colosso cinese Shenzhen Electronics Group. La gestione della fabbrica e i carichi di lavoro, testimoniano i 31 dipendenti intervistati, sono «rilassati», non stressanti. L’orario di lavoro è distribuito su tre turni e l’azienda sorveglia attentamente che nessuno superi 20 ore di lavoro straordinario alla settimana, non vi è obbligo di lavoro nel fine settimana, arrivando così a riposare almeno quattro giorni al mese. Discorso diverso per sorveglianti e addetti alle pulizie, che provengono da aziende esterne e lavorano 12 ore al giorno. Sebbene il salario minimo garantito sia conforme agli standard salariali minimi legali di Shenzhen (1400 yuan al mese), e comprenda vitto e alloggio gratuiti, per i lavoratori intervistati l’ammontare è troppo basso. Quanto alle condizioni di sicurezza, l’ambiente lavorativo all’interno della fabbrica «è buono» e i dipendenti ricevono una formazione di una settimana. Nella fabbrica è stato costituito un sindacato che si occupa principalmente di organizzare attività culturali e ricreative i lavoratori.  

Magneti Marelli
Alla sede cinese della Marelli Automobile Dash Board Co, fondata il primo giugno 1996 a Canton e controllata dalla Fiat, i 350 addetti (50% dei quali interinali, 80% donne) lavorano anche la domenica, per 1130 yuan al mese (126 euro). E il turno di notte rende 10 yuan: 1 euro e 20. Il sindacato esiste, ma non si vede: i dipendenti, infatti, si lamentano di non sapere chi sia il referente e quale attività svolga. La fabbrica si trova in un parco industriale dove alloggi, spazi di svago e ambulatori sono in comune con altre società, acqua ed elettricità sono a carico degli operai, organizzati in stanze da 40 metri quadri e possono contenere fino a 12 persone. A fronte di 6 yuan giornalieri si accede alla mensa. Perciò, molti preferiscono affittare una stanza in periferia.
Come stabilito dalle leggi cinesi, l’azienda garantisce le assicurazioni su infortuni e malattie, mentre la previdenza è per la metà a carico del lavoratore, che significa una trattenuta mensile di 100 yuan. Come in molti altri casi, la Fiat applica un sistema di multe per mantenere la disciplina. Contattati da Linkiesta, i responsabili del sito produttivo fanno sapere che i dipendenti oggi sono saliti a 450 (6 su 10 donne), e lavorano su tre turni di 8 ore, 6 giorni la settimana, per un salario medio di 1250 yuan. Gli straordinari non superano le tre ore giornaliere, e vengono pagati il 50% in più per i giorni lavorativi, e il doppio durante le festività.

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