Ma c’è un’Europa che sta con Silvio

Ma c’è un’Europa che sta con Silvio

Il Berlusconi protagonista delle negoziazioni Nato-Russia di Pratica di Mare; quello che si affaccia ad Ankara tra i negoziati russo-turchi; oppure quello che va a trovare Putin nella sua dacia di Mosca e interpreta il concetto assoluto di personal diplomacy: tutto questo, aspramente criticato dai media italiani a suo tempo, potrebbe essere presto rivalutato. Con un’America che taglia il budget militare e si concentra sulla sfida cinese, all’Europa potrebbe rimanere solo una strategia: allearsi con la Russia e la Turchia. Forse il presidente del Consiglio italiano è stato un precursore della nuova via politico-militare d’Europa? È ora di voltare davvero le spalle all’Atlantico?

Questo è quanto si potrebbe pensare leggendo una recente pubblicazione dell’Ecfr (European Council on Foreign Relations), dal titolo Lo spettro di un’Europa Multipolare, a firma di Ivan Krastev e Mark Leonard. In questo lavoro si sostiene che «il movimento unipolare europeo è finito», in quanto sarebbe crollato il sogno di un’Europa come potenza egemone del soft-power, sostenuta dalla macchina militare americana. Gli autori propongono allora che l’Europa smetta di pensare alla sua storia negli ultimi anni come «lo sviluppo di un singolo progetto incentrato sull’Ue e la Nato e riconoscere invece che si è trattato della crescita parallela di quattro concetti identitari», cioè l’Europa, la Russia, la Turchia (definita “post-kemalista”) e dei nuovi stati sovrani ex Sovietici e balcanici.

L’Ecfr è un piccolo successo di genere: le sue pubblicazioni gli sono valse la nomina di «Miglior nuovo think tank del mondo negli ultimi cinque anni». Ne sono membri intellettuali e leader economici di grandissimo richiamo: sfogliando la lista, si leggono i nomi di Ian Buruma, Timothy Garton Ash, Giuliano Amato, George Soros, in un connubio perfetto di passato e presente della politica che coniuga l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer a Leoluca Orlando e a Gianfranco Fini. Il think tank suggerisce qui l’istituzione di un «trialogo europeo sulla sicurezza». Bisognerebbe evitare l’emergere di un’«Europa multipolare basata su sfere d’influenza», perché nella «nuova realtà interrelata» non potrebbe funzionare. Con il trialogo, dal «concerto di potenze» si dovrebbe passare a un «concerto di progetti». «Piuttosto che limitare la sua strategia a trasformare tutte le nazioni d’Europa in membri Ue o ri-stabilire un bilanciamento di potere, il nuovo ordine europeo dovrebbe essere disegnato per aiutare i nuovi progetti di formazione nazionale a vivere insieme in pace».

La prova della validità di questo assunto sarebbe data dal fatto che le istituzioni per la sicurezza europea sono state inefficaci nel prevenire “la Crisi del Kosovo nel 1998-99, nel rallentare la corsa agli armamenti nel Caucaso, nel prevenire tagli ai rifornimenti europei di gas nel 2008, nel prevenire il conflitto russo-georgiano o nel fermare l’instabilità in Kirghizistan nel 2010 – tralasciando l’incapacità di leadership nella soluzione dei cosiddetti conflitti congelati del continente». Possiamo completare il punto di vista dell’European Council rilevando come tutti i problemi politico-militari citati sono legati da un filo comune: gli Stati Uniti hanno cercato di trattarli invariabilmente come «questioni europee», o tutt’al più «euro-russe», per evitare un coinvolgimento diretto. Alle situazioni ricordate, possiamo aggiungere anche le guerre in Cecenia, che da Bill Clinton erano viste come qualcosa di schiettamente europeo, almeno per giustificare le freddezza americana sulle strane scelte di Boris Eltsin e Vladimir Putin.
Con un timore in più: forse non siamo noi a scegliere se voltare le spalle all’Atlantico, ma è Washington che si è girata verso il Pacifico. La politica estera di Obama, ma soprattutto la politica monetaria-commerciale, dimostra che per gli Usa l’Europa è un fardello di debito e rigidità economica, che limita le possibilità di competizione americane con la Cina. Pechino è il futuro americano, e Obama continua nel solco della tradizione democratica clintoniana, interessata al Vecchio Continente solo se costretta.

Anche da parte repubblicana, gli affari europei non vanno molto meglio. Lasciate al giudizio storico le vicende del grande asse Bush-Blair degli anni Duemila, il punto di vista del partito è espresso da opinionisti come Charles Krauthammer, che su Fox News ha dichiarato: «L’America sta spendendo oltre mezzo triliardo di dollari l’anno in difesa, mantenendo aperte le vie marittime e difendendo il mondo; l’Europa sta spendendo centesimi in difesa. È difficile apprezzare il ruolo di leader [dell’Europa] nel mondo quando ha succhiato alla tua mammella per sessant’anni, come ha fatto parassiticamente l’Europa con gli Stati Uniti».
La soluzione dell’European Council prevedrebbe di riconoscere una situazione ormai acclarata, e rivolgersi alle nuove potenze medie e piccole dell’area, per gestire i problemi domestici e internazionali.

Ma forse, al contrario di quanto propone lo European Council, non è poi così opportuno spingersi verso Est per settori così delicati. Il paper stesso sembra sottovalutare le ambizioni russe verso l’Europa centrale e il Caucaso: come soluzione propone un «consolidamento dell’identità post-imperiale della Russia all’interno dei confini attuali», che sembra una contraddizione in termini. Fa il paio con le idee pensate per la Turchia: «incoraggiare le ambizioni turche post-kemaliste di essere un potere regionale, ma integrarle entro un quadro comune». Buon lavoro!
Questi due pesi massimi del nazionalismo, con le rispettive sfere d’influenza, non troverebbero certo un interlocutore degno nella Ue denazionalizzata. Una politica estera, così come una per la sicurezza, ha senso solo se serve obbiettivi domestici comuni. L’Europa tutto può avere, tranne che obbiettivi domestici comuni.

La Russia gioca con le piccole realtà nazionali europee. L’asse Berlino-Mosca, così come il Parigi-Mosca, il Roma-Mosca, il Kiev-Mosca e tanti altri rafforzano la convinzione russa di esercitare un ruolo politico del tutto sovradimensionato rispetto alla grandezza della sua economia. L’Europa per ora ha tutta la convenienza a rimanere sulla difensiva, rimarcando i suoi confini, e impegnandosi a riequilibrare i suoi rapporti commerciali ed economici interni. Solo quando questo sarà stato fatto, il continente avrà obbiettivi domestici comuni e una politica estera comune. Altrimenti, in un trialogo saranno le idee nazionali più forti a prevalere, sbranando i confini. In un patchwork di nazionalismi, è il nazionalismo più forte a vincere – poco prima di far crollare, regolarmente, tutta la struttura statale-amministrativa. Una critica comune all’Unione europea è che sia poco integrata politicamente, e troppo sbilanciata verso l’integrazione monetaria e dei mercati. È vero, ma è anche normale: per iniziare un’alleanza politica si inizia dai soldi; e dieci anni di alleanza monetaria sono ancora molto, molto pochi per costruirvi sopra un’alleanza politica. Tutto sta a non decidere di tornare indietro dal mezzo del cammino. Un’Europa identitaria è espressione di una cultura economica e sociale da difendere, e di cui andare fieri, oltre l’influenza russa e la tentazione turca. Con buona pace di Krastev e Leonard, il concerto di potenze in Europa esiste ancora. In fondo, è stato inventato qui.                                 

  *Docente di economia e politica presso l’Università di Potsdam e Senior Fellow di bigs-potsdam.org

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